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Full text of "Cinergie old series 6"

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■ H 


\ Laboratori 

Cinema 

H 

e Multimedia 

FORUM 

dell’Università 

EdilÉce 

Universitaria 


1 f 














Indice 


CINERGIE 

il cinema e le altre arti 
n. 6. gennaio 2003 


Direzione 

Laboratori Cinema e Multimedia di: 
Dipartimento di Storia e Tutela dei Beni 
Culturali, Udine; 

Corso di Laurea DAMS, Gorizia; 

Corso di Laurea in Relazioni Pubbliche, 
Gorizia; 

Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie 
Multimediali, Pordenone. 

Univenità degli Studi di Udine 

Comitato di redazione 

Enrico Biaiin. 

Giovanni Di Vincenzo. 

Leonardo Quaresima. 

Marco Rossitti 

Redazione 

Serena Aldi. Anna Antonini. 

Silvia Boraso. Darla Borghese. 

Gabriella Camita. Teresa Cannata. 
Valentina Cordelli. Elisa Crevatin. 
Marco Cumin. Francesca De Luca. 

Livio Gervasio. Mauro Glavina. 

Laura Gobbato. Aldo Lazzarato. 
Alessandro Marotto. Francesca 
Resinato. Sonia Soldera. Simona Teli. 
Ste/jano Valongo 

Redazione di «Risorse Umane» 

Margherita Cititi. Francesco Di Chiara. 
Valentina Re. Anna Soravia 

Hanno collaborato a questo numero 

Mat/iiaa Balbi. Stefano Baschiera. 
Francesco Cattaneo. Jonny Costantino. 
Alberto Gini. Marco Russo. 

Federico Torre. Laura Vichi 

Redazione 

c/o Cincmantica Laboratorio Cinema e 
Multimedia dell'Università di Udine 
via Montica. 3 - 33100 Udine 
tei. 0432-556648: fax 0432-556644 
cinergieadstbc.uniud. it 

Progetto e realizzazione copertina 

Altrementi 

infoataltrementi.it 

Impaginazione e Fotocomposizione 

G rafikesse - infoagrafikesse.it 

Stampa 

Lithostampa. Pasian di Prato (Ud) 


1 La fotografia, arte ilei movimento 

di Pierre Sorlin 


ULTIMO SPETTACOLO 


3 La banalità del male 

Roberto Succo di Cédric Kahn 

4 II respiro del mare 

Respiro di Emanuele Crialese 

5 Nell'Inverno del nostro scontento 

L'uomo del treno di Patrice Leconte 

7 Pedagogia dello sguardo 

Il figlio di Lue e Jean-Pierre Dardenne 


FAHRENHEIT 4SI 


8 L'abbondanza inutilizzabile 

Dario Reteuna, Cinema di carta. Storia 
fotografica del cinema italiano 

9 Oltre l'arcobaleno. Oltre l'illusione 

Salman Rushdie, Il mago di Oz 

10 Libri ricevuti 


CINEMA E LETTERATURA 


12 II più terribile dei sentimenti 

Brucio nel vento di Silvio Soldini 


CINEMA E MUSICA 


14 II sentimento nascosto del sacro 

Le musiche di Fabio Vacchi per II 
mestiere delle armi di Ermanno Olmi 

16 II problema della diffusione della musica nel 
cinema 


IN FORMA DI NUVOLE 


22 Your Friendly Neighborhood Spider Man 

Sam Raimi torna all’uomo mascherato 

2 4 Di mostri, meraviglie e supereroi 

Un documentario-intervista di Kevin 
Smith su Stan Lee 


A VOLTE RITORNANO 


25 I capricci del destino 

XVI Edizione del Cinema Ritrovato 


PAPERS 


26 Werner Herzog e il cinema 
delle attrazioni 


LE CITTÀ DEL CINEMA 


2 8 LV Festival International du Film - 
Cannes 

Dagli archivi del film di famiglia 

2g XXXVIII Mostra Internazionale del 
Nuovo Cinema - Pesaro 

Due finestre su Pesaro 

31 Percorsi animali 

32 LIX Mostra Internazionale d’Arte 
Cinematografica - Venezia 

Realtà veneziane 

33 Sorelle di misericordia 

34 «Viva la vida!” 

35 Porno Generation Goes to Hell 


Forum 

Editrice Universitaria Udinese Srl 
via Palladio. 8 - 33100 Udine 
© gennaio 2003 


La pubblicazione è stata realizzata nel 
quadro delle attività del Convegno 
Internazionale di Studi sul Cinema 
(Università degli Studi di Udine). 

«Cinergie» è presente anche sul sito 
www.connesso.it 


(Speciale^) 


DAVID LYNCH 


36 Un mondo a (disimisura d uomo. 

Il cinema di David Lynch 

Introduzione 

36 "I'm in love with you>* 

Ripercorrendo Mulholland Drive 

39 La simmestria della duplicità 
Strade perdute - Una storia vera 

40 Lynch/Kafka: 

Risonanze figurali 

42 David Lynch. Kyle MacLachlan. 
una nonna e un bambino 

44 L'immagine onirica in Blue Velvet 
e Lost Highway 

45 L'uomo, il cosmo, la metamorfosi: 
Eraserhead/The Elephant Man 

46 II compagno di viaggio 

Il doppiaggio italiano di Una storia vera 


CAMPUS 


48 La censura cinematografica a Trieste 
durante il Governo Militare Alleato 








ULTIMO SPETTACOLO 


La fotografia, arte del movimento 

Un intervento di Pierre Sortin (Dissolvenze arte&einema. Gradisca d'Isonzo. 16 maggio 2002) 

Tutti lo sanno: Il primo spettacolo cinematografico ebbe luogo a Parigi, il 28 dicembre del 1895. Il modo in cui si svolse la proiezione è 
meno conosciuto. Iniziò con l'immagine fissa di una piazza. Il pubblico, dapprima deluso, s'entusiasmò quando vide, sulla piazza, vetture 
e pedoni in movimento. Il cinema era dunque una fotografia in movimento. Successivamente divenne una fonte d informazione e di 
divertimento, ma l'impressione iniziale rimase quella delia mobilità. La differenza maggiore tra la foto — spesso battezzata immagine 
fissa - e il film sarebbe dunque il movimento. 

Il tìtolo della mia relazione è volutamente provocatorio. Molte fotografie mostrano cose necessariamente fisse: che si tratti di paesaggi, 
di monumenti o di oggetti, ma anche quando il loro soggetto — essere umano, animale 0 veicolo inanimato che sia — può muoversi, esse 
ne congelano un momento particolare. Però, non essendo il puro risulatato di una procedura tecnica, noi non percepiamo soltanto 
quello che abbiamo sotto gli occhi: la nostra visione è tanto psicologia quanto fisica e dà allo spettacolo che guardiamo una dimensione 
diversa da quella che esiste realmente. Vorrei dunque qui spiegare come possiamo fare della fotografia un arte dinamica, capace di sug¬ 
gerire slancio, velocità e sviluppo. 

Due brevi premesse sono necessarie. Kafka, nel suo Diario, nota che l'inizio di una storia porta con sé la sua organizzazione compiuta, 
anche se essa non viene interamente sviluppata. Viviamo in un mondo di racconti: un incidente, un pretesto futile, a volte una frase 
banale, ci bastano per inventare tutta una vicenda, e una fotografia può dunque diventare l'occasione per raccontarci una storia. 

D'altra parte, l'impressione di mobilità non è né evidente né semplice. Sullo schermo non vediamo un movimento. La macchina da 
presa, che funzioni con una pellicola o con un nastro magnetico, è incapace di cogliere uno spostamento nella sua continuità; essa regi¬ 
stra soltanto una serie di momenti, ventiquattro o venticinque ogni secondo, ed è la nostra mente che colma le lacune e trasforma una 
proiezione a scatti in una progressione continua e lineare. Perché reagiamo in questo modo? Perché il movimento è un dato essenziale 
del nostro essere: vita e mòvimento sono sinonimi, e la vita perdura finché una parte del corpo si muove. La nozione di movimento, la 
cinestesia, ossia la sensazióne della mobilità del proprio Corpo e la capacità di controllarla, è un dato fondamentale dell esistenza 
umana. Non ne siamo sempre consci, ma ogni stato d'animo si traduce in movimenti più o meno percettibili. Pensiamo alla nostra rea¬ 
zione quando, alla televisione o in uno stadio, vediamo un corridore che tenta di sorpassare quello che lo precede: il nostro corpo si 
mobilita, ci comportiamo come se noi stessi ci trovassimo in pista. Non c'è da stupirsi se, osservando un immagine, siamo portati a sco¬ 
prirvi qualche effetto di movimento. 

Nello studio della fotografia si è molto insistito sull’Idea di passato, di cosa già compiuta: l'istante fotografato è lontano nel tempo. È un 
concetto che immediatamente fonda il presente dell'osservatore, in contrasto con il passato dell immagine Però si tratta di un giudizio 
razionale che non esaurisce la nostra relazione con quello che vediamo. Vogliamo capire le cose o le azioni rappresentate e, facendolo, 
ci lasciamo coinvolgere dal contenuto, partecipiamo all’azione. 

Ci sono fotografie che bloccano ogni idea di spostamento. È il caso, in particolare, dei ritratti. Un personaggio ieratico che occupa tutto 

10 spazio definito dalla cornice 0 un gruppo di persone che guarda direttamente in macchina non danno la sensazione della mobilità. 
Tenteremo di capire perché, ma notiamo intanto che il contenuto influisce fortemente sulla nostra comprensione dell'Immagine. 
L'impressione di movimento nasce a partire da un processo dialettico che combina, da una parte, le sollecitazioni, le suggestioni propo¬ 
ste dall'immagine, dall'altra la risposta del pubblico. Quello che vorrei studiare è il rapporto tra i segni consegnati alla fotografia e la 
fantasia dello spettatore. 

11 caso più semplice è quello di un’azione in procinto di compiersi. Prendiamo la foto di una porzione di pubblico durante una corsa 

automobilistica. A destra vediamo la parte posteriore di una macchina. Ma la folla guarda già dall'altra parte, verso la sinistra, aspettan¬ 
do il prossimo veicolo. Qui teniamo conto della distanza percorsa e di quella che ce ancora da percorrere; sappiamo che la macchina 
che sparisce sulla destra è passata davanti agli spettatori, e che tra poco un altro veicolo farà lo stesso. Ma ce qualcosa in più: abbiamo 
due direzioni contrastanti, e la loro opposizione crea un'illusione di velocità. Lo vediamo non appena consideriamo il caso in cui dei 
personaggi in cammino 0 dei soggetti colti in movimento s'incrociano, oppure percorrono due strade diverse. La discordanza è partico¬ 
larmente evidente se la scena viene ripresa dall'alto. Abbiamo per esempio dei cavalli che galoppano gli uni verso sinistra, gli altri verso 
destra; o abbiamo tre pedoni che si dirigono verso tre punti diversi. La posizione delle zampe 0 delie gambe ci dicono che cavalli o 
pedoni si muovono, ma questo non basta. La vista dall'alto crea un’altra nozione di distanza da percorrere, immaginiamo tutta una 
traiettoria. Soprattutto, la divergenza produce, nella nostra mente, un'esitazione: non possiamo ricostruire tutti i percorsi insieme. Con 
un'immagine “bloccata", per esempio con un gruppo in primo piano, la cornice ritrova tutta la sua forza, sappiamo dove dirigere I occhio 
e dove fissarlo. Siamo costretti a un faccia a faccia, non possiamo vagare fuori dal quadro. All'opposto, se le persone non formano un 
insieme, se la relazione tra loro è meno chiara, in particolare se si allontanano, se divergono, allora il nostro corpo si accorda ai loro 
spostamenti. jifl| I M MB [jrj[~i, '''ifiilWMflflliP 

Un caso particolarmente interessante è quello di una folla presa in campo medio, all'interno della quale, mentre molte persone si diri¬ 
gono a destra, a sinistra o verso Io sfondo, un personaggio guarda la macchina fotografica. Certo, come in un immagine bloccata , c è 
un rapporto diretto tra il soggetto che guarda l’obiettivo e Io spettatore. Ma questa linea di lettura viene istantaneamente contraddetta 
da tutti ì movimenti divergenti che "evadono" dal foglio: i personaggi non sembrano imprigionati dentro la cornice, hanno la possibilità 
di uscirne. 

L'opposizione chiusura/apertura è molto importante. Un orizzonte libero, la cui fine non si vede, sembra disponibile a ospitare un movi¬ 
mento verso lo sfondo. Ma l'apertura non basta; una lunga prospettiva vuota può anche suggerire l'idea di riposo. La fotografia di un 
prato, di un viale, di una pianura non ci invita di per sé a camminare se non vi scorgiamo una sia pur minima traccia di movimento. Un 
elemento isolato, viceversa, invita alla mobilità quando alcuni particolari del suo aspetto suggeriscono che si sta muovendo. Torneremo 
sulle attitudini che comunicano questa impressione. 

Ripartendo dalle fotografie prese dall'alto, vorrei per prima cosa insistere sull'importanza dello sfasamento tra lo spettatore e l'elemen¬ 
to mobile in esse rappresentato. Una foto presa dall’interno di un bar, ad esempio, lascia intravedere, al di là dal vetro, un'ampia piazza 














ULTIMO SPETTACOLO 



con un pedone in transito: il contrasto tra 
interno ed esterno è forte, il vetro preclu¬ 
de l'accesso all'osservatore, ma dall'altra 
parte il movimento è libero, non c'è nes¬ 
sun ostacolo. Un'altra foto mostra un lun¬ 
gofiume ripreso in diagonale. L'angolo di 
visione dello spettatore e la deformazio¬ 
ne del primo piano isolano il testimone. Il 
carattere fondamentale di un campo 
aperto è l'assenza di una delimitazione 
chiara: la cornice sembra svanire, aprirsi 
verso l'infinito. L'importante è che quello 
che sì svolge nello spazio centrale dell'im¬ 
magine non può essere legato a quello 
che occupa il primo piano. Così, nel caso 
del bar, la piazza è indipendente dall’in¬ 
terno della stanza chiusa. 

Sulla foto del lungofiume i vari personag¬ 
gi (ciclisti e pedoni) marciano verso l'oriz¬ 
zonte, e il fiume che sparisce in lontanan¬ 
za, la luce solare e il cielo danno l'impres¬ 
sione che si tratti di una prospettiva illi¬ 
mitata. Abbiamo, con un'immagine di 
questo tipo, l’esempio ideale del movi¬ 
mento rappresentato: lo spazio, con gli 
alberi e il viale che fiancheggia il fiume, è 
fatto per la passeggiata, tutte le persone 
si spostano liberamente. 1 semiologi, in 
proposito, parlano di isotopia, intenden¬ 
do con questa parola una concordanza 
tra tutti i segni inclusi in una rappresen¬ 
tazione. Però "coincidenza" non significa 
"convergenza": un elemento importante 
da notare è la diversità dei percorsi. Una 
famosa foto del fotografo svizzero Robert 
Frank mostra una strada di Londra duran¬ 
te una grigia giornata d’inverno. A destra 
abbiamo la coda di un furgone la cui por¬ 
tiera posteriore è aperta: a sinistra una 
persona si allontana camminando sul 
marciapiede. Le due direzioni contrastan¬ 
ti, quella della macchina verso destra e 
quella del passante verso sinistra, deter¬ 
minano una tensione. Ma lo spazio vuoto 
che occupa tutta la parte centrale, un po' 
buio e umido, è ugualmente importante-, a 
nessuno verrebbe voglia di stare all'aper¬ 
to con una simile temperatura. 

1 vari esempi citati mettono in evidenza 
alcune costanti, la più evidente delle 
quali è l'iscrizione dell'immagine in una 
continuità di movimento. Ma questo ele¬ 
mento, da solo, non è sufficiente, in 
primo luogo perché lo spazio nel quale un 
soggetto si sposta deve essere aperto, sia 
sui due lati, come se esso passasse tra lo 
sfondo e l’osservatore, sia sul fondo, vale 
a dire nella parte superiore della foto. 
Inoltre interviene ancora un altro ele¬ 
mento, ossia la necessaria divergenza tra 
almeno due e forse più direzioni. La foto 
mette a fuoco un'esperienza che lo spet¬ 
tatore conosce perché anche lui è abitua¬ 
to a camminare, correre o guidare. È vero 


che l'immagine è fissa, ma l'osservatore 
non guarda il supporto, il peso della 
carta; egli è soprattutto sensibile alla ten¬ 
sione che si sprigiona dall'allontanamen¬ 
to dei soggetti in movimento. 

Abbiamo parlato di movimenti abbastanza 
semplici, rappresentati nelle immagini 
descritte. Le cose sono probabilmente un 
po' più complicate. Torniamo alla foto 
presa sul lungofiume. Uno dei ciclisti è 
ancora fermo e si china verso il suo vei¬ 
colo. Non rimarrà così a lungo, prevedi¬ 
bilmente. Dopo aver sistemato quello che 
supponiamo essere un guasto della sua 
bicicletta, monterà in sella e partirà. La 
sua postura suggerisce proprio che, 
apprestandosi a ripartire, egli ha notato 
un dettaglio, si è abbassato, e tra breve si 
rialzerà. Per immobile che sia, la foto 
allude a un "prima" e a un "dopo" che non 
vediamo ma che siamo costretti a suppor¬ 
re. Questo effetto viene accentuato da 
un’impressione di squilibrio: il ciclista, 
entro breve tempo, dovrà necessariamen¬ 
te rimettersi in piedi. Molte foto puntano 
sullo stesso effetto. Un'altra, ad esempio, 
ritrae uno spazzino che, dall'alto del suo 
carretto, si sporge per raccogliere un bido¬ 
ne; un'altra ancora ci presenta un ragazzo 
che cammina sulle mani: vediamo le due 
immagini come un attimo di un processo 
che ricostruiamo mentalmente. L'esempio è 
interessante, perché siamo noi a pensare 
che questi personaggi non possono rimane¬ 
re così, devono muoversi, visto che, altri¬ 
menti, cadranno. Qui capiamo bene come 
la nostra esperienza supplisce ad uno spo¬ 
stamento che non è stato raffigurato. Il 
nostro corpo, o più precisamente il nostro 
senso interno dell'equilibrio, ci fa percepire 
quella necessità di muoversi che costrin¬ 
gerà tanto lo spazzino quanto il ragazzo a 
finire quello che avevano cominciato. 
Bisogna qui insistere sull'aspetto soggettivo 
del nostro giudizio. Non sappiamo se lo 
spazzino era lento o rapido, se il ragazzo ha 
fatto soltanto un breve salto sulle mani o 
se ha camminato a lungo. La durata reale 
dell'azione, insomma, ci sfugge, e quindi 
inventiamo un percorso immaginario che 
corrisponde alla nostra personale reazione 
corporale. 

1 tratti rilevati finora dipendono diretta- 
mente dalla figurazione. Vedendo un 
gesto ci riferiamo a un'immagine anterio¬ 
re che dà un senso a quello che osservia¬ 
mo. Direi che, in questo caso, il rapporto 
si stabilisce tra l'immagine e lo spettato¬ 
re. Il fotografo ha anche lui la possibilità 
di intervenire, non soltanto attraverso la 
scelta dell'oggetto e dell’inquadratura ma 
anche attraverso la manifestazione della 
sua presenza. Stranamente, l'espressione 
"soggettiva dell'operatore" viene rara¬ 


mente presa in considerazione dai teorici 
della fotografia, oppure si fa riferimento 
ad essa soltanto dal punto di vista esteti¬ 
co. 11 fatto che l’operatore sia indiretta¬ 
mente presente nella foto modifica la 
semplice opposizione passato/presente. Il 
fotografo, di cui generalmente non si sa 
nulla, è un elemento al quale non si può 
attribuire una temporalità precisa: c’è, 
nell'immagine, qualcosa che non è finito, 
anche se non sappiamo che cos'è. La foto 
non si è fatta da sola, l’operatore ha 
dovuto effettuare alcuni movimenti, e 
l'immagine ne conserva la traccia. 

La sovrimpressione di due immagini su 
una pellicola non evoca soltanto i gesti 
del fotografo. Nella stessa fotografia 
vediamo di spalle il macchinista di una 
locomotiva col paesaggio che sfila davanti 
a lui e, di fronte a lui, i passeggeri seduti 
in uno scompartimento. Per riprenderli, 
l'operatore ha dovuto muoversi, il suo 
spostamento è presente nella foto e, d'al¬ 
tra parte, rinvia all'avanzare del treno. 
L'operatore si è voluto includere nel pro¬ 
cedere del veicolo, e la sua partecipazio¬ 
ne, chiaramente visibile, rende evidente il 
movimento. Molti procedimenti sono pos¬ 
sibili per suscitare questo effetto. Il più 
semplice consiste nel fotografare da un 
punto fisso un elemento mobile. 
L'ambiente è perfettamente a fuoco, men¬ 
tre il soggetto in movimento sembra piut¬ 
tosto una traccia, una linea luminosa e 
sfocata. All’opposto, il fotografo può 
seguire la mobilità di un oggetto prenden¬ 
do posto su un mezzo in azione: l'immagi¬ 
ne dell'oggetto è nitida, il paesaggio è 
sbiadito e confuso. 

L'equazione fotografia ■ fissità è talmente 
radicata che i tentativi per animare la 
foto sono considerati sperimentazioni di 
carattere scientifico o estetico. Infatti, 
l’esplorazione scientifica raggiunge un 
livello di precisione che va al di là della 
percezione umana; fotografata ad un 
milionesimo di secondo, la caduta di una 
goccia d'acqua diviene una forma astratta 
molto bella, ma immobile. I fratelli 
Bragaglia, che all'inizio del Novecento 
inventarono il fotodinamismo, volevano 
ad ogni costo essere riconosciuti come 
futuristi, e furono delusi quando le loro 
pretese furono disconosciute da 
Marinetti. Non vedevano che le loro 
immagini, invece di mostrare un'idea teo¬ 
rica del movimento alla maniera dei pit¬ 
tori, tendevano a restituirlo nella sua 
concretezza. Prima dei Bragaglia, 
Muybridge o Marey avevano affiancato i 
momenti successivi di uno spostamento: 
l'analisi era molto chiara, ma il suo inte¬ 
resse consisteva unicamente nel fatto di 
fissare le fasi del movimento allo scopo di 









ULTIMO SPETTACOLO 


analizzarle. I Bragaglia miravano a coglie¬ 
re i momenti successivi nella loro conti¬ 
nuità. La loro famosa macchina da scrive¬ 
re fotodinamica comporta tre elementi 
diversi: la macchina stessa, stabile; il 
rullo portacarta, leggermente sfumato; e 
una forma pallida, curva, la mano che 
alternativamente batte e si ritira. 
All'opposto di una foto di Muybridge, 
l'immagine non consente di capire come 
lavora la dattilografa, dà soltanto un'im¬ 
pressione di grande velocità. 
Analogamente, l'americano Harold 
Edgerton, col suo stroboscopio, non stu¬ 
diava la tecnica di un tennista ma studia¬ 
va un gesto in tutta la sua ampiezza. 

Con questi lavori siamo arrivati all'uso del 
tempo da parte degli operatori. Tempo e 
movimento sono strettamente legati, per¬ 
ché il movimento ha una certa durata e 
perché il vivente, incapace di stare immo¬ 
bile, si muove costantemente, il fotografo 
che si fa presente nelle sue immagini 
mette in rilievo il passare del tempo. Per 
esempio, con l’uso dell'open-/ 7 as/? (il 
lampo del flash finisce prima che si chiu¬ 
da il diaframma) l'operatore disegna 
un'aureola attorno ai personaggi (il tre¬ 
molio della luce, provocato dalla durata 
della ripresa), e, in questo modo, crea 
l’impressione di movimento. Tutti i foto¬ 
grafi debuttanti hanno fotografato 
manualmente dall'alto una strada di 
notte. Gli edifici sono visibili, ma le auto¬ 
mobili in transito tracciano due lunghe 
linee colorate, una gialla, l'altra rossa. È 
meno impressionante ma più rivelatorio 
fotografare un luogo pubblico dove la 
folla, molto densa, si muove con difficoltà 
- per esempio in una stazione all’ora di 
punta. La struttura dell’edificio è nitida, i 
volti delle persone immobili sono appena 
sfumati, mentre al posto di coloro che si 
sono spostati vediamo solo una sorta di 
piccola nuvola. 

Un’immagine come questa sintetizza quel¬ 
lo che volevo evidenziare, vale a dire la 
stretta correlazione tra vita e movimento. 
Non a caso gli specialisti che teorizzano il 
legame tra fotografia, passato e morte si 
servono quasi esclusivamente di ritratti. 
Ignorare questo aspetto sarebbe assurdo; 
la ieraticità di alcuni ritratti prefigura, 
senza saperlo, la morte del modello di cui 
vorrebbe immortalare le fattezze. Il difet¬ 
to di un tale approccio è che enfatizza 
l'effetto "bloccante" della foto nell'attimo 
e nel concreto-, il signor tal dei tali era 
così. Però lo sappiamo: non era in quello 
stato, si muoveva e cambiava continua- 
mente posizione, proprio come facciamo 
noi. 

Ogni foto viene realizzata a partire dal 
mondo esterno e l'osservatore non può 


prescindere totalmente dalla sua espe¬ 
rienza. Egli identifica gli oggetti e implici¬ 
tamente attribuisce loro le proprietà che 
hanno nel quotidiano. Però l'osservazione 
dell'immagine non è soltanto un inventa¬ 
rio. Nella misura in cui crea uno spazio 
figurativo, non fisico, bidimensionale, la 
foto diviene un universo autonomo sul 
quale lo spettatore può proiettare la pro¬ 
pria fantasia. Non parlo dei deliri perso¬ 
nali, che ci sfuggono, ma delle reazioni 
provocate dal contenuto stesso della rap¬ 
presentazione. Per esempio, il fatto che la 
foto sia rinchiusa dentro la cornice o 
"aperta”, che i personaggi siano seduti o 
camminino, sono dati che tutti possono 
riconoscere. A partire da quello che nota, 
l'osservatore attribuisce un significato 
alla foto. Gli indici che ho segnalato lo 
spingono a raccontarsi tutto un percorso, 
che non è rappresentato ma che appare 
ciò nondimeno necessario per comprende¬ 
re l'immagine. Lo ricordo rapidamente: si 
tratta, da una parte, di una tensione tra gli 
elementi presenti nella foto e, dall'altra, di 
un intervento diretto dell'operatore che 
introduce l'idea di una temporalità. 

La fotografia non è sempre un'arte del 
movimento. Ci sono capolavori che punta¬ 
no, all'opposto, all'immobilità. Per fare 
soltanto un esempio, tutta l'opera di 
August Sander fissa la Germania degli 
anni Trenta all'interno di una ieraticità 
atemporale. La genialità di Sander consi¬ 
ste nel fatto di essere riuscito a fare dei 
suoi contemporanei i prototipi di un 
paese che non vuole cambiare. Ci sono 
anche fotografie astratte che si pongono 
al di là del tempo e dello spazio. Tuttavia 
l'evocazione del movimento è una delle 
virtualità della fotografia che bisognereb¬ 
be approfondire. Ai principianti si insegna 
come inquadrare e come centrare il sog¬ 
getto. Però una volta che conoscono la 
tecnica, essi possono liberarsi della corni¬ 
ce, dell'equilibrio, della composizione per 
fare della fotografia un'arte dinamica. 

Pierre Sorlin 


La banalità del male 

Roberto Succo (Francia, Svizzera 2000) di 
Cédric Kahan 

Negli anni Ottanta un giovane mestrino 
mentalmente e caratterialmente instabile 
uccide i genitori e viene incarcerato. 
Fuggito dal manicomio criminale raggiun¬ 
ge la Francia, e qui vagabonda lasciando 
una scia di sangue: chi si trova ad intral¬ 
ciare il suo cammino ne paga le conse¬ 
guenze. La casualità che segna questa sto¬ 


ria ha una ripercussione anche sul desti¬ 
no del film di Cédric Kahn che del folle 
omicida porta il nome. Roberto Succo è 
infatti un film di straordinario valore visi¬ 
vo ed emotivo distribuito per niente, in 
ritardo o a casaccio e, di conseguenza, 
visto poco e male. Per molti il film resterà 
per sempre soffocato dall'eco della pole¬ 
mica che ha animato una ormai lontana 
edizione del Festival di Cannes (per la 
precisione quella del 2001), quando le 
associazioni di polizia francesi insorsero 
contro quella che pareva, sembrava, si 
diceva essere l'esaltazione eroica di un 
killer feroce. In Savoia - terra delle scor¬ 
ribande di Succo - si chiese di non riapri¬ 
re vecchie ferite e si escluse di proiettare 
il film nelle sale. Ma, come spesso accade, 
l'intervento cautelativo basato sul non 
visto si rivela impreciso: nel film di Kahn 
non ci sono eroi e Succo non è il perno di 
un film exploitation. «Dalla stesura del 
soggetto, agli angoli di ripresa fino all'uso 
della musica la mia preoccupazione prin¬ 
cipale era che nessun aspetto del film 
potesse incoraggiare o assecondare le 
azioni di Succo» 1 , e solo vedendo il film si 
può capire quanto il regista sia rimasto 
fedele a queste parole. Il suo stile visivo e 
narrativo è concitato, febbrile ma allo 
stesso tempo secco, asciutto e implacabi¬ 
le. Avvicina il suo soggetto, lo mostra ma 
non fraternizza con lui, non asseconda il 
suo mondo furioso e malvagio. Roberto 
Succo è un pericolo per sé e per gli altri: 
Kahn non lo dimentica e giustamente non 
abbassa la guardia né allenta la tensione. 
Mai Succo risulta gradevole, mai è affasci¬ 
nante e sottile come Hannibal Lecter: se 
costui è la summa letteraria di infiniti kil¬ 
ler psicotici, Roberto Succo è il prodotto 
unico e minaccioso della realtà. Le sue 
imprese suscitano sgomento e, soprattut¬ 
to, bisogno di marcare delle distinzioni e 
di elaborare delle analisi. Prima del film 
un libro —Je te tue. Histoire vraie de 
Roberto Succo assassin sans raison di 
Pascale Froment - e un testo teatrale di 
Bernard-Marie Koltès hanno raccolto le 
testimonianze e i referti, perché servono 
fatti quanto più possibile imparziali per 
capire i meccanismi che oggi attivano la 
ferocia di Roberto Succo e che domani 
potrebbero muovere quella del vicino, del 
collega, del parente o dell'amico. Kahn 
afferma la sua imparzialità sopprimendo il 
punto di vista dell'assassino quando que¬ 
sto sì trova davanti alle vittime e lascia 
spazio solo allo sguardo dei testimoni. I 
corpi martoriati dei genitori appaiono 
solo dopo il passaggio del demone stermi¬ 
natore, nella fredda constatazione dei 
sopralluoghi e delle foto della polizia. La 
donna sequestrata, violentata e uccisa, 



Roberto Succo 


l’uomo freddato riappaiono dall'oblio in 
cui erano scomparsi come resti rinvenuti 
da investigatori sempre più vicini alla 
preda. Solo una madre e un figlio abban¬ 
donati nella neve sono visti con gli occhi 
di Succo, che li lascia si senza auto e 
vestiti ma innegabilmente vivi. Il parados¬ 
so di questo punto di vista negato sono 
gli occhi stessi di Succo, 0 meglio quelli 
che Stefano Cassetti, straordinario attore 
per caso, gli presta. Nervosi ed esaltati, 
questi occhi guardano il mondo e ne trat¬ 
tengono frammenti. Auto, corpi, abiti, 
armi, orologi, cibi, luoghi: tutto ciò che 
entra in quegli occhi e piace a quel cer¬ 
vello deve essere preso. E, se resiste, va 
annientato. Infatti il principio che regola 
questo mondo individuale fatto di estremi 
— tanto feroce è Roberto con chi gli si 
oppone, tanto egli è dolce e protettivo 
con la fidanzata Léa - è quello infantile 
del vedere, del desiderare e del possede¬ 
re. Le tre azioni sono una sola, indivisibi¬ 
le e compulsiva ossessione. Kahn non è 
nuovo all’ossessione e agli ossessionati, 
che nei suoi film si rivelano, si racconta¬ 
no, si spogliano 0 dell'identità ufficiale - 
il professore de La noia - o di una pletora 
di identità fittizie - come nel caso di 
Roberto-Kurt. Ma per quanto profondo 
possa essere il denudamento non si arri¬ 
va mai ad un Io vero e certo. Anzi. Il fato, 
la storia e di conseguenza il finale del film 
di Kahn chiudono per sempre gli occhi 
ingordi di Succo e soffocano il suo viso e 
la sua identità dentro un sacco di plastica 
nera. L’identità di Roberto Succo è pronta 
per il medico legale, per l'autopsia, per la 
fossa comune in cui vanno gli ignoti e le 
anime in pena. 

Anna Antonini 

Note 

1. Intervista reperibile all’indirizzo: 
www.iofilm.co.uk/feats/interviews/r/roberto_succo.s ; 
html. Il sito è stato visitato giovedì 3 ottobre 2002 alfe; 
ore 13.30. 








ULTIMO SPETTACOLO 






il respiro del mare 

Respiro (Italia 2002) di Emanuele Crialese 

Il sole e la luce del sud irrompono prepo¬ 
tentemente nell'Immagine: alcuni ragazzi 
si muovono nell'ostile aridità del paesag¬ 
gio cacciando e lottando tra loro come 
animali selvaggi. Far prevalere il branco, 
competere per la sopravvivenza, procac¬ 
ciare il cibo, sono i rituali simbolicamente 
evocati dai giochi dei giovani. Davanti a 
questo sfondo prendono vita le vicende 
di Grazia, la protagonista, dei suoi figli e 
di suo marito, e i problemi scatenati dallo 
scontro tra il vivace anticonformismo 
della donna e la tradizione conservatrice 
di un'ìsola. 

Il luogo dell'azione, mai rivelato dal film, 
è Lampedusa; anche la cornice storica è 
indefinita, sospesa tra gli anni Settanta e 
l'oggi. Mancano insomma le coordinate 
spazio-temporali per situare la storia, che 
rimane quindi in bilico tra una dimensio¬ 
ne fantastica ed un realismo tutelato 
dalla fisicità degli oggetti e dalla consue¬ 
tudine dei gesti e delle situazioni. Ne 
risulta un'oscillazione tra il mito delle 
leggende popolari e la concretezza dei 
racconti d'attualità drammatica o di 
denuncia sociale. 

Il contesto in cui si muove la vicenda è 
quello di un mondo rurale che quotidia¬ 
namente ripete nel lavoro gli stessi gesti, 
e che da questi trae la propria sussisten¬ 
za. Le mani ruvide sulle reti, il loro opera¬ 
re meccanico e sapiente, gli abiti sdruciti, 
la pelle bruciata dal sole e dalla salsedi¬ 
ne: sono tutti particolari che parlano 
della povertà, della frustrazione, della 
fatica e della solitudine degli abitanti del 
paese. 

La resa realistica dei dettagli, dei volti, 
l'espressività degli occhi e l'uso del dia¬ 
letto si trasformano in storie contempo¬ 
ranee. Analogamente, lo sguardo appa¬ 
rentemente neutro ma al tempo stesso 
meravigliato, ottenuto con una macchina 
da presa discreta, mai troppo rivelata e 
retorica, dipinge storie lontane nel 
tempo, senza spazio e senza luogo, riman¬ 
dando l'immaginario alla dimensione 
sempre eterna deila tavola 
Il film mutua mille tiabe. dalla loro Irttura 
analitica e dalie loro molatore, la propria 
attuatola approdando a un racconto che 
va al dìia dalia trama e del realismo di 
baso. 

li^iigllllilbldsiiltìiliiiiSsnaggisi 

senza 

prefittatelo forma garbatamente alla pre¬ 
sema di sfondi immobili e desolati quali 


la terra e il mare, testimoni impassibili e 
impotenti delle vicende umane. Queste 
figure si muovono sull'isola come attori 
su un proscenio il cui fondale è la natura, 
dipinta del blu e del verde smeraldo del 
mare, dell'ocra della terra arida, ma 
anche del grigio del degrado edilizio. Le 
figure del film, inermi contro il destino, 
sono mosse da forze superiori alle loro 
volontà, diventando simili a personaggi 
che interpretano storie il cui esito è già 
scritto. 

in questo spazio le immagini si fanno più 
oniriche, le inquadrature subacquee ral¬ 
lentano il movimento dei corpi visti dal 
basso, evocando il teatro delle marionet¬ 
te in cui pupazzi sgambettanti sono guida¬ 
ti da fili invisibili. 

Tutto è pervaso dalla luce prepotente del 
sud, che impietosamente evidenzia i det¬ 
tagli e gii oggetti in tutta la loro forza 
espressiva, esaltandone la funzione signi¬ 
ficante. 

Lo straordinario equilibrio raggiunto tra 
realismo deH'immagine-racconto e la sua 
astrazione surreale si gioca su più piani 
narrativi. In superficie c'è il racconto di 
una donna, le sue ansie, le sue solitudini, 
la sua storia, e i suoi figli. Appena più in 
profondità, la società, i suoi costumi, l'in¬ 
tegrazione, il conformismo, la ribellione; 
scendendo progressivamente più a fondo, 
è trattato il rapporto uomo/natura, tra 
equilibri perduti e ritrovati. 

A questo terzo livello narrativo l'espressi¬ 
vità visuale raggiunge il culmine di astrat¬ 
tezza e poeticità. L'equilibrio perduto è 
rappresentato dall'aridità del paesaggio e 
dalla bruttezza dell'irrazionalità edilizia 
del nostro sud. Il grigiore del cemento di 
edifici mai finiti si contrappone alla com¬ 
piuta e accecante bellezza dei colori del 
mare, della terra e del cielo. 

In questi momenti, il racconto lascia spa¬ 
zio alle immagini, si dischiude a sugge¬ 
stioni visive che si sostituiscono momen¬ 
taneamente alla narrazione per vincolare 
sensazioni ed emozioni. Cibo per gli 
occhi, che vince la sfida di non naufraga¬ 
re nel gioco stilistico e nel vuoto formali¬ 
smo. 

La scelta di muoversi liberamente tra 
diversi registri stilistico-narrativi dà l’ab- 
brivio a questa dimensione peculiare del 
non-tempo e del non-spazio, dove la fisi¬ 
cità dei personaggi fa da contrasto al non 
filmabile: sensazioni, profumi, stati d'ani¬ 
mo. La capacità di scansare un linguaggio 
retorico e magniloquente per esprimere 
l’indescrivibile (ridondanza dei dialoghi, 
voci fuori campo, scene esplicative) confi¬ 
gura uno sguardo tanto lucido e misurato 
da riuscire a diventare poesia restando 


puro, nitido e 
Per ottenere questo 
del film sembra giocare su 
dialettiche: natura e cultura, società e 
individuo, tradizione e cambiamento, det¬ 
taglio e insieme, adulti e bambini, uomo e 
donna; ma anche realismo e astrazione. 
Schiacciati dall'equilibrio di queste forze 
ed incarnati nei personaggi dei bambini e 
della donna sono le aspirazioni, le spe¬ 
ranze, l'anticonformismo e la libertà. 
L’essere donna o bambino diventa parti¬ 
colarmente difficile in una terra che, 
avara di frutti, brutalizza e castra la per¬ 
sonalità ed i sogni dei suoi figli più anti¬ 
conformisti. 

Nel racconto, la coercizione che la società 
esercita sull'uomo è visibile nella tradi¬ 
zione più che nell’autorità istituzionale, 
rappresentata da carabinieri spaesati e 
impotenti, e ciò suggerisce una riflessione 
sulla cultura e sul modo in cui questa 
diventa censura nel momento in cui limi¬ 
ta le naturali aspirazioni umane al punto 
tale da stimolarne la competitività. 

Merito delle immagini del film, prima 
ancora che della sua sceneggiatura (opera 
dello stesso Crialese), è di riuscire a ren¬ 
dere questa materia tanto densa e com¬ 
plessa in termini visivi, ritraendo gli 
atteggiamenti, i piccoli gesti e le abitudini 
di vita, anche apparentemente di poco 
conto, che sono invece indice di una 
nascente e inarrestabile competitività. 
Ricorre spesso nella pellicola l'immagine 
delle bande di bambini che instaurano 
con l'ambiente un rapporto di dipendenza 
e contrasto. Nutrendosi di ricci di mare e 
catturando uccelli, i loro gesti assumono 
la connotazione del furto, non la serena 
raccolta dei frutti donati da una natura 
sostentatrice e materna. 

Anche i pesci lanciati dai pescatori sono 
occasione di agonismo, per diventare poi 
merce di scambio con un sogno: la possi¬ 
bilità di vincere un gioco alla lotteria. 
L'equilibrio perduto tra uomo e natura, 
ma anche quello tra individuo e indivi¬ 
duo, è il tema che ricorre più spesso e 
che incornicia il dramma della figura cen¬ 
trale del film, Grazia, una donna sola e 
non capita (interpretata da un'ispirata 
Valeria Golino). Il suo carattere spregiudi¬ 
cato, quasi infantile, è confermato dai 
suoi vestitini leggeri, dal suo fare ribelle e 
istintivo, quasi irresponsabile, dal suo 
inseparabile mangiadischi giallo, che 
ossessivamente intona La bambola di 
Patty Pravo. Ed è proprio il mangiadischi 
ad essere investito di una rilevante fun¬ 
zione semantica: da semplice oggetto 
diventa simbolo dell'animo poetico di 
Grazia, del suo amore per la musica, del 


JSsbBS:: 


Respiro 


Respiro 



































ULTIMO SPETTACOLO 


rapimento che riceve dalla sua canzone 
preferita (che assurge a colonna sonora di 
tutto il film), ma anche indice della condi¬ 
zione della donna e del suo stato d'ani¬ 
mo. Il mangiadischi si fonde con l'inno¬ 
cenza infantile di Grazia, entrando con 
forza nel racconto sia come presenza fisi¬ 
ca che sonora. 

Per istinto e sensibilità, Grazia obbedisce 
alle regole naturali e si contrappone a 
quelle sociali. Fa il bagno nuda, subisce la 
poesia della natura e della musica, gira in 
motorino, ama gli animali, e per tutto ciò 
si scontra con le leggi di una società 
maschile arcaica e retrograda. Fino a 
quando libererà i cani randagi dal loro 
canile-prigione, scatenando la violenza 
del paese contro gli animali affamati e 
sentenziando la frattura definitiva con la 
comunità. Dovrà fingersi dispersa in mare 
per evitare l'umiliazione di farsi visitare 
da uno psichiatra. Soltanto alla fine del 
film il contrasto verrà sanato, durante la 
festa paesana che celebra il rinnovamen¬ 
to e la rinascita, in occasione della quale 
gli abitanti si tuffano in mare lasciandosi 
alle spalle pire incendiate di vecchi ogget¬ 
ti. Li, tra i flutti, arrossati dai bagliori del 
fuoco, Grazia riapparirà al paese e alla 
famiglia unendosi al collettivo abbraccio 
acquatico. 

Un finale in cui la potenza delle immagini 
si libera in un crescendo stilistico, restan¬ 
do a cavallo tra realismo e simbolismo e 
assumendo valenze diverse secondo la 
chiave di lettura adottata per decodificarlo. 
In questo quadro, dove durezza e degrado 
sono rappresentati dalla terra, la poesia 
del vivere è simboleggiata dal mare, dal 
blu, dal suo silenzio, dalla sua imperscru¬ 
tabile profondità. Lo spazio filmico si dila¬ 
ta, si apre verso nuove dimensioni: il 
mare è visto dal di dentro, lasciando fil¬ 
trare debolmente le immagini della terra, 
dei fuochi e del cielo come fossero un 
lontano aldilà. In esso i corpi fluttuano 
danzando nel più assoluto silenzio, cullati 
dalla ritmicità delle onde in un rassicu¬ 
rante abbraccio primordiale, liberi dalle 
ansie e dalle strutture che regolano la 
vita sulla terraferma. 

Respiro si contraddistingue immediata¬ 
mente per la forza del racconto e per la 
lucidità narrativa, tanto da comunicare 
una rara esigenza espressiva esaltata da 
un graffiarne realismo e dal seducente 
onirismo visivo. Affascina la scelta del¬ 
l'immagine rallentata, usata senza retori¬ 
ca, e colpisce la capacità di rendere quasi 
tangibili l'odore del pesce, della terra, le 
sensazioni della polvere e del salmastro 
sulla pelle. 

Crialese sceglie attori non professionisti, 


facendoli parlare nel loro dialetto e 
lasciandoli il più possibile liberi di espri¬ 
mersi, come Visconti in La terra trema; 
ma si avvicina anche al recente e fortuna¬ 
to film di Vincenzo Marra, Tornando a 
casa. Le suggestioni paesaggistiche, poi, 
richiamano alla memoria la Sicilia ferita 
di Francesco Rosi, ma anche il quadro pit¬ 
torico del deperimento urbanistico meri¬ 
dionale tratteggiato da Cipri e Maresco. 

Ma la personalità del film non è oscurata 
dalla passione cinefila del giovane regi¬ 
sta, e colloca nel modesto panorama del 
cinema italiano un film incisivo, essenzia¬ 
le e stilisticamente accurato. 

Livio Gervasio 


Nell'inverno del nostro scontento 

L'uomo del treno (Francia 2002) di Patrice 
Leconte 

I am not what I am 
William Shakespeare, Otello 

Il nuovo film di Patrice Leconte è sempli¬ 
cemente, e sorprendentemente, una delle 
cose più belle viste quest'anno a Venezia. 
Sorprendentemente, perché l'ultimo (e, 
forse, anche il penultimo) film di Leconte 
pronosticava sviluppi tutt'altro che inco¬ 
raggianti a un autore che troppo spesso 
ha finito per pasticciare un'ispirazione 
autenticamente antinaturalista con i più 
vieti cliché del "cinema poetico”. Il cui 
limite più evidente rimane, credo, la pre¬ 
sunzione di istituire il "senso” del film 
direttamente a partire da un'esasperazio¬ 
ne di strategie retoriche che, quando non 
coadiuvate da un progetto di scrittura 
sufficientemente fondato, mobilitano l'e¬ 
motività spettatoriale dall'esterno, in 
modo ingenuamente aprioristico e, quin¬ 
di, intrinsecamente scorretto e velleita¬ 
rio. Riflessioni che inquadrano bene il 
contesto ospitante de L'uomo del treno, 
una kermesse lagunare troppo funestata 
dai ritardi e dalle disfunzioni che sappia¬ 
mo per non diventare refugium per tanti, 
troppi "maestri" creativamente defunti 0 
agonizzanti (impossibile citarli tutti: 
Holland, Cavani, Bodrov...), tutti diligen¬ 
temente impegnati a tracciare un bilancio 
istruttivo, anche se del tutto involontario, 
della crisi sempre più generalizzata che 
ad ogni latitudine ha travolto consolidati 
modelli autoriali. Fossimo detrattori solo 
un tantino più audaci, diremmo che man¬ 
cava solo Wenders. Invece c’era Leconte, 


e come poteva non rispondere all’appello 
il più compromesso di tutti, da molti anni 
e molti film ormai precipitato dai critici dì 
mezzo mondo nel limbo delle promesse 
mancate, gran cerimoniere della carineria 
più stucchevole e fumosa convocato a 
infliggere alla deprìmente pochezza del 
palinsesto il colpo di grazia più sfacciata¬ 
mente pacchiano e dozzinale? Invece il 
francese stupisce tutti, con un film troppo 
intelligente per essere ruffiano (certo: 
troppo ruffiano per essere intelligente, 
potrebbe pur sempre obiettare qualcuno). 
Molto del merito va senz’altro alla scrittu¬ 
ra vibrante e nervosa di Claude Klotz 
(prolifico e - da noi - misconosciuto 
scrittore, autore di gialli mitici, racconti 
umoristici e romanzi parodistici) - già 
sodale del nostro per quello che rimane 
l'episodio più felice della sua ormai vasta 
filmografia (Il marito della parrucchiera) 

- che imbastisce una sceneggiatura 
"caterpillar'', formidabile saggio di sedu¬ 
zione e affabulazione. 
il soggetto non deroga dalla più classica 
fabula lecontiana, con l'azione appannag¬ 
gio di un nucleo ristretto di personaggi 
(due protagonisti e pochi comprimari) che 
agiscono pulsioni e desideri su uno sfon¬ 
do tanto stilizzato (storicamente, geogra¬ 
ficamente, politicamente) da sfiorare l'in¬ 
determinazione. D'altronde la non "situa- 
bilità” della storia è principio strutturante 
di tutta la poetica del regista francese: i 
suoi racconti sono viaggi di formazione 
che accadono sempre nella dimensione di 
un quotidiano fiabesco e rarefatto. 

L'uomo del treno non fa eccezione, sin 
dal titolo da "etichetta sotto il quadro" 
immediatamente assimilabile al minimali¬ 
smo poetico dei tanti attanti patologica¬ 
mente unidimensionali, costretti ad agire 
tutto il loro potenziale trasformazionale 
entro i limiti statuiti dalla funzione cui li 
ha inchiodati l'economia del racconto 
(per cui Jean Rochefort sarà sempre "il 
marito della parrucchiera”. Vanessa 
Paradis, "la ragazza sul ponte”, Auteuil e 
Kusturica per sempre vittime di "una 
amore che non muore”). Solo che "l'uomo 
del treno” (johnny Halliday, il più bravo 
"non attore” lecontiano, oltre che promo¬ 
tore del progetto) trova un suo alter ego 
in un altro uomo (infallibile, come sem¬ 
pre, Jean Rochefort), uno che i treni li 
guardava soltanto passare (ogni riferi¬ 
mento a Simenon è, ovviamente, delibe¬ 
rato e intenzionale). 

Nello specifico si tratta di Milan, truce e 
laconico rapinatore di banche che l'enne¬ 
simo treno depone sull'ennesima banchi¬ 
na dell'ennesimo paesino di provincia 
all'alba livida e azzurrognola dell'ennesi- 



L'uomo del treno 







ULTIMO SPETTACOLO 



L'uomo del treno 



L’uomo del treno 


ma giornata della sua vita da cane sciolto, 
e di Manesquier, azzimato e sedentario 
professore di letteratura francese oramai 
rassegnato ad ammuffire nei tepore del 
suo bel salotto sfogliando pregiati libri di 
stampe con i piedi ben calzati nelle sue 
pantofole di velluto. L’arrivo in paese di 
Milan non risparmia allo spettatore nes¬ 
suno degli indicatori di genere del caso. 
Infagottato nel suo cappotto sgualcito, 
con passo dinoccolato, l’uomo del treno 
incespica stancamente per le vie del pae¬ 
sino deserto già insidiate dalle lunghe 
ombre del crepuscolo. Ma - primo dei 
tanti depistaggi con cui Leconte spiazza lo 
spettatore - lo straniero (ancora) senza 
nome non fa irruzione in un saloon, bensì 
in una farmacia, alla ricerca di un analge¬ 
sico in grado di alleviare una tormentosa 
emicrania. Ed è qui che conosce il suo 
loquacissimo anfitrione, intento a onora¬ 
re l'ennesima incombenza della sua grigia 
sedentarietà prima di rintanarsi nella sua 
bella villa vuota. I due si conoscono, si 
studiano e cominciano ciascuno a invidia¬ 
re la vita dell’altro. Da questo momento 
in poi, il destino concede loro tre giorni 
per immaginare le possibilità dell'esisten¬ 
za che non hanno vissuto, prima di resti¬ 
tuirli ai rispettivi capolinea (l’esito fatale 
della rapina alla banca locale per il 
primo, di un'infelice intervento chirurgico 
per il secondo), perché, si sa, mellvillia- 
namente tutte le ore feriscono, ma l’ulti¬ 
ma uccide. 

È dunque sulla reciproca attrazione di 
due stereotipi assestati su una simmetria 
esistenziale (non meno che letteraria e 
cinematografica) speculare che la storia 
di Klotz imposta un'interazione di cui 
esplora le possibilità con virtuosistica 
densità di registri, toni, situazioni. Perché 
Milan e Manesquier, appunto, prima che 
persone sono personaggi, e in quanto tali 
albergano un retroterra iconografico 
diverso. Il primo è il potar, Simenon, il 
western (direttamente evocato dall'inci¬ 
pit). Il secondo la commedia sofisticata 
alla Sautet, il motto di spirito più pungen¬ 
te e mordace, il doppio senso e l'ironia 
sferzante venata di cinismo, misantropia 
e disfattismo del miglior cinema francese. 
Ma, è opportuno sottolinearlo, Leconte è 
un regista fondamentalmente classico, 
ama i suoi personaggi, li consegna malvo¬ 
lentieri alla seduzioni intertestuali. E così 
il fascino del film riposa sulla capacità di 
armonizzare due istanze dì scrittura 
diverse, di coordinare due movimenti 
successivi e due spinte contrastanti nella 
gestione del racconto. Sicché, ad una 
prima fase "di apertura” interessata a 
esplorare le possibilità del dialogo tra 
due universi filmici apparentemente 


incommensurabili ne succede una secon¬ 
da, di controllo e normalizzazione del 
materiale. In questo modo nulla appare 
forzato, la scrittura libera forme e sprigio¬ 
na suggestioni per poi riassimilarle subito 
alla storia, ossia ne sonda tutte le possi¬ 
bilità e poi le lascia rifluire su persone 
vive e situazioni credibili, preservando al 
tempo stesso tutta la ricchezza e il dina¬ 
mismo delle loro articolazioni. 

Il motivo di maggior interesse del film mi 
sembra davvero consistere in questa 
capacità di riaggregare con levità quasi 
mozartiana alla geometria drammatica dì 
base una quantità impressionante di 
ammiccamenti filmici, tutti stipati a coor¬ 
dinare un'audacissima e spericolata 
coreografia del senso lungo una fune 
sempre tesa sul baratro dell’inverosimi¬ 
glianza e dell’eccesso, dell'esagerazione 
barocca o dell'enfasi farsesca. In realtà, 
come si è detto, tutto si tiene sorpren¬ 
dentemente, e il gioco di fugaci spinte 
centrifughe e fulmineee giustificazioni 
centripete incastra ad arte ironia e liri¬ 
smo, disincanto e romanticismo, ritmo e 
distensione, neutralizzando ogni illazione 
circa l’autoreferenzialità postmoderna del 
giochino combinatorio e riaffermando la 
forza di un racconto che, nonostante 
tutto, rimane pienamente classico, ossia 
consapevole della funzionalità emotiva 
dei propri meccanismi di significazione: il 
piacere intellettuale indotto dalla ricono¬ 
scibilità del cliché non realizza alcun 
distacco, non nuoce mai, insomma, all'i¬ 
dentificazione proiettiva dello spettatore 
con i personaggi. 

E Leconte, si dirà? Leconte si adegua: 
intuisce, per sua stessa ammissione, la 
convenienza di non prevaricare un testo 
già compiutamente risolto e compatto, e 
disciplina il calligrafismo che negli ultimi 
film finiva per somigliare a un salvagente 
troppo pesante per non affondare anche 
il naufrago. Detto e considerato questo, 
la misura di quest'adeguamento è appas¬ 
sionata e partecipe, mai pedissequa e 
svogliata, e l’apparente sobrietà figurativa 
non va mai a detrimento di una precisa 
elaborazione del profilmico. Se la regia di 
Leconte sembra più trasparente è solo 
perché ora la sua ingerenza è pienamente 
legittimata dalla necessità interna del 
testo. L'antinaturalismo, anzi, a ben vede¬ 
re, è convocato nella sua accezione più 
piena ad arricchire la gamma già estrema- 
mente vasta di corrispondenze e di inter¬ 
ferenze. Così la prassi dello sdoppiamen¬ 
to interessa la forma non meno che il 
contenuto, con due diverse dominanti 
cromatiche (un viraggio bluastro livido, 
slavato e metallico per Milan, tonalità 
calde e autunnali per l'ovattata e aristo¬ 


cratica quiete di Manesquier) e due diver¬ 
si generi musicali, concertati ad arte da 
Pascal Estève (un blues slabbrato e deser¬ 
tico alla Ry Cooder per Milan, una strug¬ 
gente partitura d'archi alla Schubert per 
Manesquier). L'esplorazione delle moda¬ 
lità variabili e ascendenti di questa reci¬ 
procità (che, come si è detto, è formale 
non meno che esistenziale) è il banco di 
prova sul quale il film di Leconte rischia 
un afflato quasi sperimentale: quando i 
due protagonisti spartiscono la scena 
suoni e colori collidono, dialogano, si 
accordano imprevedibilmente. Ogni 
carattere alberga, in potenza, l'altro; 
nulla è ciò che sembra e la com-prensio¬ 
ne abita proprio il chiasmo (figura del 
film tutto), laddove i protagonisti muovo¬ 
no di continuo l'uno verso l'altro per 
scambiarsi le maschere (le forme) con cui 
interpretare l’assurdo gioco della vita: 
non solo il professore avventuriero e il 
cowboy pantofolaio, quindi, ma anche la 
sorella di Manesquier che, adeguatamente 
stuzzicata, prorompe in un liberatorio 
insulto rivolto a un marito imbalsamato e a 
un'esistenza (la sua) troppo condiscenden¬ 
te e remissiva, così come il ladro complice 
di Milan, che improvvisa una magnifica 
lezione di storia dell'arte e di rimpianto. 

La misura classica di Leconte e Klotz con¬ 
siste anche nell'aver compreso l'inattua¬ 
bilità di una reversione totale dei ruoli, e 
dunque nell'aver saputo conservare alla 
vicenda una veromiglianza che giova non 
poco alla struttura del film: l'attempato e 
malandato Manesquier non farà mai irru¬ 
zione in una banca armato fino ai denti 
(anche se Milan riuscirà a impartire una 
bella lezione su Eugénie Grandetal giova¬ 
ne allievo di Manesquier). Lo scambio 
rimane alluso da quel finale "incerto” che 
alcuni non hanno apprezzato, nel mon¬ 
taggio alternato che scruta i protagonisti 
mentre accordano i loro strumenti su un 
nuovo spartito, dopo quella "resurrezio¬ 
ne" contro il destino, licenziosa e passi¬ 
bilmente simbolica, che insinua l'oltrag¬ 
giosa convinzione che la vecchiaia non 
rappresenti il crepuscolo del desiderio ma 
l'alba di una consapevolezza rinnovata. E 
che la morte, di conseguenza, non sia che 
l'ultima soglia che bisogna varcare per 
rinascere a nuova vita. Riscrivere il 
romanzo della propria vita, sembra voler¬ 
ci dire Leconte, è non solo possibile ma 
necessario, se solo nutriamo ancora la 
pretesa, ingenua e romantica, di capire. 
«lo è un altro», ammoniva Arthur 
Rimbaud. Bentornato Leconte. 

Giovanni Di Vincenzo 










































ULTIMO SPETTACOLO! 



Pedagogia dello sguardo 

Il figlio (Belgio, Francia 2002) di Lue e 
Jean-Pierre Dardenne 

Olivier (omonimo dell'attore che l'inter¬ 
preta, Olivier Gourmet, Palma d'Oro a 
Cannes: perché se della verità il nostro 
cinema vuole parlare, sembrano insinuare 
i registi, dovremmo chiamarlo diversa- 
mente?) è responsabile del reparto fale¬ 
gnameria di una scuola di avviamento 
professionale. L'incipit del terzo film dei 
Dardenne ci dice di una quotidianità ope¬ 
rosa e tormentata: un colloquio con l'ex 
moglie, da cui apprendiamo che la donna, 
incinta di un altro uomo, lo ha lasciato; la 
ritualità meticolosa di un privato fatto dì 
poche, solitarie abitudini; l'attenzione e la 
dedizione che l’uomo profonde nel pro¬ 
prio lavoro, unico microcosmo sociale 
che accoglie le sollecitazioni di un investi¬ 
mento emotivo che rimane (nonostante 
tutto) necessario. 

Tutto allude alla rivelazione di un trauma 
che i Dardenne sapientemente trattengo¬ 
no, almeno fino al punto in cui il protago¬ 
nista confessa finalmente alla moglie di 
avere riconosciuto in uno dei suoi giovani 
e taciturni apprendisti l’assassino (che 
evidentemente è appena uscito da un isti¬ 
tuto di correzione, dopo avervi scontato 
cinque anni di detenzione) del loro unico 
figlio. 

Senza alcun bisogno di sbandierare "dog¬ 
matiche" quanto pretestuose dichiarazioni 
d'ascesi (si è visto quante e quali licenze, 
per giunta con risultati interessantissimi, 
von Trier continui programmaticamente a 
concedere al proprio vademecum integra¬ 
lista), i due belgi riescono ancora una 
volta a riconciliarci con un cinema d'au¬ 
tore orgogliosamente severo e radicale. 
Che, appunto, è quello così fondato etica¬ 
mente da bastare a se stesso. Ovvero 
quello in cui il punto di vista morale riful¬ 
ge e si esalta mediato da un magistero sti¬ 
listico di infrangìbile spessore naturalisti- 
co. Nessuna sottolineatura emotiva (tota¬ 
le assenza di musiche, recitazione mini¬ 
malista e quasi afasica, ma bressoniana- 
mente funzionale alla poetica), nessun 
ammiccamento retorico (dialoghi prosaici 
e totalmente inessenziali perché, inevita¬ 
bilmente, la parola è del tutto impotente 
a dire - e tanto meno a esorcizzare - il 
dolore), nessuna indicazione di lettura 
che non sia direttamente inscritta nella 
materialità di fatti svolti con impassibile 
rigore documentaristico (interminabili 
piani sequenza con la camera A-Minima — 
sorta di steadycam di recente invenzione 
- inchiodata alla nuca del protagonista, 


esasperazione "modernista" del pedina¬ 
mento di zavattiniana memoria). 

Veramente, con quest'ultimo film l'intran¬ 
sigenza dei Dardenne ha condotto una 
scrittura cinematografica tra le più limpi¬ 
de a uno stadio di scarnificazione dram¬ 
maturgica e di incandescenza etica cosi 
avanzato da far somigliare persino il Ken 
Loach più arrabbiato a Sally Potter. 

I dispositivi di continuità tematica con 
l'opera precedente sono sotto gli occhi di 
tutti (la periferia degradata, un proleta¬ 
riato vessato dalla sfortuna). La variazio¬ 
ne dell'asse focale è a prima vista imper¬ 
cettibile, ma assolutamente essenziale 
per intercettare le nuove coordinate di 
un discorso che ha il coraggio politico di 
dichiararsi incapace di scindere "sacro” e 
"profano”, di pensare alla Grazia in termi¬ 
ni genericamente astratti e non immedia¬ 
tamente suffragati da una solidarietà 
materiale tra i corpi. Concetto, questo, 
che appunto trova occasione di declinarsi 
in forma quasi letterale e al contempo di 
scansare ogni irrigidimento dimostrativo. 
Innanzitutto perché qui la tragedia è poco 
"sociale" (non solo Olivier ha un lavoro, 
ma lo ama moltissimo) e molto "persona¬ 
le” (Olivier ha perduto un figlio): il dolore 
è individuale ed esistenziale. Poi, e 
soprattutto, perché qui i Dardenne apro¬ 
no subito uno spiraglio alla speranza, e lo 
chiamano proprio "lavoro”. Esattamente 
ciò che commisurava tutto l'accanimento 
persecutorio del destino sui protagonisti 
dei film precedenti (disoccupazione, sfrut¬ 
tamento, miseria, alcolismo) diventa ora 
opportunità salvifica di riscatto, spiraglio 
vitale che istituisce uno spazio dialogico e 
i presupposti di un'affettività transitiva 
(magistrale la sequenza in cui il "padre” 
misura intuitivamente ma con millimetri¬ 
ca precisione la distanza materiale che lo 
separa dal "figlio"). Insistere sulla ritualità 
positiva e aggregante dell’artigianato, 
insinuare la praticabilità dello scambio 
relazionale nei modi e nelle forme della 
trasmissione di un sapere manuale assur¬ 
ge finalmente a forma di compromesso 
del soggetto con il mondo. La fisicità, 
insomma, come espressione primaria di 
un'irrequietezza e di un "bisogno" che 
installano la comunicazione, e dunque il 
senso, sulla premessa ineludibile dell'in¬ 
terazione tra i corpi, sulla loro coopera¬ 
zione costruttiva e materialmente verifi¬ 
cabile. Corpi in movimento: nient'altro 
che questo è II figlio, l'esito più alto di un 
progetto cinematografico fondato sulla 
profonda fiducia nel principio di pro¬ 
porzionalità inversa che sostiene il rap¬ 
porto tra economia espressiva e potenza 
emotiva. 


Per tutto questo i Dardenne rappresenta¬ 
no oggi forse il più coriaceo avamposto di 
un modello di coerenza (non solo cinema¬ 
tografica) fieramente antitetico (direi 
antagonistico) alla prassi ricattatoria che, 
squadernando con scellerata disinvoltura 
un arsenale demagogico puntualmente 
gabellato per indice di autorialità poetica 
(la "bella immagine", i dialoghi intrisi di 
letterarietà artificiosa e inverosimile, lo 
psicologismo di seconda mano, la musica 
come pleonastico "stimolatore” di emo¬ 
zioni, indotte per riflesso condizionato), 
conduce lo spettatore esattamente laddo¬ 
ve costui si aspetta di arrivare. Nulla è 
scontato, e tutto è possibile ne 11 figlio. Le 
vere intenzioni del falegname Olivier, 
quando conduce il ragazzo in aperta cam¬ 
pagna con il pretesto dì una gita domeni¬ 
cale fuori porta, rimangono precluse (a 
noi come, forse, persino a lui) fino a quel¬ 
la fine che non è una fine, ma, forse e 
piuttosto, l'inizio dì un qualcosa che la 
brutale perentorietà di uno stacco netto 
sul nero dei titoli di coda sottrae d un 
colpo ad ogni sentimentalismo voyeuristi- 
co per restituirlo al silenzioso pudore 
(ecco: pudore e rispetto) che è cifra 
espressiva e grandezza del film tutto. 

Così, l’umile e laborioso artigianato (pro¬ 
fessionale ed esistenziale) di Olivier, quel¬ 
l'ostinato e irragionevole impulso a 
"costruire” ad ogni livello, allude diretta- 
mente al modus operandi dei Dardenne. 
Come già in La promessa e in Rosetta, essi 
raggelano la messa in scena sfiorando 
quel famigerato "grado zero" che, proprio 
in virtù di un'assoluta ordinarietà (quindi 
autenticità) strutturale (volti veri, situa¬ 
zioni vere, sapiente orchestrazione dei 
tempi con brani di puro comportamenti¬ 
smo che, imprevedibilmente e senza solu¬ 
zione di continuità, rifluiscono in pura 
drammaturgia e viceversa, allertando di 
continuo lo spettatore sulla necessità di 
una partecipazione attenta e consapevole 
a tutto ciò che vede), impone allo spetta¬ 
tore la straordinarietà della sua tesi. 
Bazinianamente, solo dall assoluta verità 
del contesto il miracolo (che qui è quello, 
squisitamente laico, del perdono) trae (e 
abbatte sullo spettatore) tutto il suo 
rivoluzionario potenziale catartico. Per 


7 


I! figlio 



Il figlio 



questo II figlio, oltre che saggio dì limpi¬ 
dezza etica indiscutibile, è, al tempo 
stesso, una preziosa lezione di pedagogia 
dello sguardo. 

Giovanni Di Vincenzo 











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FAHRENHEIT 451 


Oltre l'arcobaleno. Oltre l'illusione 

Salman Rushdie, li Mago di Oz, 
Mondadori, Milano 2000, pp. in. 

La decisione obbligata di sospendere l'e¬ 
dizione del 1939 del Festival di Cannes a 
causa dello scoppio della seconda guerra 
mondiale arrivò nel momento in cui i film 
da presentare quell'anno erano già stati 
selezionati. Nella ricca lista di titoli figu¬ 
rava anche The Wizard of Oz, il film di 
Victor Fleming arrivato nelle sale cinema¬ 
tografiche statunitensi dalle fastose scu¬ 
derie MGM quello stesso anno. 

A sessantatré anni dalla mancata consa¬ 
crazione (0 forse no, chissà...) sulla 
Croisette, il Festival di Cannes decide di 
rendere omaggio a II Mago di Oz e agli 
altri film del '39 presentandoli in una 
sezione speciale dell'edizione 2002 recan¬ 
te titolo Sélection tggg. 

È a questo punto, proprio mentre la 
Montée de Marche si illumina di luce 
verde smeraldo spalancando benevola le 
porte a Dorothy e compagni, che la mente 
torna a tutto quanto è stato detto e scrit¬ 
to su Oz. Basta infatti effettuare una pic¬ 
cola ricerca per accorgersi che tra saggi, 
dissertazioni più 0 meno intellettualifsti- 
che) e interi libri quella che si ha di fron¬ 
te è una quantità disumana di materiali 
più 0 meno legittimi e validi. 

In mezzo a questo magma indistinto, spic¬ 
ca, luccicante come le Red Ruby Slippers 
indossate da Judy Garland nel film, il bel 
saggio The Wizard of Oz di Salman 
Rushdie, a quest'ultimo dedicato e pubbli¬ 
cato, nell'edizione originale, all'interno 
della BFI Classic Collection, la collana di 
cinema, direttamente curata dal British 
Film Institute, che raccoglie singoli studi 
monografici su importanti opere cinema¬ 
tografiche del passato. 

Un brevissimo testo (poco più di un centi¬ 
naio di pagine) ma interessante e di pia¬ 
cevole lettura, che si articola in due 
sezioni: un breve e spassoso "racconto" 
dal titolo All'asta delie scarpette rosse', e 
una più corposa sezione, il Breve scrìtto 
sulla magia, vera e propria analisi del 
testo filmico. 

Lasciando completamente scivolar via la 
questione dell'adattamento cinematogra¬ 
fico a partire dal libro di L. Frank Baum, 
Rushdie si concentra invece quasi esclusi¬ 
vamente sul film, senza fortunatamente 
riconoscersi nel ruolo, che non gli compe¬ 
te, del preparatissimo studioso di cinema, 
bensì calandosi perfettamente nei panni 
di un adulto che con occhio amorevole e 
malinconico si rivolge ad un piccolo tas¬ 
sello del proprio passato, ancora in grado 


comunque di animare il presente. L'idea 
alla base dì tutto il saggio, e cioè che II 
Mago di Oz non sia esclusivamente un’o¬ 
pera per bambini e che, anzi, si configuri 
come una puntuale riflessione metaforica 
sull’esilio, è assolutamente condivisibile, 
e proprio muovendo da essa non è diffici¬ 
le riconoscere in Salman Rushdie, scritto¬ 
re costretto a vivere in clandestinità a 
causa della condanna a morte emessa nei 
suoi confronti dagli ayatollah dell'Iran nel 
1989 in seguito alla pubblicazione de / 
versetti satanici, un autore-personaggio 
ideale al quale rapportare l'intera analisi. 
Tutto il testo si trova quindi in bilico tra 
un'accorata e sentita riflessione sulla vita 
stessa e una lettura specifica del film e 
della sua storia, coi suoi modi e risultati 
di proiezione, indagata da molteplici 
punti di vista, alternando nuovamente 
particolari autobiografici a momenti di 
interpretazione vera e propria del film, 
sostenuti quasi sempre da una chiave di 
lettura fortemente psicologica, che però 
non si prende mai troppo spocchiosamen¬ 
te sul serio e che, anzi, basa la sua effica¬ 
cia proprio sull'ironia con la quale il 
materiale viene analizzato. 

Tra gli spunti offerti dal saggio, senza 
dubbio interessante ed originale, specie 
per l'attuale momento storico che vede 
crescere l'attenzione verso la cinemato¬ 
grafia indiana, sembra essere la compara¬ 
zione che Rushdie propone tra II Mago di 
Oze la produzione fantasy di 
"Bollywood" 2 , con la notazione di come il 
film di Fleming, così stravagante all'epoca 
della sua uscita in sala per gli occhi 
sognanti di un bambino occidentale, risul¬ 
tasse invece, per un piccolo spettatore di 
Bombay, una cosa del tutto naturale, alla 
quale egli era ampiamente abituato, dati i 
già collaudatissimi episodi presenti nella 
cinematografia del suo paese. Due, tutta¬ 
via, sono le rilevanze culturali che appar¬ 
tengono al film di Fleming e che Rushdie 
intelligentemente sottolinea. La prima 
concerne il totale "secolarismo" che 
avvolge The Wizard of Oz, privo com'è di 
ogni riferimento alla sfera del religioso e 
di un eventuale valore cultuale di cui i 
personaggi (il Mago o le streghe, ad esem¬ 
pio) avrebbero potuto essere investiti se 
il film fosse stato girato in Oriente, pro¬ 
prio perché lontano daH'immaginario 
cinematografico indiano popolato da figu¬ 
re divine 0 demonìache, comunque divi¬ 
nizzate, detentrici di immensi poteri, che 
scendono tra gli esseri comuni per inter¬ 
ferire o contribuire allo svolgersi delle 
loro personali vicende. La seconda rile¬ 
vanza riguarda invece quella che Rushdie 
definisce una «condizione di qualità» 3 : la 


differenza di considerazione e di ricono¬ 
scimento estetico-artistico attribuita 
comunemente alle produzioni di 
Hollywood e a quelle della sua gemella 
asiatica. Un turbine di colori kitsch, que¬ 
ste ultime, al quale corrispondono per Oz 
colori altrettanto inverosimili e forse di 
cattivo gusto, ma di certo esaltati e cari¬ 
cati di tutto il potere unico e scintillante 
della grande industria statunitense, con 
le sue stelle e i suoi bei numeri musicali 
e, soprattutto, con la presenza fondamen¬ 
tale di una dimensione di verità immagi¬ 
nativa che Rushdie non ritiene lontana 
dalla nozione di arte tout court 4 . 

Al di là di questo curioso paragone, l'ana¬ 
lisi di The Wizard of Oz si orienta poi 
verso uno studio più "classico''. Cosi, par¬ 
tendo dal riconoscimento di una dimen¬ 
sione archetipica propria del testo, viene 
sondata anche la mutevole relazione tra 
la vicenda e i vari personaggi. II viaggio di 
Dorothy e dei suoi amici in terra di Oz, di 
conseguenza, non viene solamente visto 
come percorso iniziatico, ma etichettato 
di volta in volta come una sorta di para¬ 
bola della condizione migrante e di mito 
della casa mobile, desiderio del partire 
contro l'attaccamento alle proprie radici. 
La forza propulsiva della storia, dice 
Rushdie, sta tutta nell'inadeguatezza pro¬ 
pria degli adulti che obbligano i bambini a 
prendere in mano da soli il proprio desti¬ 
no 5 . Così Dorothy, cuore del Kansas, forza 
della natura e detentrice di un potere 
reale, compie un viaggio, fisico e metafo¬ 
rico, che la vede crescere e cambiare 
prima di far ritorno al proprio paese. Un 
cambiamento, tuttavia, che non tutti sono 
disposti ad accettare nel momento in cui 
il viaggio si conclude. Gli adulti, gli amici 
e i parenti che Dorothy può finalmente 
riabbracciare nell'ultima sequenza del 
film, non credono affatto al fantastico 
viaggio che la bambina dice di aver com¬ 
piuto e cercano anzi di demotivarla in 
questo suo slancio pieno d'amore verso 
nuove dimensioni delia vita stessa. «Solo 
un sogno»: ecco quello che è stato secon¬ 
do loro, ciò a cui noi spettatori abbiamo 
assistito. Una possibilità che naturalmen¬ 
te Dorothy non è di certo disposta nemme¬ 
no a prendere in considerazione, difenden¬ 
do le sue consapevolezze e iniziando una 
nuova ribellione (alla quale i titoli di coda, 
che prontamente appaiono sullo schermo, 
ci impediscono di assistere), che si ricolle¬ 
ga, quasi seguendo un moto circolare, alla 
furiosa protesta iniziale che aveva dato ini¬ 
zio al viaggio verso Oz. 

Questo finale, così svilente e senza spe¬ 
ranza, secondo una prospettiva davvero 
malinconica, costituisce secondo Rushdie 


The Wizard of Oz 




9 










FAHRENHEIT 451 


10 uno dei momenti più fastidiosi e morali¬ 
stici del film, il quale ci vuole convincere 
di come Dorothy non avesse alcun biso¬ 
gno di intraprendere un viaggio alla ricer¬ 
ca di qualcosa di non ben definito (un 
luogo tutto suo, un suo posto nel mondo, 
forse...), e di come, per di più, la piccola 
non avesse alcun diritto di arrabbiarsi 
una volta tornata nel Kansas, consideran¬ 
do valida la teoria per cui la perdita di 
qualcosa che in verità non si è mai posse¬ 
duto non costituisce una vera perdita. 

La pronta riflessione di Rushdie, leggibile 
senza dubbio anche politicamente, pone 
l'attenzione sul fatto che abbandonare 
l'infanzia significa anche allontanarsi dal¬ 
l'illusione di avere una "casa”, un punto 
collocabile in un luogo ben definito, e sul 
come, diventando adulti, ci si renda 
conto che ciò che corrisponde ad una cer¬ 
tezza non sia altro, in verità, che un insi¬ 
gnificante e fittizio dettaglio. 

Oz, un mondo che non si sa dove sia, 
oltre la pioggia e l’arcobaleno, circondato 
da un deserto in cui gli esseri umani si 
tramutano in sabbia e ricco di particolari 
cupi e perturbanti, al di là della paradisia¬ 


ca facciata, diventa allora l'unica casa 
possibile; e non è importante il fatto che 
questo posto sia così lontano dall'idea 
che di esso ognuno si era fatta, quanto è 
invece importante l'idea che non esiste, 
per noi, spazio diverso da quello che ci si 
costruisce da soli, una casa «che è ovun¬ 
que e in ogni luogo, fuorché dove abbia¬ 
mo cominciato» 6 . 

Anna Soravia 


Note 

1. Il racconto prende titolo e ispirazione dalla curio¬ 
sissima asta durante la quale, alcuni anni fa, le miti¬ 
che "ballerine’' ricoperte di sfolgoranti lustrini rossi 
vennero acquistate da un misterioso amatore per la 
bellezza di 15.000 dollari. 

2. Salman Rushdie, Il Mago di Oz, Mondadori, Milano 
2000, pp. 13-16. 

3. Ivi. 

4. Ivi. 

5. Ibidem, p. 11. 

6. Ibidem, p. 84. 


Libri ricevuti 

Le segnalazioni non escludono la possibi¬ 
lità di una recensione in questo o in altri 
numeri della rivista. L'ordine corrispon¬ 
de a quello dell'arrivo dei volumi in 
redazione. 

Martin Scorsese, Il bello del mio mestiere, 
Scritti sul cinema, trad. di Andreina 
Lombardi Bom, Minimum Fax, Roma 2002, 
pp. 154, € 11,50. 

11 libro è uscito in Francia nel 1998. 

Paolo Bertetto (a cura di), Introduzione 
alla storia del cinema. Autori, film, cor¬ 
renti, Utet Libreria, Torino 2002, pp. 382, 

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versitari italiani. 

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di), Frieda Orafe. Luce negli occhi, colori 
nella mente. Scrìtti di cinema 1961-2000, 
Le Mani, Recco-Genova 2002, pp. 422, 

€ 17. 

Massimo Marchelli e Renato Venturelli (a 
cura di), Se quello schermo io fossi. Verdi 
e il cinema, Le Mani, Recco-Genova 2001, 
pp. 168, ili. in b/n e a colori, € 18,08. 

Saggi originali, materiali, filmografia. 

Ivelise Perniola (a cura di), Cinema e lette¬ 
ratura: percorsi di confine, Marsilio, 
Venezia 2002, pp. 208, s.ì.p. 

Atti di un Convegno organizzato 
dall’Università di Roma III (dicembre 
2000), diretto da L. Miccichè. Testi di F. 
Casetti, A. Costa, P. Bertetto, P. Montani, 

J. Risset, J.-L. Leutrat, G. De Vincenti, G. 
Tinazzi, G. Orlandi Cerenza, S. Liandrat- 
Guigues, L. Mazzei, N. Dusi, A. Cioni. 
Bibliografia. 

Thomas Elsaesser, Michael Wedel, Hg., 
Kino der Kaiserzeit. Zwischen Tradition 
und Moderne, text » kritik, Mùnchen 
2002, pp. 430, ili. 

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libro era uscita, in inglese, per la 
Amsterdam University Press nel 1996. 

Tra gli autori: H. Schlùpmann, R. Rother, 

K. Thompson, J.-Ch. Horak, K. Witte, 

K. Kreimeier, B. Salt, Y. Tsivian, 

L. Quaresima. 

Vito Zagarrio (a cura di), Trevico- 
Cinecittà. L'avventuroso viaggio di Ettore 
Scola, Marsilio, Venezia 2002, pp. 334, 
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Cenciarelli (a cura di), Limelìght/Lucì della 
ribalta. Documenti e studì/Documents 
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Bologna/Le Mani, Recco-Genova 2002, pp. 

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Franco Mannino, Musica per film. Ricordi 
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Isabella Pezzini (a cura di), Trailer, spot, 
clip, siti, banner. Le forme brevi della 
comunicazione audiovisiva, Meltemi, 

Roma 2002, pp. 236, € 17,60. 

Jean Mitry, Storia del cinema sperimenta¬ 
le, trad. di Giulio Stocchi e Carole Aghion, 
Clueb, Bologna 2002, pp. 320, ili., € 24. 
Ristampa anastatica della traduzione ita¬ 
liana del libro pubblicata da Mazzotta nel 
1971. 

Rainer Werner Fassbinder, Antiteatro II, 
introduzione e cura di Roberto Menin, 
Ubulibri, Milano 2002, pp. 124, € 15. 
Contiene i testi di Per un pezzo di pane, 
Come gocce su pietre roventi, 
Katzelmacher, Il soldato americano, 

Libertà a Brema. 

Raul Grisolia, Le metamorfosi dello sguar¬ 
do. Cinema e pittura nei film di Bunuel, 
Bianco G Nero/Marsilio, Venezia 2002, pp. 
262, ili. in b/n e a colori, € 24. 

Maurizio Regosa (a cura di), Alain 
Resnais. Il metodo, la creazione, lo stile, 
Bianco G Nero/Marsilio, Venezia 2002, pp. 
358, ili., € 24,50 

Raccolta di scritti, dichiarazioni, interviste. 

Andreas Janser, Arthur Rùegg, Hg., Hans 
Richter. Die neue Wohnung. Architektur, 
Film, Raum, Lars Miiller Publishers, 

Baden, 2001, pp. 128, ili. 

Su un importante e poco conosciuto film 
di Hans Richter. Con un ricco e prezioso 
apparato iconografico. 

Thomas Christen, Das Ende im Spielfilm, 
Schuren, Marburg 2002, pp. 264, ili. in b/n 
e a colori. 

Franz Josef Gòrtz, Hans Sarkowitcz, Heinz 
Rùhmann. 1902-1994. Der Schauspieier 
undsein Jahrhundert, C.H. Beck, 

Miinchen 2001, pp. 434, ili., € 22,50. 

Fred Sellin, Ich brech' die Herzen... Das 
Leben des Heinz Rùhmann, Rowohlt, 
Reinbeck bei Hamburg 2001, pp. 414, ili., 

€ 19,90. 

Torsten Kórner, Ein guter Freund. Heinz 
Rùhmann. Biographie, Aufbau, Berlin 
2001, pp. 480, ili., € 25. 

Pubblicati in occasione del centenario 
della nascita dell'attore tedesco. 


Timothy Morton (ed.), Mary Shelley's 
Frankenstein, Routledge, London-New 
York 2002, pp. 202, ili., € 9.99. 

Giovanni Di Vincenzo, Le incrinature del¬ 
l'anima. Il cinema di Fabio Carpi, 
Associazione Sergio Amidei/DAMS Cinema 
Gorizia, Gorizia 2002, pp. 128, s.i.p. 
Pubblicato in occasione dell'edizione 
2002 del "Premio Sergio Amidei”. 

Maurizio Reberschak (a cura di), La sco¬ 
perta del cinema. Francesco Pasinetti e la 
prima tesi di laurea sulla storia del cine¬ 
ma, LUCE, Roma 2002, pp. 318, ili., s.i.p. 

La tesi di laurea ( Realtà artistica del cine¬ 
ma. Storia e critica) venne discussa pres¬ 
so l'Università di Padova nel 1933 (relato¬ 
re Giuseppe Fiocco). 

Ruggero Eugeni, La relazione d'incanto. 
Studi su cinema e ipnosi, Vita G Pensiero, 
Milano 2002, pp. 216, ili., € 14,50. 

Joachim Polzer (Hg.), Aufstieg und 
Untergang des Tonfilms, J. Polzer, Berlin 
2002 6 , pp. 506, ili. 

Sulla storia del film sonoro. 

Michael Tòteberg (Hg.), Peter Lilienthal. 
Befragung eines Nomaden, Verlag der 
Autoren, Frankfurt/M 2001, pp. 286, ili., 

DM 38. 

Rémy Pithon (sous la direction de), 

Cinéma suisse muet, Antipodes 8 
Cinémathèque Suisse, Lausanne 2002, pp. 
230, ili. s.i.p. 

Raccolta di saggi originali. 

Vittorio Martinelli, L'eterna invasione. 

Il cinema americano degli anni Venti 
e la critica italiana, La Cineteca 
del Friuli, Gemona 2002, pp. 708, ili., 

€45. 

Kevin Brownlow, Come Gance ha realizza¬ 
to Napoléon, trad. Studio Rubens, Il 
Castoro, Milano 2002, pp. 320, ili., 

€ 19,50. 

11 libro è uscito nel 1983. 

Claudio Bisoni, Brian De Palma, Le Mani, 
Recco-Genova 2002, pp. 252, ili., € 15. 

Roberto De Gaetano, La sincope dell'i¬ 
dentità. Il cinema di Nanni Moretti, 
Lindau, Torino 2002, pp. 136, ili., € 14,90. 

Laura Vichi, Henri Sorck. De Tavant-garde 
au documentaire social, Yellow Now, 


Crisnée 2002, pp. 220, ili., s.i.p. 

Roberto Campari, Cinema. Generi, tecni¬ 
che, autori, Mondadori Università, Milano 
2002, pp. 254, ili., € 15,50. 

Luciano Caramel, Angela Madesani (a cura 
di), Luigi Veronesi e doni Carpi alla cine¬ 
teca italiana, Il Castoro, Milano 2002, pp. 
158, ili. in b/n e a colori, € 15,50. 

Con preziosi apparati e una nota sul 
restauro dei film. 

Gabriele Rizza, Giovanni Maria Rossi, 

Aldo Tassone (a cura di), Il cinema di 
Costa-Gavras, Aida, Firenze 2002, pp. 164, 

ili., € 13,50. 

Saggi originali, materiali, filmografia, 
ampia intervista originale con il regista. 

Stefan Andriopoulos, Besessene Kòrper. 
Hypnose, Kórperschaften und die 
Erfindung des Kinos, Wilhelm Fink, 
Miinchen 2000, pp. 208, ili., € 25,20. 

Da leggere assieme al libro di Eugeni 
segnalato in questa stessa rubrica. 









m 

a 


mmi 




TERATURA 


la vita, a volte senza rendersene conto. Tobias ne è consapevole, ugualmen- 
^rte è lo stesso: sarebbe un prodigio, ma basterebbe a cambiare le cose? 


.vive in Svizzera e che scrìve in francese. Delle sue opere poco è pubbli- 
la di K (Il grande quaderno, La prova e La Terza menzogna)-, le due piè- 
Éi Tobias e di Line, novanta pagine urlanti, taglienti, lame infuocate che 


I iuto, accade ora, tutto il resto importa poco. Tobias un giorno è 
io più di dieci anni, fa l'operaio in un paese lontano. Le giornate si 
he è già notte fatta, ma ce ugualmente il tempo per pensare, per 
suo passato. 

lomini dei dintorni le fanno visita, tutti rozzi contadini tranne uno, 
co di Tobias, la sua unica amica, la figlia del maestro, dell’uomo 
uo padre. Quando questo accade, Tobias, ancora poco più che un 
:hiena di suo padre, cercando di trafiggere anche Esther, che giace 
t quando il suo paese è così lontano da essere soltanto un ricordo. 
]ue vada, un giorno lei tornerà. 

Si scopre tutto a tratti, piccoli momenti rivelatori sospesi tra le 
ia sbavatura. 

perché amarla significa costringerla in qualche modo a restare, sopraffarla 


Bo. Silvio Soldini aveva pensato di farne un film subito dopo aver girato Le acrobate, 
||||getto che richiede tempi lunghi e pause, per pensare bene a quello che si sta facendo. 
gfiatura 2 . È probabilmente un'ottima scelta: quello che c'era da dire lei lo ha già detto, 
Irischio di dirlo male e perdere qualcosa. 

ìani, e tutti sappiamo che risultati ha sortito questa piccola opera straripante di colori che 
fio. Pane e tulipani costituisce la grande pausa, la vacanza al mare prima di immergersi 
il secondo probabilmente non sarebbe esistito e viceversa. 

ì, compie tante scelte mirate, di certo non casuali, e lo sì capisce al primo sguardo, ma il 


|n lo è affatto, il gioco al quale ci sottopone è crudele: ci lascia vedere qualcosa che non 
fucio nel vento è solo un trucco, di ottima fattura certo, ma solamente un trucco. La bella 
pme lo sono i volti e i corpi dei due bravi attori, Ivan Franek (Tobias) e Barbara Lukesové 
le) da altri due attori, Fabrizio Gifuni e Licia Maglietta 5 , 
ice, non fa male. E non fa nemmeno vivere. 


[no d’altronde Io aveva mai dubitato. Cresciuta, certo, e con una famiglia tutta sua, un mari- 
(esso paese di Tobias. Un giorno sale sullo stesso autobus che egli prende ogni mattina per 
La riconosce subito, nessun dubbio; vederla è vedere ciò che è stato ieri e che adesso va 


.ine, la pedina e piano piano, preparandola con cautela, le dice di essere tl suo amico d ini 
i aver ucciso il loro padre, di averlo solo ferito, e apprende che Line non ha mai saputo la 
i padre quella notte di tanti anni prima sia stato aggredito da uno sconosciuto, 
fratello, non una parola. Però le dice di amarla. 


fi, crede che la Kristof sia stata troppo dura con loro e proprio per questo ritiene opportuno 
lire i personaggi. 

Dn irrimediabilmente, è inconsapevole, meno determinata. L’unica cosa che sa è che ama 
coraggio di restare accanto a lui. Anche Tobias, quello fatto di immagini e non di sole parole, 
donna e come vita e non come l'unico appiglio possibile, l'unico appoggio al quale fare riferì 


fff, sa,va l'Idea del tempo indefinito, ma non quella del luogo senza nome, dando precise indici 
||b della vicenda. Le strade tutte curve, ricoperte di neve che Tobias percorre in fretta in bici- S: 
Ifra, paesini vicino a Neuchàtel, dove vive oggi Agota Kristof. 

Iprotagonisti, il corollario delle tante altre storie inevitabili di profughi come loro, perde senso, 
I è ancor più vero se si pensa al modo in cui le diverse lingue parlate dai personaggi sono state 
(italiano Tobias, Line e gli altri personaggi est europei e lasciando in francese le altre parti. In un 
ill’essere stranieri in un luogo estraneo, purtroppo questa scelta fa in modo che il disagio venga 


















CINEMA E LETTERATURA 



Brucio nel vento 



meno e che Tobias e Line non siano più 
personaggi lontani da noi. Come sarebbe 
possibile del resto, visto che parlano la 
nostra stessa lingua? 

È ovvio che ci siano tante scelte da fare, 
tante diverse sensibilità interpretative da 
far collimare per strutturare un film, ma 
perché scegliere vie tanto semplici 
mascherando da lieto amore qualcosa che 
non lo è affatto? 

Forse per non perdere del tutto il senso 
di instabilità, di non equilibrio - non 
tanto mentale quanto più che altro "fisi¬ 
co'' - presente nel testo di partenza, nel 
film grande rilievo è dato alle parti più 
"astratte” del romanzo, quelle che raccon¬ 
tano i pensieri, i sogni e gli incubi dì 
Tobias attraverso la sua stessa voce. 11 
protagonista infatti scrive, aspettando 
Line, convinto del fatto che per essere 
scrittori si debba prima di tutto autoan- 
nullarsi. Le immagini diventano allora 
correlato oggettivo delle parole, delle 
righe del romanzo che la voce over di 
Gifuni recita troppo teatralmente, e il 
rapporto tra Tobias e la scrittura, che nel 
libro appare nuovamente come una sorta 
di salvagente, un’ancora alla quale affida¬ 
re la propria salvezza, in Brucio nel vento 
palesa la paura da parte dello spettatore 
di essere di fronte a falsità. Preso in giro 
con bugie vuote di senso. 

Quando alla fine Tobias trascina rovino¬ 
samente Line nel baratro, riprende ciò 
che è suo. Ieri si conclude con Line che se 
ne va, torna nel passato da cui era venu¬ 
ta, un buco buio e lontano. Dice a Tobias 
di odiarlo perché le ha portato via tutto 


ciò che aveva, perché le ha rubato la vita. 
Non saprà mai di essere sua sorella. 

Le parole che chiudono il romanzo sono 
schiaccianti, talmente abbaglianti da pri¬ 
vare della capacità di vedere, di dire qua¬ 
lunque cosa, mostrando che oltre un 
certo punto non c'è più nulla da chiarire. 
Non ci sono speranze, ma la vita continua 

10 stesso, governata dalla legge del più 
forte. Niente più della realtà, niente per 
cui poi disperarsi davvero. 

Line e Tobias in Brucio nel vento invece 
restano insieme, partendo alla volta di un 
nuovo paese, ancora una volta straniero 
per (ad) entrambi. Tobias dice a Line di 
essere suo fratello e Line piange un po', 
niente altro. Sbrigativamente Soldini 
cerca per i due una possibilità di riscatto, 
facendola passare per l'opportunità di 
costruire qualcosa insieme, di farsi fami¬ 
glia al di là di quanto non siano già fin 
dall'inizio. L’ultima scena ce li mostra su 
una spiaggia assolata, in Spagna presumi¬ 
bilmente. Ancora una volta un inganno 
per noi. Non c'è alcun futuro senza passa¬ 
to e alcune cose non sono umanamente 
controllabili. 

11 vento, quello bruciante, di Silvio Soldini 
non c'è e in verità non c'è mai stato. Lo si 
impara pian piano: nel vento non si può 
che camminare con fatica e dissolversi. 
Soli. 

Anna Soravia 


Note 

1. Tutti i testi di Agota Kristof sono pubblicati da 
Einaudi. La prima edizione di Ieri è del 1997. 

2. La sceneggiatura del film è stata curata da Silvio 
Soldini e da Doriana Leondeff. La Kristof ha lasciato 
per lo più che tutto il progetto andasse avanti senza 
di lei, vedendo il film solamente una volta finito. 

3. Tuttavia, proprio per la sua performance in Brucio 
nel vento, Licia Maglietta si è aggiudicata il premio 
come miglior doppiatrice della stagione 2001-2002 al 
Festival Nazionale del Doppiaggio "Voci neirOmbra”. 

















CINEMA E MUSICA 


lliiiiiil 


Wbljiv.'-v 

■ 


:; ((: 


;na. In particolare, nella 
‘te del film il registro "lirico” 
ta sonora viene accostato al 
rbido e decisamente prosaico 
e, in alcuni casi, delle immagi' 


«.eppure tramite due modem <1 «cnitura 
:;dSpst i, paiano esbrimcreipkedSatiiav;:;: 
i'Ipfteawido ddiverse 

;JSWe delle /)nra : : f;Kxdnt;fjt|(j :: tìi uitim 
slìpiie giorni 'Iella viiadi-'GioypW .p: 
ScilPèdici (HnsuVjivkov), comaritlpfdfèl 
I ,trnvt.t pontifìcia (XV! sc'O.c di e in 
Saggio particolarmente interessarti tfi 
rappréM iefizione della i . e •ruminila 
la urei sensitiva rrisnanu seppute. rat • 
eortitaattraverso le tragichi m.- ut.. 11 
li' un solfine/ Siti alia mintaie th -veline 


i* II sentimento nascosto def Sacro 


Le musiche ne II mestiere delle Miti 


In questi anni della mia vita spn sempre 
vissuto come un soldato, allo |f §sso modo 
sarei vissuto secondo i costumi dei religioni 
si, se avessi vestito l'abito che m poi tate 
Giovanni de'MediCfi 


quali propongono cosi, 
régistro religioso, una i 
immagini diversa, ispira 
lità cristiana. 

Se quindi ne L'albero dì 
menti armonici di Badi! 
gliare da! silenzio della 
dendo col naturale scoi 
ne. Il mestiere drllearn 
musiche segue la stessa 


ritratti e documenti deffepoca, fittò ado¬ 
rare. ;i tratti, effetti di tableau vivant. Dai 
un punto di vista 'filologico”* del resto,' 
per raccontare un'epoca cosi lontana 
appare più corretta una drammaturgia 
fatta di citazioni e rimandi piuttosto che 
ima ricostruzione fondatasemplicemente 
s li-criteri empirici". La mano del regista 
: diventa cosi una presenza insistente, che 
trasforma .lo sguardo nostalgico di cui si e 
-detto a proposito de L'albero desìi zoccoli 
fin ùna denuncia distaccata, che svela fin 
dall'inizio, mostrando direttamente le 
foriti storico-artistiche ; dalle quali è tratta 
ed esibendo le proprie marche di enuncia¬ 
zione. il suo caràttere meditato dì opera¬ 
zione intellettuale!.inoltre, l'inevitàbile 
stilizzazionedeì racconto che deriva da un 
( sìmile approccio, oltre a indebolire l'im¬ 
pressione di verosimiglianza del testo, . 
sembra spingere l'opera verso una sorta : ; ; ì 
di manierismo perfettamente antitetico ài. 
classicismo di cui si è parlato più su: EH 
conseguenza ne II Mestiere delle armi il 
sacro assume una valenza prevalentemen- 
. te negativa sia su! piano del contenuto , 
che:sii quello della forma, ponendosi in 
conflitto con le vicende narrate ed emer- 
g@§BO dalla contrapposizione insistente 
fra piani e registri diversi. ■ 

Sì pensi per esempio alia continua tensio- 
ne morale del protagonista, che tenta insi¬ 
stentemente di conciliare il proprio 
mestiere di soldato con l'osservanza della 


|pW|Ì|||ògni -, 
|||l|i|pÌ3itt : o 
’V/'U/i fipnwtnerevolf:: 
tfeffautore Prendendo; 


modello di Vos u/unc stot.« ■' sia -'à'o 
ad/vMiom, per f:-tt 
uh,l'ira diGuvizioiK uvei no i tema me- 
-.m-itiiif •• erro ì. opp-m .ime quasi 
pàradìgnirt*^ g d.f- |me *gé tra i due film. 

I!/ Sill'bv. 'io. me una gius!UH .ino u■ 
ìmiiit'dtàiS'ihefidi fiorenti còntesti:storict:tftv5 
e che, 

presentino entrambi momenti esemplari 
di decadenza e perdita di certi valori 8 , 
hanno costretto l'autore a scegliere duè 
approcci mirrativi antitetici. ffl ’ 4 ' 
u.t:olii(uiiiu'Conladina mosf&tai;ne;;v:/|p':' : 
£ 'albero degli zoccoli rappresenta infatti 
uri tempo .incora relativamente, vicino alle 
esperienze umane del regista che. ispira¬ 
tosi ad un racconto trasmessogli dtre-tta- 
mente dalla propria noftfià®. ne.h'appo- : 
stato una. rievocazione basata prevalente¬ 
mente sul sentimento de! «cordo e della 
nostalgia. In questo caso, quindi, tramite 
uri registro fiabesco privo.dt qualunque 
.traccia di climax o suspense, l'autore àrii- 
va a nascondere talmente la propria mano 
•da mostrare un mondo quasi svincolato;da 
ogni rifer imento storico, sospeso in un 
tempo immobile m grado da solo di esau¬ 
rirei proprio senso e * proprio: mistero. Il 
saèro trapela dalia terra seguendo i ritmi... 
e i. , it.i he desti«b.urti di una cascina 
lombarda verso la (me de! XIX secolo, eh | 
lilavòti.nei csmpt;/,Ji v stesso tradizioni : : 
ii/i.^oriiéàfìchéitì^itofi'ìiiàdini vengono ':.§;( 

|. mostrati ctiloiiiinisprtàdi(autentiche 1 : v-( 
passioni rtfdàft-capaci « assumere un 
Valore litigio La coverta stessa dei per-: 
settaggi, ì&petfelta armomacon la dentri- i 


esteso comunque, pui tnqua- 
ȓttrq fa'prospettiva cristiana 
dajiii !stessi|:tfgistàv ndSjwir- ; : 
grifo ai soggetti di quest'ultimo 
|to-contenuto ri'iieio«.o cotanto 

■ aòesfe5fa:cùi ilsacroiirìmane 


:Bef; : fÌSteiìtìÌÌ:: 


'ca^^Kticaii 


ere proprio la difficoltà 
pumi di vista coso;' 
iaìunque gesto e awe- 
ìmàndando sempre. 


ina presenza trasferì 
le cose 11 , Cosi, a causa 
contrasto, comune del 
jgm autore cristiano 5 , 
ifjà-dei linguaggio e dei: 
ii:;i|ìmà(dì#n sentii ; ; :( 


(eristica s 
i, infatti, « 
presenza : 













CINEMA E MUSICA 


lità che pervade il testo con una luce dif¬ 
fusa, essendo costretta nei gesti e negli 
atteggiamenti di un soldato, viene conti¬ 
nuamente tormentata e stravolta. Il 
mestiere delle armi, quindi, quasi rove¬ 
sciando la sua stessa ispirazione attraver¬ 
so ricercate soluzioni espressive, si pre¬ 
senta senz'altro come un esito estremo 
nel percorso estetico di Olmi, capace di 
opporre alla forma lineare e compatta de 
L'albero degli zoccoli, colma di una religio¬ 
sità limpida e immediatamente comprensi¬ 
bile, un impianto narrativo decisamente 
rarefatto, in cui il sacro viene continua- 
mente ripensato e stravolto, lacerato nelle 
musiche e nel racconto. 

Federico Torre 


Note 

1. Se il sacro, come osserva l'Enciclopedia generale De 
Agostini, «è una categoria religiosa d'importanza tale 
che la sua stessa definizione può distinguere e acco¬ 
munare diversi indirizzi di studi», è bene precisare 
come la dottrina cattolica non preveda una definizione 
esauriente e precisa di un simile concetto, in quanto il 
sacro, legato indissolubilmente alla presenza del divi¬ 
no, rappresenta lo stesso mistero e postulato sul quale 
si fonda il pensiero cristiano. 

2. Pensiamo per esempio a La Genesi (1994), ma anche 
a ... e venne un uomo (1965) e Cammina cammina 
(1983). 

3. A questo proposito, Alessandro Cappabianca osser¬ 
va come esistano due approcci differenti per rappre¬ 
sentare la sacralità al cinema: l’uno diretto, quasi vio¬ 
lentemente esplicito, di stampo hollywoodiano, e l'al¬ 
tro, invece, che tende a perseguire un registro realista, 
di matrice europea, procedendo tramite allusioni. 

Scrive infatti Capppabianca-. «Lo spettacolo della 
Santità può continuare, Hollywood poteva ancora col¬ 
legarlo al grande spettacolo barocco, all'altare, al mar¬ 
tirio, al trionfo, ma il "senso" della Santità non è più lì, 
non è più nello spettacolo che offrono. Una pratica di 
spettacolo quale quella cinematografica deve dunque 
"celarsi", segmentare la verità in tante piccole (credibi¬ 
li) realtà quotidiane». Cfr. Alessandro Cappabianca, li 
cinema e il sacro, Le Mani, Recco 199®- P- 2 ®- 
Vorremmo inoltre aggiungere, richiamandoci alle teo¬ 
rie di Benjamin, come da un punto di vista teorico 1 e- 
stinzione delta categoria del sacro nel linguaggio cine¬ 
matografico vada necessariamente legata allo smarri¬ 
mento, nel XX secolo, del carattere cultuale dell’opera 
d’arte a favore di una sua fruizione "distratta , basata 
prevalentemente sul principio dell'esposizione. Cfr. 
Walter Benjamin, L'opera d'arte nell'epoca delia sua 
riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966. 

4. In molti dei suoi lavori, dunque, seppure affrontata 
da una prospettiva opposta, Olmi sembra condividere 


la medesima poetica che ispirava, per esempio, il cine¬ 
ma di Pier Paolo Pasolini o di Luis Bunuel, tesi costan¬ 
temente a insinuare le tracce del sacro fra soggetti di 
carattere marcatamente, spesso provocatoriamente, 
profano. 

5. La caratteristica comune all’opera di ogni autore cri¬ 
stiano che non voglia trattare direttamente un sogget¬ 
to sacro, infatti, sembra essere proprio la necessità di 
collocare comunque, al termine dei propri intrecci, la 
presenza di una risposta e di un significato preciso ad 
uno scopo, tanto che l’indecidibilità comune a tanta 
parte dei soggetti del Novecento sembra rivelarsi una 
categoria insostenibile per un'opera d’ispirazione reli¬ 
giosa. Pensiamo, per esempio, al procedimento tramite 
il quale ne I promessi sposi Manzoni arriva a rappre¬ 
sentare lo stesso flagello della peste come espressione 
della Provvidenza e dunque, anch'esso, come manife¬ 
stazione del sacro; del resto, l’ispirazione manzoniana 
presente, tra gli altri, ne L'albero degli zoccoli è già 
stata ampiamente osservata dalla critica, la quale 
peraltro ne ha riconosciuto le tracce non soltanto sul 
piano tematico, ma anche in alcuni particolari snodi 
narrativi. In questo senso rimandiamo alle osservazio¬ 
ni di Jeanne Dillon a proposito del registro di tipo 
manzoniano con cui viene rappresentato il personag¬ 
gio del padrone, e dunque il potere, ne L'albero degli 
zoccoli. Cfr. Jeanne Dillon, Ermanno Olmi, La Nuova 
Italia, Firenze 1985, p. 57 - 

6. Lo studioso rumeno Mircea Eliade osserva infatti 
come nella religione giudaico-cristiana i fatti storici 
divengano, per la prima volta, «delle situazioni dell’uo¬ 
mo di fronte a Dio, e come tali acquistano un valore 
religioso che nulla fino ad allora poteva loro garantire. 

Si può dunque affermare che gli Ebrei furono i primi a 
scoprire il significato della Storia come epifania di Dio. 
concezione che, come ci si poteva aspettare, fu poi 
ripresa e ampliata dal cristianesimo». Cfr. Mircea 
Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, 
Sansoni Editore, Firenze 1996, p. 385, e, più in genera¬ 
le, sempre dello stesso autore, Il mito dell'eterno 
ritorno, Boria, Roma 1968, passim. 

7. L’autentico soggetto del film, infatti, prima ancora 
delle gesta di Giovanni de’Medici, sembra voler essere 
l’incedere tragico e inevitabile degli eventi storici. In 
questo senso non è un caso che nel dramma compaia¬ 
no soltanto personaggi dal risalto storico importante, 
tutti presentati attraverso richiami più o meno espliciti 
alla ritrattistica dell'epoca; si vedano, fra le altre, le 
corrispondenze tra la posa nella quale Olmi presenta il 
personaggio di Francesco Maria della Rovere Duca di 
Urbino e la postura dello stesso nel suo ritratto dipin¬ 
to da Tiziano (Tiziano, Francesco Maria della Rovere 
I1536-38I, Galleria Degli Uffizi, Firenze). In generale, 
comunque, è più corretto osservare come Olmi non si 
sia basato tanto su riferimenti pittorici precisi, quanto 
piuttosto su una generica iconografia tradizionalmente 
legata ad ogni personaggio. 

8. Da una parte, per L'albero degli zoccoli, ci riferiamo 
alle prime fasi della rivoluzione industriale italiana, 
con l’inevitabile smarrimento dei valori legati alla 
civiltà contadina, e dall’altra alle troppe nefandezze 
che funestarono la storia politica italiana del XVI seco¬ 
lo. In entrambe le opere, quindi, si potrebbe parlare di 
una sorta di decadenza del sacro che. in particolare ne 
Il mestiere delle armi, coinciderebbe con un processo 
di demistificazione della figura dell'eroe incarnata da 


Giovanni de'Medici. Cfr. Charlie Owen, Ermanno Olmi, 
Gremese Editore, Roma 2001. p. 151. 

9. Cfr. Ibidem, p. 96. 

10. Cfr. Jeanne Dillon, op. cit., p. 80. 

11. Una simile soluzione estetica è rintracciabile peral¬ 
tro in quasi tutte le scelte narrative operate dal regi¬ 
sta: dalla lingua "alta" utilizzata nella narrazione fuori 
campo, affidata alla voce di Pietro Aretino, fino agli 
stessi caratteri "arcaici” delle didascalie. Per quanto 
riguarda invece i richiami più strettamente pittorici, 
tentando di inquadrare il film nella classificazione pro¬ 
posta da Antonio Costa circa le forme possibili di con¬ 
taminazione fra il linguaggio filmico e quello pittorico, 
il caso de II mestiere delle armi andrebbe senz’altro 
collocato accanto a film come Barry Lyndon 0 / misteri 
del giardino di Compton House, che usano cioè la pit¬ 
tura per «ricostruire l’immagine di un'epoca storica 
con criteri di coerenza e plausibilità». Cfr. Antonio 
Costa, Il cinema e le arti visive, Einaudi, Torino 2002, 
pp. 74-75. Occorre però aggiungere come lo stesso 
Costa abbia definito II mestiere delle armi un vero e 
proprio "miracolo”, difficilmente inquadrabile entro le 
categorie da lui proposte circa Peffetto dipinto'. 

12. Ancora Jeanne Dillon, a proposito della musica di 
Bach utilizzata ne L'albero degli zoccoli, osserva addi¬ 
rittura come questa rappresenti «il simbolo della gra¬ 
zia divina che si riversa sui personaggi». Cfr. Jeanne 
Dillon, op. cit., p. 81. 

13. Cfr. Igor Stravinsky, Symphony of Psalms, in 
Stravinsky Symphonies, Decca, London 1999. Le musi¬ 
che di Stravinsky vennero peraltro già impiegate da 
Olmi per la colonna sonora de La leggenda del santo 
bevitore (1988). 

14. In realtà, larga parte delle musiche di Vacchi utiliz¬ 
zate nel film sono tratte dalla raccolta Luoghi immagi¬ 
nari, un ciclo di composizioni da camera scritte tra il 
1987 e il 1992. Cfr. Fabio Vacchi, Luoghi immaginari, 
Edizioni Casa Ricordi, Milano 1996. Si può dunque 
osservare, anche in relazione al pezzo di Stravinsky, 
come tutte le musiche impiegate ne il mestiere delie 
armi appartengano all’ambito della contemporaneità 
più o meno ristretta, denunciando quindi una struttura 
dal taglio marcatamente atonale che si allontana, 
aggiungendosi al gioco infinito di contrapposizioni che 
alimentano il testo, dalla linearità melodica tipica del 
XVI secolo. Per quanto riguarda la colonna sonora, 
dunque. Olmi sembra seguire una logica opposta 
rispetto al principio "della citazione” utilizzato per la 
messa in scena, sebbene lo stesso regista, in un inter¬ 
vista rapidissima raccolta davanti al cinema Lumière 
di Bologna del 13 aprile 2002, ci abbia dichiarato di 
avere scelto Vacchi per una semplice questione di 
"sensazione”. 

15. Al carattere sacro della musica di Stravinsky si 
oppongono infatti alcune visioni dell’eroe dal conte¬ 
nuto marcatamente blasfemo, che sembrano rappre¬ 
sentare le tentazioni stesse di Giovanni caduto in una 
sorta di estasi delirante; assistiamo quindi, tramite 
un’incerta soggettiva, a frammenti di incontri amorosi 
fra il protagonista e la propria amante (Sandra 
Ceccarelli), ai dettaglio ravvicinato del pube di una 
donna colto neH'ingrandimento di un affresco, fino 
all’immagine emblematica e angosciante del volto 
rovesciato di un Cristo. In questo caso, dunque, gli 
indici religiosi sembrano subire una sorta di vera e 
propria "scristianizzazione”, processo peraltro già pre¬ 



II mestiere delle armi 




Il mestiere delle armi 


sente in altre precedenti opere del regista dove, come 
osserva per esempio Jeanne Dillon a proposito de / 
fidanzati (1963), essi arrivano addirittura ad essere 
usati come pretesto per spunti comici. Cfr. Jeanne 
Dillon, op. cit., p. 80. 

16. Anche in questo caso, infatti, ci sembra di poter 
riconoscere nella musica di Vacchi se non un'esplicita 
ispirazione religiosa quanto meno un registro sacro, 
sebbene il testo della lirica contenga la canzone FIow 
My Tears del poeta elisabettiano John Downland; del 
resto, le parole dell'aria di Vacchi, in un primo 
momento, vengono quasi coperte dalla bellissima pre¬ 
ghiera pronunciata dal parroco al capezzale del prota¬ 
gonista. Per quanto riguarda la presenza del sacro nel¬ 
l'arte contemporanea, comunque, richiamandoci anco¬ 
ra all’autorevolezza di Mircea Eliade, occorre precisare 
come questa non possa più essere riconosciuta «trami¬ 
te criteri estetici precisi in quanto, da oltre un secolo, 
l'arte sacra non riflette più concezioni religiose classi¬ 
che». Cfr. Mircea Eliade, "La permanenza del sacro nel¬ 
l’arte contemporanea ”, in Spezzare il tetto della casa, 
Jaca Book. Milano 1997- PP- ( 9 ' 20 - La stessa Enciclo¬ 
pedia generale De Agostini, a questo proposito, osser¬ 
va come, «a causa dell’abolizione del latino come lin¬ 
gua liturgica, la sostanziale messa fuori gioco del 
repertorio tradizionale ha posto in tutta la sua urgenza ; 
la necessità dell’elaborazione di un nuovo stile musi-, 
cale liturgico e ha sollecitato una revisione deìtosfes^-:; 
so concetto di musica sacra». 


15 







CINEMA E MUSICA! 


16 


(fig. i) II Kinetophone di Th. A. Edison (1913). 
Immagine tratta dal sito governativo dedicato all’o¬ 
monimo Parco Historic Photographs/Kinetophone 
all'indirizzo Internet www.nps.gov/edis/wrlist.htm 




Compresenza 

Assenza 


Spaziale 

Dal vivo 

Spaziale 

1 


I 

! 11 




Simultaneità 

vaudeville, 

| radio in direna, 

Temporale 

concerto 

i 

1 



1 

Anteriorità 

Diumondvuion stadium replay 


1 televisione in diffcnia 

Temporale 

ni 

! Iv 

1 Registrazione 


(fig. 2) Schema proposto da Steve Wurtzler sulle rela¬ 
zioni di simultaneità spaziale e temporale degli spet¬ 
tacoli. La posizione n. 1 indica la situazione di rappre¬ 
sentazione eseguita dal vivo, mentre la posizione n. 4 
riassume invece la condizione di un’esibizione com¬ 
pletamente pre-registrata. 

Tratto da Steve Wurtzler, "’She Sang Live, But The 
Microphone Was Turned Off: The Live, thè Recorded 
and thè Subject of Representation", in Rick Altman 
(ed.), Sound Theory, Sound Practice, Routledge, New 
York-London 1992, p. 89. 


Il problema della diffusione della 
musica nel cinema 1 

A partire dagli anni Novanta si è andata 
sempre più affermando l’idea che stiamo 
vivendo nella terza era della riproduzione 
sonora 2 . La prima era è stata quella della 
monofonia, iniziata nel 1877, dall'inven¬ 
zione del Fonografo di Edison, e protrat¬ 
tasi fino agli anni Cinquanta. La seconda 
era sorse sulla base di sperimentazioni 
già avviate negli anni Trenta, coinvolgen¬ 
do il grande pubblico della metà degli 
anni Cinquanta; essa «rafforzò la riprodu¬ 
zione del timbro e aggiunse due spazi 
dimensionali: la distribuzione destra/sini¬ 
stra degli esecutori sul palcoscenico, e un 
insieme di indicatori acustici che permet¬ 
tono all'ascoltatore di percepire una [più 
accurata] dimensione frontale di profon¬ 
dità» 3 . La terza era, l’era del surround, è 
quella che caratterizza i nostri tempi, non 
solo per la costante presenza nelle sale 
cinematografiche di sistemi multicanale 
sempre più sofisticati, ma anche per la 
loro recente diffusione, al limite dell'in¬ 
vadenza, anche nei sistemi casalinghi, 
come quelli home theatre, che negli ulti¬ 
mi anni si sono imposti per merito del¬ 
l’avvento della tecnologia DVD, e nelle 
più recenti applicazioni a vantaggio dei 
Personal Computer. 

Questa suddivisione, pur non compieta- 
mente condivisibile per molti aspetti, 
appare accettabile per la grande efficacia 
nel presentare l'evoluzione della tecnica 
di registrazione come una progressiva 
conquista dello spazio acustico. 11 limite 
di questa prospettiva, comunque, consiste 
semmai nel porre eccessivamente in rilie¬ 
vo l’aspetto tecnico rispetto all'uso delle 
metodologie operative che, in ultima ana¬ 
lisi, sono le sole a permettere di definire, 
spesso indipendentemente dagli strumen¬ 
ti utilizzati, una reale efficacia e pertinen¬ 
za di risultati. La visione diacronica 
espressa dalla tripartizione in oggetto 
presuppone inoltre una netta sequenzia¬ 
lità temporale che lascia in qualche modo 
intendere l’esclusiva e indiscriminata 
affermazione di ciascun procedimento 
tecnico nella rispettiva era; atteggiamen¬ 
to che appare formalmente, quanto 
sostanzialmente, erroneo, in quanto qual¬ 
siasi evoluzione tecnologica solo rara¬ 
mente azzera completamente i procedi¬ 
menti e gli strumenti precedentemente 
utilizzati. Oggi viviamo infatti non solo 
nell’era del surround, ma in un'epoca che 
vede la compresenza di tutti e tre i siste¬ 
mi di riproduzione, e la cui specificità 


consiste semmai nei meccanismi e nei 
procedimenti attuati per favorirne la pro¬ 
ficua convivenza. 

Scandire in maniera così decisa il passag¬ 
gio da un sistema all'altro di diffusione 
sonora accentua tuttavia la progressiva 
importanza assunta da ognuno di essi, e 
quindi, in ultima analisi, dall'atto della 
fruizione, dell’ascolto. 

Il cinema, in quanto arte legata alla tecni¬ 
ca, non solo rientra nell'ambito della pro¬ 
spettiva evolutiva così presentata, ma, 
sotto molti punti di vista e in maniera 
inaspettata, ne è stato uno dei principali 
artefici, poiché al tempo stesso oggetto e 
protagonista dell'evoluzione tecnologica: 
fucina di tecniche operative e di sistemi 
di utilizzazione, che in seguito si sono 
riversati, con profitto, anche in ambito 
strettamente musicale. Sebbene la natura 
del cinema sia infatti soprattutto visiva, l'e¬ 
voluzione della sua tecnica ha tuttavia inte¬ 
ressato numerosi problemi linguistici che, 
sotto molti punti di vista, hanno coinvolto 
aspetti essenzialmente sonori. 

«Il suono - ricorda a questo proposito 
James Lastra - ha posto spesso una grande 
enfasi sullo status del cinema come genere 
di performance, sia mediante le elaborate 
pratiche di accompagnamento sonoro sin¬ 
cronizzato, e di lettura, sia con presentazio¬ 
ni musicali di varia specie. Prima del 1910, il 
suono molto spesso ha dominato o minac¬ 
ciato di dominare l'immagine, in termini di 
concezione, produzione, presentazione e 
anche di ricezione» 4 . 

Cerchiamo ora di investigare alcune delle 
tappe evolutive della conquista della 
dimensione spaziale dei suono nella sto¬ 
ria del cinema - più precisamente dai 
primi passi del sonoro fino a Fantasia di 
Walt Disney -, e confrontarle con il 
parallelo interesse per questo tema sorto 
nella musica colta. «La percezione del 
suono nello spazio - come ha sottolinea¬ 
to infatti John M. Chowning — resta un 
argomento critico per la musica composta 
per altoparlanti, sia preregistrata, sia 
emessa da sintetizzatori digitali in tempo 
reale» 5 , poiché la percezione dell'ambien¬ 
te esecutivo, la definita caratterizzazione 
di ciascun elemento timbrico e strutturale 
del suono risultano essenziali alla deter¬ 
minazione del senso musicale e dei suoi 
rapporti con gli aspetti visivi e formali. 

Nel cinema, in particolare, il rapporto del 
suono con l’immagine, e quindi la com¬ 
presenza di differenti strutturazioni lin¬ 
guistiche, pur finalizzato all'edificazione 
di una nuova espressione nel panorama 
della produzione artistica, ha prodotto la 
stratificazione di numerose questioni tec¬ 


nico-produttive e una conseguente meto¬ 
dologia operativa che ha finito, spesso, 
per risultare determinante per ciascuna 
disciplina coinvolta. 

Già Benjamin, nel suo noto saggio sulla 
riproducibilità tecnica dell'arte, poneva 
l’accento sugli aspetti più innovativi del 
sistema produttivo cinematografico, quali 
la trasformazione del rapporto fra opera 
e pubblico o le funzioni del montaggio e 
dell'inquadratura, procedure legate diret¬ 
tamente alla natura del mezzo tecnico, 
utilizzate a fini espressivi 6 . Tali osserva¬ 
zioni varranno, ad esempio, anche per la 
musica, la cui «ricezione nella distrazio¬ 
ne»? è divenuta forse oggi la caratteristica 
più evidente; oppure esse riguarderanno 
la stessa tecnica di registrazione multi- 
traccia digitale, che ha fatto proprie, e se 
possibile rendendole ancor più versatili, 
tutte le procedure di assemblaggio tipiche 
deìì'editing cinematografico. 

Nonostante l'imponente rilievo assunto 
dall'apporto del suono aH'immagine in 
movimento, il passaggio dal cinema muto 
al cinema sonoro, com'è noto, non fu 
invece particolarmente traumatico. In 
fondo si trattava semplicemente di sosti¬ 
tuire l’esecutore, 0 gli esecutori, dal vivo 
con un mezzo meccanico. Questo evento 
non procurò altro che l'ingresso del cine¬ 
ma fra le arti acusmatiche: cioè quella 
condizione dell'ascolto, teorizzata da 
Pierre Schaeffer nell'ambito della più 
vasta teorìa della musica concreta 8 , che 
risulta svincolata dalla visione della sua 
fonte di produzione. 

«La produzione sonora a cavallo degli 
anni '20 e '30 - ricorda infatti Ennio 
Simeon - è fortemente condizionata dai 
problemi tecnici. Sono molti i film girati 
muti e la cui colonna sonora fu aggiunta 
in un secondo tempo, oppure i film con¬ 
cepiti direttamente come sonori ma dota¬ 
ti di una musica interrotta, del tutto ana¬ 
loga all'accompagnamento eseguito dal 
vivo» 9 . Ciò che accade non è altro che 
l'inclusione, con tutti i limiti tecnici del¬ 
l'epoca, delle apparecchiature audio 
disponibili - macchine a cilindro, macchi¬ 
ne a disco - nello strumentario cinemato¬ 
grafico. I primi problemi appaiono dun¬ 
que essenzialmente limitati al fenomeno 
della sincronizzazione. Dal Kinetoscope di 
Thomas Edison, che fu brevettato nel 
1891, con le varianti realizzate da Leon 
Gaumont in Francia all'inizio del 
Novecento, al Syncroscope della 
Paramount, utilizzato da Cari Laemmle, il 
problema delle origini dell'introduzione 
del sonoro nel cinema risente inevitabil¬ 
mente dell'unione di differenti media, il 











CINEMA E MUSICA 


che procura un interesse indirizzato verso 
una dimensione unicamente temporale 
ancora lontana da qualsivoglia interesse 
spaziale. Queste sono infatti macchine 
ancora molto compatte, che prevedono 
sistemi di amplificazione degni di un 
comune grammofono di uso domestico 
(fig. i). 

«Fino al Vitaphone, [però,] la storia del 
suono cinematografico è la storia di un 
fallimento continuo, non di tecnologia ma 
di marketing» 10 . 

La mancata diffusione dei mezzi tecnolo¬ 
gici che immediatamente si svilupperanno 
nel corso dei primi decenni del 
Novecento appare così solo parzialmente 
dovuta all'inadeguatezza tecnica dei siste¬ 
mi via via prodotti. Lo scarso interesse 
del pubblico consiste piuttosto nella 
sostanziale indifferenza alla presenza del 
suono, così come veniva realizzato, nel 
contesto delle immagini in movimento. 
«Prima dell’innovazione della registrazio¬ 
ne e della riproduzione sincronizzata - ci 
avvisa infatti Wurtzler - il cinema era 
caratterizzato dalla disgiunzione tra la 
collocazione del suono e gli eventi visivi. 
L’evento proposto daH'immagine era spa¬ 
zialmente assente e temporalmente ante¬ 
riore al pubblico [...]. Ma il pubblico 
instaurava un differente rapporto con 
l'accompagnamento sonoro, sia che fosse 
effettuato dall'orchestra, da un pianofor¬ 
te verticale, da una narrazione dal vivo o 
da un potente Wurlitzer»". L'evento pro¬ 
posto dal suono era quello di una più evi¬ 
dente presenza fisica, che è riassumibile 
nello schema proposto in fig. 2 dalla posi¬ 
zione n. 4. 

La vera rivoluzione del sonoro nel cinema 
non risiede quindi tanto nell'accompa¬ 
gnamento musicale, bensì nell'uso del 
parlato-, nella differenziazione, cioè, di 
diversi strati sonori che improvvisamente 
si trovano ad agire contemporaneamente. 
11 sin troppo noto The Jazz Singer (1927) 
precede di un solo anno quel Don Juan 
(1926) (fig. 3) passato alla storia come 
primo film musicale; eppure quando 
introduce il parlato lo fa in una maniera 
assai graduale. Non nascondendo gli evi¬ 
denti intenti commerciali, il film evita in 
un certo senso di affrontare la dialettica 
fra i due piani sonori e si limita a propor¬ 
re le canzoni di Al Jolson, alla cui vita è 
dedicato, con brevi momenti di dialogo. Lo 
spunto biografico della carriera artistica 
utilizzato dal film diviene quindi il nucleo 
narrativo centrale ed agevola la separazio¬ 
ne delle due forme sonore sia dal punto di 
vista organizzativo e registico, sia da quello 
del pubblico che le recepisce. 

L'avvento del sonoro modifica però 


immediatamente anche il rapporto, fati¬ 
cosamente stabilizzato, fra le tecniche fil¬ 
miche di ripresa e il montaggio. Già nella 
dichiarazione-manifesto 11 futuro del 
sonoro di Sergej Ejzenstejn, Vsevolod 
Pudovkin e Grigorij Aleksandrov del 1928 
il problema centrale sembra l'utilizzazio¬ 
ne del suono nell'ambito delle tecniche di 
montaggio, la creazione di quell'uso «con¬ 
trappuntistico del suono rispetto all'im- 
magine» che, solo, poteva offrire nuove 
possibilità di montaggio creativo 12 . Il pro¬ 
blema, dunque, rimane vincolato alla pre¬ 
senza del suono "fuori campo", alla sua 
natura acusmatica. 

L'organizzazione delle diverse funzioni 
sonore nel cinema porta così alla distin¬ 
zione fra in, fonte inquadrata, e off, la cui 
sorgente, acusmatica, non è visualizzata. 1 
suoni off, che comunque appaiono ancora 
diegetici, vengono poi a loro volta distinti 
da quelli over, che non appartengono 
cioè alla storia narrata, come gran parte 
della colonna musicale. Sarà proprio que¬ 
sta natura acusmatica, secondo Chion, a 
contraddistinguere il cinema da tutte le 
altre arti: «La voce sincrona rimanda al 
teatro; la musica per film rimanda al tea¬ 
tro d'opera, al music hall, al melodram¬ 
ma, ecc.; mentre la voce di commento 
proviene dalla lanterna magica, dalla 
proiezione commentata, che è un'arte 
antichissima»' 3 . La differenza di tutti que¬ 
sti piani sonori, che per essere percepiti 
devono necessariamente essere distinti e 
chiaramente riconducibili alla loro funzio¬ 
ne narrativa, propone quindi una suddivi¬ 
sione dello spazio sonoro nel cinema, 
spazio che appare fortemente strutturato 
sia nei confronti dell'intreccio drammati¬ 
co, sia nell’apparato tecnologico-produt- 
tivo preposto alla sua realizzazione. 

Tutto questo richiama in qualche modo le 
tecniche di differenziazione acustica uti¬ 
lizzate già nella radio. Mediante una sud- 
divisione in layers sonori' 4 si distribuisco¬ 
no gli eventi nella trasmissione in modo 
che «il suono diventa così un indice spa¬ 
ziale e cessa di essere un suono isolato, 
per diventare un suono caratterizzato dal 
suo rapporto con altri suoni che si trova¬ 
no nello stesso ambiente»' 5 . Infatti, ricor¬ 
da sempre Rudolf Arnheim, «per chi vede, 
le percezioni uditive indicanti lo spazio 
sono esperienze secondarie, dal momento 
che il suo occhio gli caratterizza lo spazio 
tanto bene da far passare quelle in secon¬ 
da linea. L’ascoltatore "cieco", invece, 
riceve una forte impressione dalla carat¬ 
terizzazione spaziale del suono perché è 
solo attraverso il suono che può percepi¬ 
re la distanza. Essa è talmente importan¬ 
te, per quanto riguarda l'attenzione del¬ 


l'ascoltatore, che l'artista radiofonico può 
rischiare di sfruttare le qualità sonore del 
suono come mezzo formale, e per l'ascol¬ 
tatore sarà appena possibile sottrarsi 
all'effetto»' 6 . 

Questo carattere, tipico della musica acu¬ 
smatica, ma reso ancor più intricato nel 
cinema per la compresenza di suoni die¬ 
getici e dell'Immagine, diviene il fonda- 
mentale ruolo linguistico del suono, tanto 
da articolare sistemi espressivi inediti. 

La necessità di differenziare, con stru¬ 
menti strettamente acustici, le varie fun¬ 
zioni sonore della narrazione cinemato¬ 
grafica, pone infatti in rilievo la fonda- 
mentale funzione strutturale dell'apporto 
sonoro, che non può essere inteso in se 
stesso, ma collaborativamente indirizzato 
all'edificazione del messaggio filmico nel 
suo complesso. 

Attribuire tanta importanza al suono nel 
cinema può forse apparire improprio ma, 
come ricorda già Ernst Bloch in uno scrit¬ 
to del 1913, il coinvolgimento sensoriale 
riveste un ruolo fondamentale nella stes¬ 
sa capacità narrativa del cinema, poiché 
«la musica, nel cinema, assume una fun¬ 
zione particolare: provvede alla sostitu¬ 
zione di tutti gli altri sensi»' 7 . La conquista 
dello spazio nel cinema, così come la con¬ 
quista dello spazio in tutta la musica del 
Novecento, serve innanzitutto a definire 
con precisione una corporeità del suono 
capace di assegnargli una sua personale 
azione ed influenza nel discorso narrati¬ 
vo. Tale riflessione indurrà negli anni 
Trenta il teorico Béla Balàzs ad affermare 
come alla musica nel film sia affidato il 
ruolo di creare «in un certo senso la terza 
dimensione»' 8 , quella dimensione che 
manca nell'atto della semplice visione. 

Se il suono aggiunge spazialità linguistica 
al cinema - esattamente come la perdita 
della tonalità, secondo Francis Bayer' 9 , 
offre alla musica colta una ricerca compo¬ 
sitiva pluridimensionale che prende avvio 
dalla Kiangfabernmelodie schònberghiana 
- il problema della differenziazione dei 
diversi livelli di profondità sonora, deri¬ 
vati direttamente dalle tecniche di regi¬ 
strazione del disco e della trasmissione 
via radio, investe principalmente la capa¬ 
cità tecnica di controllare l’ambiente di 
diffusione e il superamento della sempli¬ 
ce monodimensionalità del segnale ad 
una sola traccia audio. 

Infatti, come ricorda Altman, mentre il 
prestigio delLimmagine è senz’altro 
ampliato dall’enfasi posta sulla sua bi- 
dimensionalità, il suono ne è invece for¬ 
temente penalizzato, poiché esso non 
trova un adeguato contesto espressivo in 
una dimensionalità ridotta 20 . 



17 


(fig. 3) Il programma di sala per la rappresentazione 
del Don Juan. A destra sono elencati i nomi degli 
attori del film, sulla sinistra i brani eseguiti durante la 
proiezione. Pare evidente come, sia per veste grafica, 
sia per contenuto, il programma richiami con imme¬ 
diatezza l'esecuzione degli spettacoli dal vivo, con 
particolare riferimento alla prassi concertistica. 
Immagine tratta da Internet all’indirizzo 
history.acusd.edu/gen/recording/images/89078.jpg 



(fig. 4) I progettisti dei Bell Laboratories H. M. Stoller 
(a sinistra) e H. Pfannenstiehl, con il primo modello 
commerciale del sistema Vitaphone. Immagine tratta 
da Stanley Watkins, Madam you Talk?, Publication 
Departement, Bell Laboratories Record, XXIV, n. 8, 
August 1946, pp. 289-295. Ora disponibile anche all'in¬ 
dirizzo Internet 
history.acusd.edu/ gen/recording/ari69.htm 





















CINEMA E MUSICA 



(fig. 5) Il set di altoparlanti del sistema Vitaphone 
(historyacusd.edu/gen/recording/images3/390- 
01c.jpg). Si segnala in particolare l'altoparlante posto 
nella parte inferiore deirimmagine (modello 555-W), 
ideato da Wente e Thuras. L'altoparlante era in grado 
di riprodurre frequenze da 100 a 5000 Hz e si distin¬ 
gueva dai precedenti modelli per l'utilizzo della tecni¬ 
ca del moving coll. 



(fig. 6) Schema del sistema Vitaphone (1927). Si noti 
sulla destra la collocazione degli altoparlanti rispetto 
allo schermo. I due modelli 555-W utilizzati (vedi fig. 
5) sono disposti l'uno sopra lo schermo, con il cono 
rivolto verso il pubblico, e l'altro in basso, indirizzato 
verso l'alto. Immagine tratta dall'indirizzo Internet 

www.widescreenmuseum.com/sound/vitaphonedia- 

gram.htm. 


11 suono cinematografico, per trovare una 
efficace funzione ed un adeguato conte¬ 
sto espressivo, deve però necessariamen¬ 
te riporre le proprie aspettative su una 
duplice prospettiva evolutiva, e cioè da 
una parte sulla tecnologia e sui progressi¬ 
vi perfezionamenti delle apparecchiature 
atte alla registrazione e diffusione della 
musica acusmatica, dall'altra in una pro¬ 
gressiva ottimizzazione delle tecniche 
operative più idonee a realizzare una 
sempre più conforme partecipazione 
all'evento filmico. 

11 sistema Vitaphone (fig. 4) - sviluppato 
utilizzando un sound-on-disc System con 
dischi multipli a 331/3 rpm -, che fu utiliz¬ 
zato dalla Warner Brothers per i primi 
esempi di film sonoro e parlato appena 
citati, non permette tuttavia una agevole 
differenziazione dei livelli sonori. Come 
tutte le apparecchiature che fra gli anni 
Venti e Quranta proliferarono fra l'Europa 
e l'America, esso era in mono e per di più 
con un sistema di diffusione ancora 
approssimativo, assolutamente inadegua¬ 
to a rappresentare le sfumature sonore 
che il cinema si avviava ad indagare (figg. 

5 e 6). 

Durante questo ventennio, mentre la 
musica colta era alle prese con il proble¬ 
ma dell'abbandono della tonalità nel con¬ 
fronto fra neoclassicismo e sperimenta¬ 
zione, la discussione intorno al rapporto 
della musica con i nuovi mezzi tecnologici 
(disco, cinema, radio) fu incentrata, piut¬ 
tosto che sulla moltiplicazione delle fonti 
sonore, su una nozione ad essa comple¬ 
mentare e che oggi pare praticamente 
dimenticata: quella della "fonogenia". Con 
essa si indicava la capacità dei suoni di 
essere più 0 meno adeguati ai processi di 
registrazione e diffusione. «11 criterio 
della fonogenia», ricorda Chion, «era 
stato certamente modellato su quello 
della fotogenia» 21 , problema visivo che 
nella fotografia e nel cinema è ancora 
attualmente abbastanza frequente. 
Sebbene oggi risulti piuttosto improprio 
riprendere tale concetto in campo musi¬ 
cale, poiché praticamente scomparso, 
appare tuttavia almeno opportuno ricor¬ 
dare di cosa il termine fonogenia sia stato 
evidente 'sintomo'. Sempre seguendo 
Chion, possiamo affermare come la fono¬ 
genia indichi innanzitutto una mutazione 
nella fruizione dell'evento sonoro: l'av¬ 
vento dell'immersione dell'ascoltatore in 
una «realtà acustica mediata», poiché vin¬ 
colata alla trasmissione del suono attra¬ 
verso amplificatori ed altoparlanti 22 . 
Prende avvio insomma la questione della 
'fedeltà' della registrazione, che coinvolge 
direttamente la parte tecnica del mezzo e 


le procedure della sua utilizzazione, anco¬ 
ra oggi elementi assai pregnanti nella 
produzione artistica e nella sua diffusio¬ 
ne. «Proprio perché l'autenticità non è 
riproducibile», ricorda Benjamin, «l'inten¬ 
sa diffusione di certi procedimenti ripro¬ 
duttivi - tecnici - ha offerto strumenti 
per una differenziazione e una graduazio¬ 
ne dell'autenticità» 23 . La riproducibilità 
dell'opera d'arte conduce dunque verso la 
costituzione di procedure capaci di offrire 
comunque una dignità estetica e percettiva. 

Il termine high fìdelty, che originariamen¬ 
te indicava una categoria tecnica e com¬ 
merciale, è divenuto nel tempo, come 
ricorda anche Chion 24 , una categoria este¬ 
tica che, spesso, ha tralasciato di mante¬ 
nersi fedele alla propria ragione d'essere, 
quella che, secondo Dave Malham, attie¬ 
ne alla «fedeltà all'esecutore originale e 
alle intenzioni musicali del compositore. 

Ciò include necessariamente tutti gli 
aspetti spaziali dell'esecuzione» 25 . 

Il suono, come ci insegnano le più recenti 
esperienze musicali, non è rappresentato 
unicamente dai parametri di altezza, 
intensità e timbro, ma una sua efficace 
personalità può essere raggiunta unica¬ 
mente attraverso una dimensione spazia¬ 
le, capace di rafforzare fisicamente la sua 
immagine percettiva. Quando, per fare un 
esempio recente, Denis Smalley afferma 
che «le musiche sono sempre state com¬ 
poste per specifici tipi di spazio [...], ma la 
musica elettroacustica non è necessaria¬ 
mente composta con uno specifico spazio 
per l'ascolto [listening spacel in mente 
[...]. La musica deve essere adattata per 
integrarsi al particolare spazio esecuti¬ 
vo» 26 , egli svela uno dei principali carat¬ 
teri della musica acusmatica, che consiste 
nel rispetto della dimensione spaziale del 
brano e nella definizione più o meno 
creativa, da parte dell'esecutore, di uno 
specifico spazio acustico che permetta 
un'agevole fruizione dell’opera. Lo sapeva 
molto bene Schaeffer quando, nei suoi 
concerti di musica concreta, non si limita¬ 
va a riprodurre la traccia magnetica da un 
solo altoparlante, ma prevedeva una 
veste dinamica per la diffusione sonora 
mediante l'uso di molteplici altoparlanti e 
l'utilizzazione del pupitre d'espace, ado¬ 
perato anche a Parigi nel corso dell’ese¬ 
cuzione dell 'Orphée '51, capace di indiriz¬ 
zare il suono fra le diverse fonti disposte 
per la sala. Questa preoccupazione era 
inoltre viva anche nell'attività di ricerca 
di Hermann Scherchen presso lo studio 
svizzero di Gravesano. La caratterizzazio¬ 
ne sonora dell'ambiente esecutivo proce¬ 
derà tuttavia, in questo caso, verso una 
rappresentazione essenzialmente espres¬ 


siva, che indurrà Scherchen a determina¬ 
re delle specifiche qualità spaziali per cia¬ 
scun autore e tipo di musica: per Bach 
un'atmosfera chiara e lineare, per 
Mendelssohn trasparente, etc. 27 . 

La musica per film, ad esclusione ovvia¬ 
mente di quella eseguita dal vivo, soffre 
quindi degli stessi problemi, delle stesse 
contraddizioni di tutta la musica registra¬ 
ta, della musica per radio e, perfino, della 
musica elettronica, che nasce e si svilup¬ 
pa sulla scia delle esperienze compositive 
degli anni Cinquanta. Non appare super¬ 
fluo sottolineare, allora, come le medesi¬ 
me soluzioni adottate nell'ambito della 
musica colta si ritrovino pure nel conte¬ 
sto cinematografico. Tali procedure, infat¬ 
ti, più che essere specifiche di un genere, 
un'epoca e/o una tecnica operativa, sono 
in realtà espressioni stesse dell'oggetto, 
quella musica registrata che, nell'approc¬ 
cio teorico di Pierre Schaeffer, è identifi¬ 
cata con il termine acusmatico. 

Come ricorda ancora Rick Altman, la que¬ 
stione delle proporzioni sonore al cinema 
ha infuocato il dibattito a Hollywood sin 
dai primi anni del sonoro. Tre in linea 
generale sono le soluzioni più praticate: 1) 
la trasformazione del luogo di esibizione, 
soprattutto mediante la collocazione degli 
altoparlanti e meccanismi di switch (1927- 
31); 2) la manipolazione durante la produ¬ 
zione, soprattutto mediante la scelta 
accurata dei microfoni ed il loro posizio¬ 
namento, e poi con il controllo dei livelli 
sonori durante \‘editing (dal 1929 ad oggi); 
3) lo sviluppo di una tecnologia multica¬ 
nale, in grado eventualmente di includere 
capacità di localizzazione stereofonica 
(dal 1930 ad oggi) 28 . 

Proprio questo terzo punto, in quanto 
sicuramente più evidente nelTallestimen- 
to dello spettacolo cinematografico, e 
quindi anche più facilmente individuabile 
per l'apporto acustico che esso comporta, 
assume il ruolo di principale linea evolu¬ 
tiva della tecnologia sonora della musica 
per film, con importanti ricadute sia a 
livello sociale, sia di contaminazione con 
la produzione colta. 

Non è un caso, infatti, che gli esperimenti 
sulla riproduzione sonora effettuati negli 
anni Trenta da Harvey Fletcher presso i 
Bell Laboratories si rivolgano soprattutto 
verso il tentativo di offrire più dimensioni 
spaziali alla diffusione del suono, di 
ampliare le possibilità espressive della 
musica e della sua stratificazione di senso 
e di sensazioni. «La musica sinfonica 
ascoltata attraverso la radio o dagli alto- 
parlanti di un sistema cinematografico», 
ci ricorda proprio lo stesso Fletcher, «seb¬ 
bene molto soddisfacente, non riesce a 


















CINEMA E MUSICA 


corrispondere, in molti aspetti, agli effetti 
percepiti da un ascoltatore durante l'ese¬ 
cuzione originale in un auditorium [...]; 
l’ascoltatore in un auditorium riceve un 
ulteriore effetto dalla distribuzione del 
suono nello spazio, il riconoscimento di 
suoni differenti che giungono da differen¬ 
ti fonti sonore» 29 . 

Quest’affermazione produce considerazio¬ 
ni di rilievo. Innanzitutto ci induce a con¬ 
statare come la tradizionale paternità 
della spazialità musicale, tramandata 
meccanicamente nei manuali di storia e 
nei commenti critici, non risalga in effetti 
al Gesang der Junglinge di Karlheinz 
Stockhausen (1956), ma si debba necessa¬ 
riamente anticipare alle sperimentazioni 
di Schaeffer e Scherchen, che furono 
effettuate almeno tre 0 quattro anni 
prima; e, in secondo luogo, come tutte le 
esperienze della musica elettronica sullo 
spazio derivino in fondo proprio dalle 
ricerche di Fletcher, sebbene quest’ultimo 
sia chiaramente più interessato all'aspet¬ 
to tecnico-esecutivo che a quello compo¬ 
sitivo. Ma lo spazio, la percezione del¬ 
l'ambiente e la conseguente intelligibilità 
dei vari fenomeni sonori non sono unica¬ 
mente legati al solo ascolto, alla dimen¬ 
sione, cioè, della fruizione, in contrappo¬ 
sizione all'ideazione artistica e alla sua 
formalizzazione linguistica. Anche se lo 
stesso Stockhausen, in fondo, affiderà 
allo spazio ed alla localizzazione dei 
segnali sonori un compito strettamente 
funzionale, egli vi riconoscerà una fonda- 
mentale funzione strutturale: «Ho tentato, 
nella composizione Gesang der Junglinge, 
di configurare la direzione e il movimento 
dei suoni nello spazio, schiudendo così 
una nuova dimensione per la vicenda 
musicale. L'opera è concepita per cinque 
gruppi di altoparlanti, che vengono dispo¬ 
sti nello spazio intorno all'ascoltatore. È 
determinante, per la comprensione del¬ 
l'opera, da quale parte, da quanti altopar¬ 
lanti simultaneamente, se diretti o verso 
sinistra 0 verso destra, se parzialmente 
rigidi o in moto, i suoni o i gruppi sonori 
vengano irradiati nello spazio» 30 . Sebbene 
con evidenti differenze, motivate preva¬ 
lentemente dalle esigenze poetiche e 
compositive sorte dall’esperienza darm- 
stadtiana degli anni Cinquanta, tale posi¬ 
zione esprime tuttavia il medesimo fine 
percettivo esplicitato dalle sperimenta¬ 
zioni di Fletcher che, il 27 aprile del 1933, 
in collaborazione con Leopold Stokowsky 
e la Philadelphia Symphony Orchestra, 
trasmise a scopo dimostrativo uno storico 
concerto tenutosi presso l'Academy of 
Music di Philadelphia, riprodotto in 
tempo reale nella Constitution Hall di 


Washington. La trasmissione di concerti 
effettuati dal vivo non rappresenta in sé 
alcuna novità a quest’epoca: la radio pro¬ 
poneva prevalentemente musica - ma 
anche commedie e radiodrammi - esegui¬ 
ta dal vivo, in parte anche per eliminare 
in qualche modo l'effetto 'meccanico’ 
connaturato al procedimento di registra¬ 
zione; il primo abbozzo di riproduzione in 
modalità stereo avvenne addirittura nel 
lontano 1881, in occasione dell'Exposition 
International d'Electricité di Parigi, quan¬ 
do Clément Ader piazzò due microfoni, 
ravvicinati l'uno all’altro, al teatro 
dell'Opéra, e con questi alimentò due 
auricolari a disposizione del pubblico 3 '. 

Ciò che distingue l'esperimento di 
Fletcher da ogni altro è la ripresa del 
concerto mediante tre microfoni, poi tra¬ 
smessi a tre altoparlanti, controllati da 
una regia musicale che era in grado di 
indirizzare in tempo reale i suoni attra¬ 
verso le tre fonti, modificandone l’inten¬ 
sità di emissione. Mentre Alexander 
Smaliens dirigeva il concerto a 
Philadelphia, Stokowsky, dalla sua cabina, 
controllava gli altoparlanti della 
Constitution Hall (figg. 7 e 8). Lo spazio si 
presenta qui in tutte le caratteristiche più 
evidenti: moltiplicazione delle fonti di dif¬ 
fusione del suono, capacità di movimento 
fra ciascuna delle fonti, possibilità di seg¬ 
mentazione dell'evento sonoro mediante 
la distribuzione del segnale audio, etc. In 
questo senso uno degli elementi più 
importanti si rivela essere comunque il 
fatto che, per una efficace distribuzione 
del suono nello spazio della sala, non sia 
più sufficiente un segnale mono, ma si 
renda indispensabile una registrazione 
multitraccia 32 . 

Il concerto di Stokowsky e Fletcher pre¬ 
vedeva, tuttavia, ancora una prospettiva 
frontale, tipica del concerto tradizionale. 
Essi, al contrario di quanto faranno in 
seguito Schaeffer e Stockhausen, si limita¬ 
no a proporre una collocazione delle 
fonti sonore sul palcoscenico, sostituendo 
l'altoparlante agli strumentisti. Manca 
quindi una prospettiva laterale e poste¬ 
riore. 

Ma pure il cinema, nel vincolo della dire¬ 
zionalità della proiezione delle immagini, 
aveva sviluppato questo tipo di diffusione 
delle fonti sonore. 

Come ricorda John Belton, «Lo sviluppo, 
nel 1927, di Earl Sponable dello schermo 
con materiale poroso ha agevolato la col- 
locazione degli altoparlanti dietro lo 
schermo» 33 . Questa collocazione centrale 
sarà standardizzata dopo il 1927, fino 
all'avvento del Cinemascope degli anni 
Cinquanta. La posizione degli altoparlanti 


dietro lo schermo, che secondo Rick 
Altman era funzionale al fatto di dover 
«essere identificata con l'attività svolta 
sullo schermo» 34 (fig. 9), incoraggia infatti 
l’illusione di una omogeneità fra suono e 
immagine, origine del suono e azione 
cinematografica, mediante una loro vera 
e propria sovrapposizione fisica. 
L'esperienza di Fantasia, che vedrà anco¬ 
ra la collaborazione di Stokowsky, appare 
da questo punto di vista decisiva e si 
pone come uno dei momenti più significa¬ 
tivi dell’incontro fra musica, e più in 
generale suono, e cinema. Se già nel 1927 
nell 'Allgemeines Handbuch der Filmmusik 
(Manuale generale della musica per film) 35 
Hans Erdmann si convinceva di come «la 
questione cruciale della musica cinemato¬ 
grafica rimarrà irrisolta finché la sceneg¬ 
giatura e le riprese non terranno conto 
della musica» 36 , questo prodotto di Walt 
Disney (in verità assai discusso e discuti¬ 
bile) rappresenta comunque forse una 
delle migliori esperienze di utopia realiz¬ 
zata che il cinema sia in grado di offrire. 
Perfetto esempio di interrelazione fra 
musica ed immagine, di rapporto dialetti¬ 
co che forse solo il cinema di animazione 
è da sempre riuscito a proporre, Fantasia 
è il risultato di un progetto che solo 
Disney poteva immaginare di creare. 
Seguendo la classificazione teorica di 
Siegfrid Kracauer, Fantasia è uno di quei 
prodotti in cui la musica diviene il nucleo 
del film, in cui cioè «determina la scelta e 
la configurazione ritmica di elementi visi¬ 
vi che dovrebbero riflettere in un modo 0 
nell'altro gli stati d'animo e i significati 
della musica» 37 . 

Come ricorda John Canemaker, Fantasia 
inoltre sarebbe potuta benissimo essere 
intitolata Synesthesia, poiché, come una 
lunga tradizione occidentale testimonia, 
quest’opera mira «a creare una fusione di 
sensazioni proprie sia dell'arte che della 
tecnologia, per fare quella che Wagner 
chiamava "opera d'arte totale" 
(Gesamtkunstwerk). Fantasia doveva 
essere un evento multimediale, da cui 
sarebbe derivata per il pubblico una 
nuova esperienza fruitiva» 38 . Il concetto 
di sinestesia implica però uno scambio tra 
i registri sensoriali, che solo l'abitudine 
ad una tradizionale fruizione musicale di 
tipo frontale non permette di considerare 
in tutte le implicazioni spaziali che esso 
comporta sia in riferimento alla diffusio¬ 
ne del suono registrato che, in un'ottica 
più ampia, all'esecuzione di qualsiasi 
genere o tipo di musica. Tale prospettiva 
richiama la teoria dell'unità dei sensi 
dello psicologo americano Lawrence E. 
Marks 39 , il quale ritiene il cervello umano 



(fig. 7) Piante dei teatri in cui si è svolta la manifesta¬ 
zione (tratto da j. Pierce, La scienza del suono, 
Zanichelli, Bologna 1986, p. 169). In alto è rappresen¬ 
tata la sala dell'Academy of Music di Philadelphia, 
con indicata la disposizione dei microfoni; in basso la 
Constitution Hall di Washington, con gli altoparlanti e 
la cabina di regia. 



(fig. 8) Gli altoparianti utilizzati durante il concerto. Si 
tratta dei 'Thuras Theater Speaker' sviluppai; prima 
da Wente e poi da A. L. Thuras. Immagine tratta dal* 


luridtrizzblfnlèfriS:: 
’ story ac isjed gen reco 


19 





CINEMA E MUSICA 


20 



(fig. 9) Schema di allestimento del sistema di riprodu¬ 
zione portatile della RCA ’Photophone'. Si noti la 
posizione dietro lo schermo dell'altoparlante, indice 
della chiara ricerca di uniformità fra direzione del 
suono e posizione dell'immagine. Fonte Handbook (or 
Projectionists, RCA, New York 1930, p. 10. Ora disponi¬ 
bile anche on-line all'indirizzo www.widescreenmu- 
seum/sound/rcai5-io.htm 



(fig, io) Schema dell'apparecchiatura portatile del 
sistema Fantasound della Disney. I cinque canali 
audio disponibili in questa sua versione "ridotta" sono 
un chiaro esempio di anticipazione dei più recenti 
sistemi di surround. Immagine tratta da William E. 
Garity, Watson Jones, Experience in Road-Showing 
Walt Disney's "Fantasia ", in «Journal of thè Society of 
Motion Pictures Engineers», luglio 1942. 


dotato di una 'centralina' di interconnes¬ 
sione fra i vari sensi, specialmente attiva 
nell'infanzia - in quanto dotata di capa¬ 
cità percettiva amodale - e che nell'adul¬ 
to riflette le linee dello sviluppo filogene¬ 
tico ed ontogenetico procurato soprattutto 
dall'acquisizione del linguaggio verbale. 
Sebbene questo non sia il contesto più 
opportuno per una discussione di tipo 
psicologico 40 , appare senz'altro significa¬ 
tivo sottolineare almeno come, in Disney, 
l'idea sinestetica preveda un forte inte¬ 
resse per la distribuzione spaziale del 
suono, riconoscendogli di fatto un ruolo 
affatto differente dalle altre percezioni 
sensoriali umane. 

Il sistema Fantasound, realizzato apposi¬ 
tamente per questo film, ed evidente 
debitore all'esperienza di Fletcher e 
Stokowsky, anticipa i più recenti metodi 
di surround. Esso contribuisce all'ispira¬ 
zione sinestetica connaturata al film 
mediante la dimensione spaziale della 
musica: effetto procurato da 36 altopar¬ 
lanti installati dietro lo schermo con altri 
54 piazzati fra l'orchestra e gli ordini dei 
palchi 4 '. Le tre tracce utilizzate nel 
Fantasound permettono la fruizione di 
uno spettacolo unico che tenta di coniu¬ 
gare le esigenze filmiche a quelle musicali 
e che, per trovare la soluzione, si affida 
alla dimensione spaziale. 

11 sistema era distribuito su due proietto¬ 
ri. 11 primo conteneva il film e la traccia 
ottica in cui era registrata tutta la musica 
in mono. La presenza di questa traccia 
era dovuta alla eventuale possibilità di un 
malfunzionamento del sistema audio mul- 
titraccia, e quindi serviva da soluzione di 
riserva. Il secondo proiettore, sincroniz¬ 
zato con il primo, conteneva quattro trac¬ 
ce mono-. 1. control track-, 1. screen left-, 3. 
screen right, 4. screen center. In aggiunta 
a questi canali, e derivati dagli screen left 
e right, ve ne erano altri tre ( house left, 
right e center) con funzioni di surround 
(fig. io). 

La collocazione degli altoparlanti delle tre 
tracce principali fa comunque intuire 
come anche Disney rivendicasse una dire¬ 
zionalità precisa, quella frontale, che 
rimarrà la costante precipua di qualsiasi 
sistema sonoro utilizzato nelle sale cine¬ 
matografiche. 

«Nella metà degli anni '50», inoltre, come 
ricorda Belton, «la rivoluzione del wide- 
screen ha trasformato la natura dell'espe¬ 
rienza cinematografica tradizionale. Gli 
schermi diventarono più larghi ed ampi e 
curvati nella parte centrale della sala, 
obliando l'invecchiato proscenio e 
inghiottendo gli spettatori in un anello 
semicircolare di immagini. 11 suono è dif¬ 


fuso da un altoparlante centrale dietro lo 
schermo e da altri, sempre posteriori allo 
schermo, sulla sinistra e sulla destra, 
emergendo da quattro a cinque altopar¬ 
lanti posteriori allo schermo a da dozzine 
di altoparlanti "surround” collocati sui 
muri laterali e posteriori della sala cine¬ 
matografica» 42 . 

Le successive tecnologie sonore, una 
volta raggiunta una piena dimensione 
multitraccia - come ad esempio con il 
sistema Todd-AO del 1955 ( OklahomaI) 
con le sue sei tracce magnetiche, 0 il 
Cinerama (di cui peraltro proprio que¬ 
st'anno ricorre il cinquantesimo anniver¬ 
sario) con i suoi tre proiettori e le sette 
tracce audio iniziali (fig. n) -, proporran¬ 
no infatti alternative che, pur nelle evi¬ 
dentissime differenziazioni tecniche, par¬ 
tiranno comunque dai principi base del 
Fantasound: registrazione multitraccia, 
pan-pot, allineamento degli altoparlanti, 
controllo singolo delle tracce audio, over- 
dubbing of orchestrai parts, sistema mul¬ 
ticanale, etc. L'attenzione all'intelligibilità 
del dialogo, soprattutto nella produzione 
hollywoodiana, porterà in seguito alla 
standardizzazione del collocamento cen¬ 
trale della voce e all'assegnazione dei 
sistemi laterali alla musica e all'effettisti¬ 
ca sonora. 

In conclusione, si può affermare come 
l'interesse per la dimensione spaziale del 
suono abbia una delle sue principali origi¬ 
ni proprio nel cinema e solo in seguito 
esso sia divenuto dominio della musica 
colta. La specificità dell'utilizzazione dello 
spazio nel cinema non segue infatti un 
mero adeguamento all'evoluzione tecno¬ 
logica, l'idea di una rappresentazione il 
più fedelmente riferita alla realtà, ma 
appare piuttosto soluzione di una que¬ 
stione strutturale inerente alla riprodu¬ 
zione della musica registrata e si manife¬ 
sta nel cinema sin dall'avvento del parla¬ 
to. Lo spazio cinematografico (fig. 12), 
inteso come capacità di prospettiva nella 
profondità della dimensione acustica e 
possibilità di moltiplicazione delle fonti 
sonore, assume tuttavia una connotazio¬ 
ne che, nella terminologia di Dave 
Malham 43 , acquista il carattere di nonho- 
mogeneus per la sua vincolante e neces¬ 
saria direzionalità frontale del suono, ma 
che con i nuovi sistemi di surround può 
essere definita sostanzialmente coherent 
poiché non si manifestano significative 
discontinuità deH'immagine sonora. 

Al contrario, l'ascolto squisitamente 
musicale, proprio perché non mediato 
daH'immagine e quindi rivolto con mag¬ 
giore attenzione alle più idonee procedu¬ 
re di una perfetta resa acustica, si dispo¬ 



(fig. 11) Schema di rappresentazione del sistema cine¬ 
rama. In questo caso si tratta di una versione con sei 
differenti canali audio: dall'immagine risultano assai 
evidenti le cinque tracce audio anteriori e quella 
posteriore. Immagine tratta dall'indirizzo Internet 
www.mtsu.edu/-smpte/fifties.html 


ne in maniera sostanzialmente differente 
(fig. 13). Esso presenta una struttura che, 
come per la quadrifonia e parzialmente 
per la stessa stereofonia, si richiama ad 
una collocazione degli altoparlanti finaliz¬ 
zata a definire le migliori condizioni pos¬ 
sibili per la fruizione sonora, vincolando 
così la posizione dell'ascoltatore, che in 
questo caso, sempre seguendo la termi¬ 
nologia di Malham, diviene assolutamente 
homogeneus, e quindi coincidente con i 
campi sonori ( soundfield) naturali. 
L'importanza della conquista dello spazio 
acustico da parte del cinema rivela dun¬ 
que la propria specificità tecnologica ed 
organizzativa, motivata dalla differente 
funzione e natura assunta dal linguaggio 
musicale che, una volta perduta la pro¬ 
pria autonomia, trova sue specifiche 
metodologie e procedure organizzative. 
Questa prospettiva è motivata dal fatto 
che per anni il film è stato identificato, 
analizzato, considerato come testo, 
un'entità estetica autonoma, capace, per 
questa sua autonomia, di relazionarsi con 
maggiore efficacia con tutte le altre entità 
estetiche. In anni recenti, tuttavia, come 
sottolinea Rick Altman, il modello orien¬ 
tato al testo è stato invece contrastato 
dai Cultural e dai Gender Studies, propo¬ 
nendo un'analisi filmica maggiormente 
attenta all’enorme influenza procurata 
dal cinema sulle attività umane 44 . Da que¬ 
sta mutata prospettiva nasce l’idea di 
cinema come "evento”, 0 meglio come 
macro-evento, assai frammentato al suo 
interno, e quindi profondamente influen¬ 
zato dalle modalità di fruizione del suo 
pubblico. 

Per questo motivo lo spazio, reso tridi¬ 
mensionale del suono, assume una rinno¬ 
vata centralità argomentativa poiché indi¬ 
ce dell'eterogeneità del fenomeno cine¬ 
matografico, espressione di un'esperienza 
vincolata ad un gran numero di oggetti, 
processi ed attività che evidenziano il 
grande rilievo assunto dal film quale vei¬ 
colo di comunicazione sociale e che ne 
decretano una nuova identità formale e 
culturale. 

Marco Russo 











CINEMA E MUSICA 


Note 

1. Relazione presentata al Convegno Internazionale 
Music and Film, organizzato dalla Royal Music 
Association, Southampton University, 20-24 maggio 
2001. 

2. Si veda per questo Thanapoom Lertpanyavit, 
Surround Sound, http://www.ee.washington.edu/con- 
select/A95/projects/surround/surround.html, s. p. 

3. Ibidem, s. p. 

4. James Lastra, Sound Technology and thè American 
Cinema, Columbia University Press, New York 2000, p. 
118. 

5. John M. Chowning, Le dimensioni uditive del volu¬ 
me e la prospettiva uditiva, in «Quaderni della Civica 
Scuola di Musica», n. 21-22, dicembre 1992, p. 100. 

6. Walter Benjamin, L’opera d'arte nell'epoca della 
sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000, 
rispettivamente p. 36 e p. 31. 

7. Ibidem, p. 46. 

8. La prova della forte connessione fra le procedure 
sonore del cinema e la teoria di Schaeffer si ritrova 
ad esempio nell'uso creativo del suono di Murray 
Spivak nel corso della realizzazione del film King Kong 
(1933) per la RKO. Per simulare il verso del gorilla 
Spivak utilizzò «thè sound of a lion's roar slowed 
down one octave mixed with thè sound at unity 
pitch» (Jonathan Kay, Kimber Ghent, Brian Chumney, 
Erik Lutkins, Film Sound History - 30's, 
http://www.mtsu.edu/smpte/thirties.html, s. p.). 
Questo primo esempio di utilizzo creativo degli ogget¬ 
ti sonori registrati anticipa di un ventennio l’approc¬ 
cio metodologico di Schaeffer, legittimandolo in 
quanto espressione di una pratica ormai già ampia¬ 
mente diffusa anche prima degli anni Cinquanta e 
quindi non come semplice frutto di una teorizzazione 
ideale. 

9. Ennio Simeon, Per un pugno di note, Rugginenti, 
Milano 1995, p. 164. 

10. Alan Williams, "Historical and Theoretical Issues in 
thè Corning of Recorded Sound to thè Cinema", in Rick 
Altman (ed.). Sound Theory, Sound Practice, 

Routledge, New York-London 1992, p. 127. 

11. Steve Wurtzler, m She Sang Live, But The 
Microphone Was Turned Off': The Live, thè Recorded 
and thè Subject of Representation", in Rick Altman 
(ed.). Sound Theory, Sound Practice, cit., p. 95. 

12. Ennio Simeon, op. cit., p. 50. 

13. Michel Chion, La voce nel cinema, Pratiche, Parma 
1991, p. 15. 

14. Per una discussione dei layers sonori, capaci di 
ampliare la contrapposizione figura/sfondo di tradi¬ 
zione gestaltica, si veda l'articolo dello scrivente "Per 
una definizione dello spazio acustico nella produzione 
acusmatica di Bruno Maderna", in Bruno Maderna e la 
Neue Musik, in corso di pubblicazione a cura di Mario 
Baroni e Rossana Dalmonte, Edizioni Suvini Zerboni, 
Milano. 

15. Rudolf Arnheim, La radio l'arte dell'ascolto, Editori 
Riuniti, Roma 1993, pp. 50-51. 

16. Ibidem, p. 41. 

17. Ernst Bloch, Uber die Melodie im Kino, pubblicato 
nel 1913 in «Die Argonauten», ora in Zur Philosophie 
der Musik, Suhrkamp Verlag, Frankfurt-Main 1974, p. 


187 (corsivo nell’originale). 

18. Béla Balàzs, Il film. Evoluzione ed essenza di un'ar¬ 
te nuova, Einaudi, Torino 1987, p. 304. Tale considera¬ 
zione, mediata da Merleau-Ponty, è ripresa da Michel 
Chion, che considera le cose capaci di sollecitare un 
solo senso come 'fantasmi' e quindi «una cosa esiste, 
in senso fenomenologico, se interessa almeno due 
sensi contemporaneamente» ( Una falsa barriera, con¬ 
versazione con Michel Chion, in «Cinema G Cinema», 
a. XVIII, n. 60, gennaio-aprile 1991, p. 39). 

19. Francis Bayer, De Schónberg a Cage, Essai sur la 
notion d'espace sonore dans la musique contemporai- 
ne, Édition Klincksieck, Paris 1981, in particolare p. 17 
esgg. 

20. Rick Altman, "General Introduction: Cinema as 
Event", in Idem (ed.). Sound Theory, Sound Practice, 
cit., p. 5. 

21. Michel Chion, L'audiovisione. Suono e immagine 
nel cinema, Lindau, Torino 1997, p. 90. 

22. Ibidem, p. 91. 

23. Walter Benjamin, op. cit., p. 48. nota 1. 

24. «Non si finirà mai di ripetere che l’espressione 
'alta fedeltà' è in effetti un concetto puramente com¬ 
merciale che acusticamente non significa niente di 
preciso. L'immagine sonora di un lavoro sinfonico 
registrato su un disco non è in alcun caso simile, 
tranne che a grandi linee, a ciò che si ascolta durante 
un concerto: né dal punto di vista degli strumenti 
musicali (che, infatti, risultano oggi più netti e più 
distinti su una registrazione che in concerto), né da 
quello della dinamica (i contrasti del livello sonoro di 
un'orchestra sono più ampi dal vivo che in disco), né, 
infine, da quello spaziale» (Michel Chion, Musica, 
media e tecnologie, il Saggiatore-Flammarion, Milano 
1996, p. 74). 

25. Dave G. Malham, Homogeneous and 
Nonhomogeneous Surround Sound System, relazione 
presentata al convegno dell'AES UK Second Century 
of Audio, London, 7-8th June 1999. Una versione 
aggiornata della relazione è consultabile all'indirizzo 
Internet 

http://www.york.ac.uk/inst/mustech/3d_audio/homo- 
geneous.htm, s. p. 

26. Larry Austin, Sound Diffusion in Composition and 
Performance: An Interview with Denis Smalley, in 
«Computer Music Journal», n. 24, p. 11. 

27. Cfr. Fred K. Prieberg, Musica ex machina, Einaudi, 
Torino 1975, p. 281 e sgg. 

28. Rick Altman, "Sound Space", in Idem (ed.), Sound 
Theory, Sound Practice, cit., p. 47. 

29. Harvey Fletcher, Stereophonic Reproduction from 
Film, Bell Laboratories Record, May 1940, ristampato 
sul «SMPTE Journal» nel giugno 1940. Una copia è 
stata recentemente resa disponibile all'indirizzo 
Internet www.widescreenmuseum.com/sound/ste- 
re01940.htm, s. p. 

30. Karlheinz Stockhausen, Musica nello spazio, in «La 
Rassegna Musicale», n. 4, voi. XXXI, 1961, p. 398. 

31. Franco Ricagno, La musica nell'alta fedeltà e nella 
ripresa sonora. G. Zanibon, Padova 1973, p. 41. 

32. Un ulteriore importate momento dell’evoluzione 
tecnica della diffusione del suono nelle sale cinema¬ 
tografiche risale al 1938, quando gli Hollywood 


Studios decisero di definire una normativa comune in 
merito alla equalization curve- poi conosciuta come 
'Academy Curve' - da adottare nei teatri e negli studi 
in modo da uniformare il risultato sonoro. 

L'importanza di questa decisione, che fu presa sulla 
base di ricerche effettuate dal Research Council della 
Academy for Motion Picture Arts and Sciences, segna¬ 
la come il desiderio di uniformità dell’esperienza 
sonora divenisse sempre più pregnante, sia dal punto 
di vista produttivo al fine di ottenere degli efficaci 
standard operativi, sia per offrire un sempre più omo¬ 
geneo risultato qualitativo. 

33. John Belton, ''1950S Magnetic Sound: The Frozen 
Revolution", in Rick Altman (a cura di), Sound Theory, 
Sound Practice, cit., p. 164. 

34. Rick Altman, The Sound of Sound: A Brief History 
of thè Reproduction of Sound in Movie Theaters, in 
«Cineaste», n. 1-2, voi. XXI, Winter-Spring 1995, ora 
anche all'indirizzo Internet: 

http://www.ehlt.edu.au/screen/film_1000_lectures/le 
cture7Mltman_on_s0und.html, s. p. 

35. Hans Erdmann, Giuseppe Becce e Ludwig Brav, 
Allgemeines Handbuch der Filmmusik, 2 voli., 
Schlesinger, Berlino 1927. Per un'attenta trattazione 
delle teorie tecniche ed estetiche dell’opera si veda in 
particolare Ennio Simeon, op. cit., p. 39 e sgg. 

36. Ibidem, p. 6. 

37. Siegfrid Kracauer, Film: ritorno alla realtà fisica, Il 
Saggiatore, Milano 1962, p. 245 

38. John Canemaker, Il Fantasia mai realizzato, in 
«Griffithiana», n. 34, dicembre 1988, p. 3. 

39. Si vedano per questo gli articoli di Marks pubbli¬ 
cati fra il 1982 ed il 1989 - in particolare quelli del 
1987 - sul «Journal of Experimental Psychology», tutti 
indirizzati a mostrare sperimentalmente la Cross- 
Modal Similarity fra differenti esperienze percettive. 
Per una visione generale della teoria dell'unità dei 
sensi si veda in particolare Lawrence E. Marks, The 
Unity of thè Senses. Interrelations among thè 
Modalities, Academic Press, New York 1978. 

40. John Belton, "1950S Magnetic Sound: The Frozen 
Revolution", in Rick Altman (ed.), Sound Theory, 
Sound Practice, cit., p. 154. 

41. Per una più dettagliata panoramica delle implica¬ 
zioni psicologiche in campo audiovisivo, e nell’anima¬ 
zione in particolare, si veda Cristina Cano, "Direzioni 
psicosemiotìche. Il Cartoon tra sinestesia audiovisiva 
e isocronismi percettivi", in Giannalberto Bendazzi, 
Manuele Cecconelio, Guido Michelone, Coloriture. 
Voci, rumori, musiche nel cinema d'animazione, 
Edizioni Pendragon, Bologna 1995, pp. 323-341. 

42. John Canemaker, op. cit., p. 3. 

43. Dave G. Malham, op. cit., s.p.. 

44. Rick Altman, "General Introduction: Cinema as 
Event", cit., p. 2. 



(fig. 12) Schema di disposizione degli altoparlanti nel 
surround cinematografico. Si noti la precisa disposi¬ 
zione degli altoparlanti frontali (affiancati su una 
stessa linea) e come i due canali laterali siano invece 
distribuiti su più fonti di emissione sonora per tutto il 
perimetro della sala. Immagine tratta da Umberto 
Nicolao, Impianti audio multicanale per Home 
Theatre, Editrice II Rostro, Milano 2001, p. 9. 



21 


(fig. 13) Schema di disposizione degli altoparlanti nel 
surround musicale (norme ITU). Si noti come la dispo¬ 
sizione degli altoparlanti sia stabilita con estrema 
precisione in modo da favorire una posizione di 
ascolto particolarmente definita. Immagine tratta da 
Umberto Nicolao. Impianti audio multicanale per 
Home Theatre, Editrice II Rostro, Milano 2001, p. 14. 


















IN FORMA DI NUVOLE 



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Your Friendly Neighborhood Spider Man: Sam Raimi torna all'uoi 


l'Uomo Ragno 
irvel Comics, che 
dal precedente X- 
^ng Lee), senza con 


Nel 2002, heiqùardntesimó àrinjvèfsario‘dalla sua prima apparizione sul:numero 15 della rivista «Amazing Fantasy 
approda al cinema, nelle mani di Sam Raim Siamo all interno di una vera e propria strategia, quella del colosso 1 
insieme alla Sony Columbia Rtctures .Sta portando al cinema 4 propri personaggi. La linea tracciata da questo film 
. ì^fertÌ^tÌii@^ : p[is;©r^iirt:S|ng^^jFÓ5;égtyj^;«èìjlé;^tói|s3yrfe;:stagioni con Daredevìl (starnng Ben Àffleck) e HuHc (regia d 
fiderai* t tìspetttvisegHftì.pgri quàlf 8 regista de I soliti sospetti e Raimi sono già stati precettati. • , 

' -Y'oocV - 

:y:- : . : y.-. y/:y y;yyy:y'; : y;/-.;7 : :- . 

: MjEa0pi'hmiretfonw Ragno ' ' : V; óV:... ■ ' 

Nato nei prrmi Sfxnes, il Fumetto rientrava ne? progettò editoriale dei suo autore. Stati Lee, Per differenziarsi, nell 
yfisiìipdi i eróis!i : co --:speciaimente rispetto alla principale rivale DC Comics (quella di Superman, Batman, Wonder-Wc 
.-'Wlafveì'Compresero che bisognava puntare su tre caratteristiche-, una struttura soap che caiturasse.l'attenzione 
y bel:quale potessero interagire e. incontrarsi gii eroi delle diverse tesiate della casa editrice, l'aggancio alla realtà 
| («tòte.garantito dallo slogan super eroi con super-problemi". | ai"} 

'^l^SSOftaggi di Lee, quindi, vengono ritratti oltre che nelle loro peripezie, anche nei drammi quotidiani della ira 
jfftStwel-chérm lì sentano ptu vicini degli algidi superuomini della controparte. La vicenda si può cosi complicare d 
fWateate e persone care che si ammalano o che muoiono (e che ogni tanio resuscitano), occuparlo in tal mt 
laménto dell'eroe in costume che te sta suonando al criminale di turno (il quale, da parte sua, ha alle sue spalle < 
iréidtabtli. Fatte di lhfanzia .violata. orfanotrofi, carceri minorili, e che lo hanno spinto a usare la calzamaglia per ■ 

.continuiiy. il meccanismo por cui io vicende di questi fumetti si evolvono in un eterno presente, e la sopra citata necessità di stabilire ...; 
: : ; un contandicòh la.realtà sociale del lettóre per incrementarne il coinvolgimento emozionale, pongono inevitabili problemi ad un fumet- 
■ to-ché, nato'nel 1962 e sceneggiato da Lee fino ai primi Settanta, attraversa con le sue storie un periodo di profondi mutamenti socio 
« onomìcf. CÒsVnon solo Peter Parker, il giovane punto da un ragno radioattivo e diventato vigilante, non potrà ignorare, passando dal 
-•ólìceo à^lidìvérsttàVma'rttfestaitiorii -di protesta, occupazioni, sit-in pacifisti, ai quali reagirà nella maniera più bi-partisan possibile, e non 
solo noiY porrà evitare di vedere un suo ex-compagrro di scuola tornare sconvolto dalla guerra in Vietnam 1 , ina parimenti Harry Osborn, 

■ SUOartthemfco Gqbkn SI ritroverà devastato dai postumi dell'LSD. 

Propriopri questo periodo, inóltre, per attrarre il pubblico di colore, la Marvel introdurrà i primi supereroi neri, quali Luke Cage, il 
. luhkyrforzutóidel ghetto che'fa l'eroe a pagamento, e Black Panther (!). dietro il cui nome si nasconde l'innocua storia di un principe 
africano superforte venuto a fare l'eroe negli States. L'atmosfera dei tempi si riflette insomma nei còmics, ed è la cupezza dei primi anni 
:■ Settanta del riflusso a dominare La fine della vicenda che oppóne Spider-Man a Goblin, conflitto che il soggetto di David Koepp e Raimi 
ój-ipreridif iriìvistà dètfilm e che nel fumetto si concludeva con la morte, sul ponte di Washington, della fidanzata di Parker (che all'epoca 
adrt afa tefktaryjane che appare nel film) 

Spider-Màrt è quindi legato al presente della sua.città, e questo elemento determina, nell'omonimo film di Raimi, come vedremo, una 
tappresenta/ione della metropoli che non può essere in linea con quelle pensate per altri titoli del genere, specialmente per quelli che 
• fanno riferimento -alle avventure di Batman. Ma c’è un altro film, uscito nel 1990, dal quale Spider-Man non può evidentemente prescin- 


bn ritorno al passato 

e li progetto .di Spider-Man fosse iniziato nei primi anni Novanta per interessamento di James Cameron: sue sarebbero state le 
igiornare la vicènda sostituendo il ragno radioattivo con uno geneticamente modificato e di far uscire le ragnatele direttamen- 
si di Peter Parker, anziché da due contenitori spray. Non è un caso che dopo l'abbandono del regista di Terminator, e dopo gli 
fidati alfa regia che a lui Si sono succeduti, sia giunto proprio Raimi: Darkman, suo film del 1990, presentava un altro supereroe 
itane, réso famoso dalle strisce a fumetti 'The Shadowr. Il film riscosse un buon successo, e proprio la Marvel pubblicò due 
edicatl al personaggio (ma questa volta con debole esito commerciale, sicché le imprese di Darkman non divennero mai una 
i e propria): non stupisce perciò che il colosso dei comics, in cerca di autori di richiamo che dessero una confezione più lussuo- 
óprie trasposizioni cinematografiche, abbia affidato a Raimi il proprio più celebre beniamino. 

irti.eqùattro. film separano questi due momenti della carriera del regista, un intervallo segnato da scarsi successi di pubblico e 
ensa attività nel campo della produzione televisiva 3 . Durante questo lasso di tempo lo stile ipercinetico dei primi film, dato da 
ivìibent! di macchina, ha ceduto poi il passo ad un ritmo del racconto più tradizionale. Non ci troviamo più di fronte a sceneg- 
oòcepite in gran parte per sostenere la messa in scena, com'è avvenuto nei primi due episodi della serie Evil Dead, caratteriz- 
t'estrema mobilita della macchina da presa e da una rappresentazione del male (sempre in agguato sui giovani ospiti dell'ormai 
qttagedi montagna) mediata da soggettive realizzate con una steadycam improvvisata; così come non ci troviamo più davanti 
? alfa Tex Avery di / due criminali più pazzi.del mondo (Crìmewawe, 1985), o ancora ai duelli di Pronti a morire, orchestrati sulla 
ilverósa di una cittadina western e sull’orologio che la sovrasta 4 . Nei più recenti film di Raimi, al contrario, come ad esemplo in 
-buòn successo di pubblico che alla sua uscita ristabilì la credibilità commerciale del regista—, il talento visionario del regista 
occasionalmente nei momenti onirici e di maggiore tensione, mentre per il resto della pellicola si attiene a modalità di ripresa 


he lo aveva 
e jean-Marc 
cambiare i pi 


■-Man vantano più di una similitudine, e 
éprésérite questo precedente.nella carri- 
iriiéòibr pubblicato di recente dai -Cahlei 





















IN FORMA DI NUVOLE! 




i 

i 


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1 


In Darkman ogni momento della vicenda 
è segnato da una valanga di riprese spet¬ 
tacolari (e di citazioni) che la marcano: i 
repentini movimenti in avanti della mac¬ 
china da presa quando entrano in scena i 
gangster, la sovrapposizione di immagini 
di diversa natura nella sequenza della 
creazione delle maschere per la vendetta 
(abbiamo una sequenza identica in 
Spider-Man quando Peter Parker progetta 
il proprio costume), il montaggio in 
sequenza di volti dall'espressione esterre¬ 
fatta e di pupazzi, che nella sequenza del 
luna park segna l'insorgere della follia nel 
protagonista. 

Nel film sull'Uomo Ragno, rispetto al suo 
predecessore del 1990, abbiamo una tota¬ 
le integrazione degli elementi spettacolari 
con il racconto; non c'è più una sovrap¬ 
posizione, come in Darkman, bensì un 
totale diluirsi degli effetti speciali nella 
materia narrata, tendenza peraltro comu¬ 
ne agli ultimi lavori del regista (si guardi 
ad esempio al recente The Gift, 1999). Per 
una sua buona metà Spider-Man adotta 
una regia pienamente convenzionale, 
riservando le proprie sorprese per i 
momenti in cui ci troviamo apertamente 
di fronte allo straordinario. In questo 
senso la sequenza della scoperta dei pro¬ 
pri poteri da parte di Peter è quella che 
più rammenta il passato cinema di Raimi, 
e non solo per il gusto fumettistico del 
cielo azzurro, dai colori accesi come nei 
classici film hollywoodiani in Technicolor, 
ma anche per l'elaborato montaggio della 
scena delia scazzottata a scuola; per il 
resto, la macchina da presa si limita ad 
accompagnare le acrobazie del personag¬ 
gio digitale tramite contorsioni che, per 
filmare le scalate ai muri, abbinano car¬ 
relli laterali e rotazioni sull'asse; la cine¬ 
presa non si lancia più in movimenti ner¬ 
vosi che si sovrappongono all'azione, ma 
attende ferma, da posizioni insolite, l'en¬ 
trata in scena del personaggio, per seguir¬ 
lo poi in una serie di evoluzioni tecnica- 
mente impressionanti ma, alla lunga, 
noiose. 

Il ragno e il pipistrello 
Il secondo modello con cui Spider-Man si 
deve inevitabilmente confrontare è 
Batman (1989), il film di Tim Burton che 
nel 1990, risolvendo l'impasse del suo 
predecessore (Superman di Richard 
Donner, 1978), aveva aperto una nuova 
strada per il cinema tratto dai fumetti. Il 
problema, allora, era il senso dì ridicolo 
generato dal contrasto tra un eroe in cal¬ 
zamaglia e una città ripresa dal vero, e 
Batman, grazie all'ottimo lavoro compiuto 
da Anton Furst e Burton stesso, riuscì a 


risolverlo brillantemente plasmando l'in¬ 
tera Gotham City a modello della sagoma 
dell'eroe mascherato 6 , facendo in modo 
che, ad esempio, le guglie dei grattacieli 
riprendessero le punte del suo cappuccio. 
In Spider-Man non assistiamo a nulla di 
tutto ciò; l'Uomo Ragno vive nella "vera'’ 
New York, e piuttosto che plasmare la 
città con la sua forma subisce l’effetto 
contrario: il protagonista, volteggiante tra 
un grattacielo e l'altro, non è evidente¬ 
mente pensabile al di fuori di Manhattan. 
La fusione di contesto urbano e personag¬ 
gio è garantita dalla grafica digitale e da 
riprese che cambiano frequentemente 
l'impostazione dell'asse dell'inquadratura 
con movimenti rotatori di macchina che 
danno il senso della percorribilità delle 
superfici dei palazzi ritratti; la figura di 
questo Uomo Ragno, figura palesemente 
digitale che si muove tra grattacieli in 
parte ricostruiti, crea un effetto credibile 
ma in fondo spiacevole: come il film oscil¬ 
la tra le vicende epiche di Spider-Man e, 
soprattutto, i moti del cuore del suo 
alter-ego Peter Parker, così noi avvertia¬ 
mo un profondo iato tra il supereroe in 
costume che si muove muto per la città e 
il giovane tutto smorfie di imbarazzo che 
mantiene celata la sua identità di eroe 
mascherato. Il delicato equilibrio che il 
film sembra voler costruire tra teenage 
movie e cinema avventuroso ne risente, e 
quest'infelice saldatura tra piani narrativi 
va a scapito soprattutto delle sequenze 
d'azione, che percepiamo più estranee di 
quelle in cui Tobey Maguire, l'interprete 
dell'Uomo Ragno, è a piede libero. Per 
quanto possiamo sbirciare ogni tanto il 
suo volto senza la maschera, riesce 
comunque difficile associare con sicurez¬ 
za la figura in costume rosso e blu al viso 
adolescenziale di questo attore. Ne è un 
indizio la sorpresa che si prova nel vede¬ 
re affiorare le sue fattezze sotto la super¬ 
ficie della maschera, dopo che è stato col¬ 
pito da una bomba: più che il personaggio 
che abbiamo imparato a conoscere nel 
corso del film egli sembra uno strano ibri¬ 
do tra il ragazzino e l'uomo digitale che 
saltella nelle sequenze d'azione, ed è alla 
supposta credibilità di questa fusione di 
carne martoriata e brandelli di stoffa del 
costume che Raimi si appiglia per farci 
percepire la sintesi delle due figure che 
abbiamo visto agire finora, con un'imma¬ 
gine che riporta alla mente i maltratta¬ 
menti fisici subiti da Bruce Campbell nei 
panni dì Ash (la trilogia di Evil Dead) e da 
Liam Neeson (il dottor Westlake di 
Darkman). 

Questi ultimi due modelli rimangono i 
punti di riferimento principali per la pro¬ 



23 


Sam Raimi sul set di Spider-Man 



duzione del film; ma non c'è alcun dialogo 
tra essi e la nuova opera di Raimi. Questi, 
infatti, nel riferirsi al fumetto di Stan Lee, 
non tenta un’operazione critica del perso¬ 
naggio, come invece fa Burton con il suo 
Batman; bisogna d’altra parte segnalare 
che non si è avuta una rilettura ”a fumet¬ 
ti" del supereroe di carta, com' è invece 
avvenuto per l'uomo pipistrello con 
Batman: thè Dark Knigh Returns dì Frank 
Miller, modello tenuto continuamente 
presente dall'opera di Burton 7 . Allo stesso 
modo il film di Raimi, per ciò che riguarda 
la figura di Goblin, si limita a prendere in 
prestito la dialettica eroe-nemesi per 
esprimere la sostanziale identità delle 
due facce della stessa medaglia, anche se 
l'immagine di questo antagonista di 
Spider-Man non è convincente né per 
l'interpretazione macchiettistica di 
Willem Dafoe, né per il design della tuta 
(questa sì troppo campì). 

D'altra parte, la forza della Marvel, ciò 
che le ha consentito di sopravvivere fino 
ad oggi, è stata la capacità di creare serie 
a fumetti di qualità media, instillando nei 
lettori la curiosità per il prosieguo delle 
vicende; allora non vediamo perché non 
dovrebbe essere così anche per le sue 
trasposizioni cinematografiche: contenuti 
semplici da afferrare al volo e tanta azio¬ 
ne; se capita qualcosa in più, tanto 
meglio; se no, attendiamo il prossimo epi¬ 
sodio. E allora, aspettiamo impazienti The 
Amazing Spider-Man per il 2004. 

Francesco Di Chiara 

Note 

1. Facciamo riferimento in particolare alle storie più 
famose deH’Uomo Ragno, quelle scritte da Stan Lee e 
disegnate da John Romita sr., che subentrò al loro 
primo disegnatore, Steve Ditko. 

2. «11 mio fumetto preferito è L'uomo ombra, un eroe 
americano degli anni Venti. Usciva dall'ombra con le 












IN FORMA 01 NUVOLE 



|| 


24 






sue pistole, ipnotizzava i criminali e li smascherava. 
Viveva al 58° piano del grattacielo (allora) più alto di 
New York che aveva solo 57 piani. Studiava musica 
orientale» (da un'intervista all’autore di Luciano 
Riotta apparsa su «il manifesto» nel 1985; ora in 
Georgette Ranucci, Stefanella Ughi [a cura dii, Sam 
Raimi. Il Genio del Male, Roma, Dino Audino Editore 
s.d., p. 13). 

3. Sam Raimi è infatti produttore esecutivo delle due 
fortunate serie Hercules, con Kevin Sorbo, e Xena, 
con Lucy Lawless, che ha un breve carneo in Spider- 
Man. 

4. «A quali modelli cinematografici e fumettistici ti sei 
ispirato? A Bugs Bunny, al cartoon di Hanna e 
Barbera, alla mia collezione di effetti acustici, ai film 
di John Wayne» (Cfr. Georgette Ranucci, Stefanella 
Ughi la cura di], op. cit., p. 13). 

5. Olvier Joyard, Jean-Marc Lalanne, Sam Raimi, outsi- 
de appelé à régner, in «Cahiers du cinéma», n. 569, 
joun 2002, pp. 76-77. 

6. «Tim Burton |...] cerca di trovare un equivalente 
plastico-dinamico delle figure disegnate su carta. 
Cerca di trovare, e ci riesce, una continuità, omoge¬ 
neità, uniformità tra corpi mascherati e scenografia. 
[...] Così Batman: alla metropoli e a ogni cosa impone 
il suo marchio. Gotham City è la sua città, il suo rifles¬ 
so architettonico» (Michele Canosa, "Batman, la Linea 
Gotica", in Michele Canosa, Enrico Fornaroli la cura 
dii, Desideri in forma di nuvole. Cinema e fumetto, 
Campanotto, Udine 1996, pp. 190-192). 

7. Abbiamo piuttosto un cortocircuito perverso quan¬ 
do Spider-Man, andando a imitare palesemente certe 
situazioni del film della Warner Bros, inserisce una 
sequenza che sembra tratta dal fumetto di Miller: la 
celebrazione cittadina interrotta dall’attacco di 
Goblin rimanda al carnevale di Gotham City, occasio¬ 
ne in cui Joker diffonde il suo gas omicida; abbiamo 
perfino l’apporto di un cantante pop in entrambi i 
casi, qui Macy Gray in un breve carneo, laddove nel 
film di Burton vengono diffuse le musiche di Prince. 


Di mostri, meraviglie e supereroi 

Se un regista è stato, in una fase breve o 
lunga della sua vita, un disegnatore, potrà 
forse essere discutibile, potrà scatenare 
amore o indignazione senza appello, ma 
non sarà mai banale o visivamente sciat¬ 
to. Non solo-, non si porrà mai limiti di tri¬ 
viale verosimiglianza, perché consapevole 
che il cinema può essere come un foglio 
di carta quando si ha in mano una matita: 
un mondo di infinite possibilità. Per chi 
ha amato i ritmi stracchi di Clerks e per 
chi attende con impazienza le intempe¬ 
ranze di Dogma, Kevin Smith è un esem¬ 
pio luminoso di come la mano del fumet¬ 
tista si adatti perfettamente al cinema. 1 
suoi film nascono e si sviluppano attorno 
ad alcuni scelti eroi - o antieroi o non¬ 
eroi - che attraversano storie che non li 
riguardano, interagiscono con altri figli 
dello stesso padre creativo e puntellano 
un universo costruito sulla misura del 
loro autore. 

Kevin Smith ha lavorato alla Marvel, ed è 
giusto che paghi pegno intervistando Stan 
Lee. Questo lungo e vivace scambio di 
opinioni e informazioni è diventato acces¬ 
sibile a tutti grazie a un dvd della 
Columbia-Tristar intitolato Mostri e mera¬ 
viglie e messo in commercio pochi mesi fa 
in Italia a un prezzo relativamente acces¬ 
sibile (14,90 euro). Le interviste sono state 
realizzate nel febbraio del 2002 a Santa 
Monica (California) presso Hi De Ho 
Comics, una fumetteria che gli appassio¬ 
nati Marvel potrebbero piuttosto definire 
un tempio di infinite meraviglie e di pre¬ 
ziosi oggetti di culto. La sezione Arrivano 
gli eroi è dedicata a tutte le creature a cui 
Lee ha dato vita. Gli eroi fragili e umani 
in conflitto con poteri senza uguali sfilano 
davanti agli occhi affettuosi e compiaciuti 
del loro padre e, di riflesso, davanti a 
quelli dei loro fratelli che, puntata dopo 
puntata, si sono riconosciuti nelle loro 
debolezze e hanno desiderato la loro 
forza. Perché per Lee chi ha l'idea di un 
personaggio, chi lo immagina, è il padre 
della creatura, indipendentemente da chi 
lo disegna. La genesi di Hulk, degli X-Men, 
di Iron Man, dei Fantastici Quattro, di 
Daredevil è ricostruita in tutte le fasi che 
hanno permesso alle idee di Stan Lee di 
diventare storie e disegni condivisibili da 
un pubblico sempre più grande e sempre 
più affezionato. Alla nascita di Peter 
Parker e del suo doppio è invece dedicata 
la prima parte dell’intervista, suddivisa in 
capitoli che rendono accessibile Spidy a 
chi non lo conosce e fanno l’effetto, a chi 
lo conosce bene, della storia da ascoltare 
con l'abbandono dei bambini che hanno 


imparato a memoria ogni suo capitolo e lo 
aspettano con un'impazienza mai tradita. 
Kevin Smith è la chiave di accesso al 
mondo di Spider-Man. È un uomo massic¬ 
cio e innocuo, pacifico e deliziato da 
quello che ascolta. Stan Lee è un genti¬ 
luomo sobrio e cordiale. Assomiglia a un 
J. Jonah Jameson meno irascibile e asso¬ 
lutamente meno stupido, e ride felice 
quando ricorda che sì, il capo di Peter 
Parker è lui come lo vedevano molti 
conoscenti e collaboratori. A questo 
punto non può che seguire l'ammissione 
di aver desiderato di interpretare 
Jameson al cinema, ma di aver dovuto 
rinunciare perché troppo vecchio per il 
film di Raimi. Un piccolo ruolo nella pelli¬ 
cola gli è stato comunque assegnato. In 
Time Square, Stan Lee cerca di vendere a 
Peter un modello di occhiali «come quelli 
degli X-Men». Subito dopo il Goblin lancia 
una bomba. La scena è stata girata in 
diverse versioni, ma è stata eliminata dal 
montaggio finale. In questa videointervi¬ 
sta, semplice e lineare, è la persona di 
Lee, il suo modo di raccontare, a rendere 
avvincente la storia. Questo narratore, 
che ha sempre scritto per se stesso e non 
per i ragazzini, spiega come sia necessario 
costruire un mondo per i propri perso¬ 
naggi e come sia divertente definire i loro 
caratteri, farli interagire, dare loro dei 
soprannomi come si fa con i familiari. Nel 
caso di Spider-Man tutto è amplificato 
dalle insolite caratteristiche del protago¬ 
nista: adolescente, con pochi soldi in 
tasca e scarse doti seduttive, costretto a 
dover scegliere costantemente tra il 
dovere di supereroe e quello di nipote 
affezionato. Al di là dell'interesse che le 
parole di Lee possono suscitare in ogni 
appassionato di fumetti, uno degli aspetti 
più interessanti del dvd è il poter ascolta¬ 
re la sua voce piena di sfumature e di 
emozione, quella stessa voce che, accom¬ 
pagnando i disegni animati realizzati negli 
anni Settanta, è diventata una delle più 
amate e familiari degli Stati Uniti. 

Anna Antonini 













A VOLTE RITORNANO 


Note 

1. In Francia siamo in media intorno agli 8-10 episodi, 
mentre negli Stati Uniti il numero aumenta attestan¬ 
dosi intorno alle 15-16 unità. In Italia questo tipo di 
film si compone solitamente di un numero molto più 
ristretto di parti (circa 203). 

2. Anche per quanto concerne il fattore relativo alla 
durata dì ciascun episodio, il dato varia. In Italia, 
come dicevamo nella precedente nota, il numero 
degli episodi è inferiore a quello della tradizione di 
altri paesi, ma la lunghezza di ogni puntata è di molto 
superiore. 

3. E ottimali tali scelte apparivano anche all’epoca di 
uscita del film, a quanto si legge dalle critiche assolu¬ 
tamente positive. 


XVI Edizione del Cinema Ritrovato 
Bologna, 29 giugno~i6 luglio 2002 

I capricci del destino 

Come accade ogni anno, anche la XXXI edizione del Cinema Ritrovato di Bologna non ha deluso le aspettative, dando nuova visibilità a 
grandi capolavori e ad opere meno note ma di grande interesse del cinema del passato. Tra le varie proposte del ricco programma, 
meritano di essere ricordate la bella sezione rivolta al cinema di Léonce Perret, quella dedicata al film noir francese e il curioso tributo 
al Miracolo del 3-D, fugace pratica del cinema americano anni Cinquanta, per lo più di serie B, presto abbandonata e sostituita da tecni¬ 
che che comportavano meno problemi tecnici e minori dubbi estetici. 

Probabilmente, come sempre, le emozioni maggiori sono arrivate grazie alla sezione Ritrovati e Restaurati, punto di forza della manife¬ 
stazione, che quest’anno ha riproposto capolavori del calibro di Der letze Mann dì Murnau, Nana dì Renoir, Der blaue Engel di Josef von 
Sternberg e II posto di Ermanno Olmi, in copie completamente restaurate. 

Se le pellicole più famose suscitano sempre grande attenzione richiamando folto pubblico, ci sono comunque opere "minori” alle quali, 
in ogni caso, non si fatica ad affezionarsi, ritrovandosi spettatori fedeli ed entusiasti. Proprio in questo senso, allora, si colloca la pre¬ 
sentazione de La Maison du Mystère, film a episodi della durata totale di circa otto ore, girato in Francia nel 1923 da Alexandre Volkoff 
adattando l’omonimo romanzo di Jules Mary. 

II protagonista della complicatissima vicenda è Julien Villandrit, proprietario di un’industria tessile gestita dall’amico d’infanzia Henri 
Corradin. Tutto scorre nella massima tranquillità, finché Julien non sposa la bella Régine, la donna amata anche da Corradin. Costui, 
accecato dalla gelosia, fa di tutto per separare la coppia, ricorrendo all’occorrenza alle più basse e bieche maniere; cosicché, dopo aver 
fatto in modo di far condannare Villandrit per un omicidio di cui è in realtà lui il vero colpevole, si insinua nella vita di Régine cercando 
di prendere il posto di suo marito. 

Continuare a raccontare i mille colpi di scena che conducono all'atteso (e con che trepidazione!) lieto fine sarebbe qui decisamente 
poco possibile. Nel corso dei vari episodi i personaggi e le situazioni si moltiplicano esponenzialmente, facendo in modo che non si trat¬ 
ti più solo delle vicende dei singoli, ma di una vera e propria irruzione della Storia tout court nella storia con la s' minuscola. Così le 
fughe, i duelli, i ricatti, gli amori non corrisposti e gii amori lieti ed ancora in boccio, che segnano più di venti anni della vita dei prota¬ 
gonisti, si mescolano a tratti ai colori cupi della morte, della lontananza e del dolore causato dallo scoppio della prima guerra mondiale, 
che divide i personaggi gli uni dagli altri e che diventa metaforicamente prova della resistenza e del coraggio nel vivere le proprie pas¬ 
sioni. 

L'attesa impaziente dello spettatore, dicevamo, cresce ad ogni episodio. Si parteggia per un personaggio 0 per l'altro, si soffre, si gioisce, 
si dà visibilità alle proprie emozioni con risatine o mormorii di disappunto in sala, che rendono la fruizione una sorta di spettacolo colo¬ 
rato e pieno di partecipazione. Così il pubblico affezionato, pronto ad assistere ai nuovi sviluppi della vicenda, si immerge letteralmente 
e profondamente nella storia, partecipa, cerca di intuire cosa accadrà poi, confortato fin dall’inizio dalla sicurezza del finale roseo (d'al¬ 
tra parte l’ultimo episodio è intitolato Le Trìomphe de l'amour...). 

Sicuramente più vicino alla logica della serie televisiva di oggi piuttosto che a certe esperienze cinematografiche contemporanee, il film 
a episodi era un genere di grandissima popolarità nei primi decenni del secolo scorso, sia in Europa che negli Stati Uniti, con un numero 
di puntate variabile'. Nel caso dell'opera di Volkoff ci troviamo di fronte ad una serie di dieci episodi della durata media di circa cin¬ 
quanta minuti ciascuno 2 , ognuno dei quali abilmente orchestrato col suo bel colpo di scena prontamente inserito nel finale, come si 
conviene per incrementare le aspettative. 

Anche le scelte attoriali appaiono ottimali 3 , con tutti gli interpreti perfettamente calati nei propri ruoli. Se il personaggio di Julien è 
interpretato dal russo Ivan Mosjoukine, attore di grande popolarità all'epoca, esiliato come Volkoff dal proprio paese (e che tutti, tra 
l'altro, ricorderanno per esser stato il soggetto del famoso del famoso esperimento denominato Effetto Kulesov ), anche gli altri protago¬ 
nisti, Charles Vanel nei panni del crudele e subdolo Corradin e Hélène Darly in quelli della sconsolata e fedele fino alla fine Régine, 
meritano attenzione. 

11 grande pregio del film sta comunque nell’abilità con cui le situazioni vengono costruite ed incastrate fra loro e nella superba fotogra¬ 
fia del russo Nicolas Toporkoff. 

Nel film, sia per quanto riguarda la forza visiva che la partecipazione emotiva, non ci sono mai momenti deboli, e, anzi, uno dei grandis¬ 
simi meriti dell'opera viene dal fatto che ogni situazione, anche la meno importante, conquista il suo spazio di visibilità grazie a trovate 
di puro e meraviglioso ingegno, pur mantenendo la massima fedeltà al testo di Mary. 

Gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi, ma senz'altro la splendida sequenza relativa all’arresto di Julien, in uno dei primi epi¬ 
sodi, è uno dei più emblematici. Le immagini virate in un intenso blu notte mostrano le autorità pronte a catturare il fuggiasco che si 
nasconde in un bosco ombroso aiutato da sua moglie Régine. 1 poliziotti si celano nell'oscurità della notte, mostrandosi allo spettatore 
grazie ad un abile uso di luci e sovrimpressioni solo nel momento in cui le tenebre lasciano il posto al nuovo giorno. L'imboscata ha 
dato i suoi frutti: Julien viene arrestato e Régine, avvolta in veli chiari come le pallide luci dell'alba, perde i sensi sola e affranta 
La valenza metaforica delle immagini permette così di aggirare ostacoli narrativi che le sole didascalie difficilmente riuscirebbero a 
risolvere efficacemente, e cosi, quando alla fine il tempo scorre superando gli intoppi posti dalla crudeltà degli uomini e l’amore trionfa, 
gli intertitoli, non più sufficienti da soli ad appagare lo spettatore, lasciano per un attimo il posto alle suggestive immagini della villa 
"del mistero”, avvolta in una nebbia sottile, nella quale, ora lo sappiamo, non si cela più alcun dolore e sofferenza Ed è proprio questa 
bruma leggera che con discrezione ci invita ad allontanarci dalla vicenda permettendoci, senza bruschi risvegli, di lasciare in serenità, 
dopo tanti patimenti, Julien, Régine e tutti gli altri. 

Anna Soravia 







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L'attrazione, nel sistema dei dispositivi: 
mostrativi formulato da Gunning per il 
cinema dei primi tempi, è .'ntertJjOifl* 
neamente climax e risoluzione, e ilpjàcg- 
re dello spettatore viene dall'alternarsitiri 
questi due momenti. Il tempo deil'attra- : 
zione non è continuità ma interruzionè. 
rottura temporale. Il cinema dèi primi 
tempi, così come lo hanno definito 
Gunning e Gaudreault, era un cinema 
puro ed assoluto poiché poteva usare 
esclusivamente il linguaggio delle immagi¬ 
ni. Ai nostri giorni, benché la narrazione 

sia diventata elemento inscindibile delle- 

. 

spressione filmica, a .sopo cineasti che 
ricercano questa purezza originaria, avidi 
dì immagini sempre nuove e in grado di 
presentarsi come insolite. In particolar 
modo quest'istanza è riscontrabile nel 
cinema nonfiction, vale a dire nel cinema 
documentario. Grazie a Adriano Apra, 
abbiamo un quadro preciso dell'evoluzio¬ 
ne di questo tipo di cinema: nelle sue 
introduzioni ai due volumi delle rassegne 
del Festiva] di Pesaro dedicate all'argo¬ 
mento {Il Cinema e il suo oltre, 1996 e 
1997), Aprà traccia un percorso storico¬ 
critico della nonfiction dal cinema delle 
origini ai giorni nostri. Il filo rosso di tale 
percorso è quello di un cinema in cui lo 
sguardo desidera sorprendersi scoprendo 
il mondo, all'interoS del quale guardare è 
un'avventura e il reale riesce ancora ad 
imporre le proprie direzioni imprevedibili. 
Werner Herzog, nato a Monaco il 5 set¬ 
tembre del 1942, è, secondo la mia opinio¬ 
ne, Un regista in.quèsio sefjss.emblemati- 


' e qualsiasi momento aggres 
uro: cioè qualsiasi Suoelemen- 
citi solfo spettatore un effetto 
0 psicologico, verificato spere 
te e calcolato matematieamen- 
‘iroéjrre determinate scosse : 
quali a loro volta tutte <me- 

lusione ideològica 'dello spet- 


enh dèi Novecento, con que- 
>ne. Ljzènstejn istituzionalizza 
fare spettacolo già diffuso nel 
cinema: basti pensare all'atti- 
esso tjzenstejn o di Vertov. Il 
iriemà, e potremmo dire l'arte 
devono essere utili, devono, 
'le, agire sullo spettatore, 
o per una riflessione sulla 
dizione. L'attrazione è il 
9t0 confi quale scuotere io 
quindi indurlo a riflettere. Lo 
leve essere un montaggio di 


sua singola pi 
risultato final 
profonda dei; 
La definizioni 
teatro, ma eg 
nico linguaggi 
suo “montagg 
anni Ottanta 
"riscoperta" e 
primi tempi d 
André Gaudrt 


Gunning. Con 


i attrazioni. Il rap- 


1 un film erotico, ammicca allo spet- 
. Quest’istanza mostrativa può 
essere esterna al film con presen- 
conferenzleri che introducono e * 


ibuto di 

-ici di altri i 

1 smette di ^ 

Zione al. j 


ma fin qui 

assoluto 

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motivo di evoluzione tecnica che per il 
cambiamento di sguardo della macchina 
da presa. Nel cinema di Herzog sparisce il 
concetto di temporalità dell'attrazione. Le 
sue immagini attrattive sono spesso ripe¬ 
tute (si pensi, a titolo d'esempio, alla 
bucle dell'aereo che plana all'inizio di 
Fata Morgana) o sempre presenti, con 
uno sguardo che alternativamente si sof¬ 
ferma su di esse per tutta la durata del 
film. L'autore, con interminabili piani 
sequenza, indaga i paesaggi che incontra 
sul suo cammino, senza aver paura della 
monotonia e spesso rivolgendo lo sguar¬ 
do a dimensioni più ampie. 11 paesaggio è 
l'attrazione principale nella sua opera: 
esso stimola i suoi sogni ad occhi aperti, 
dice l’autore, poiché fonte principale di 
ispirazione. 

In Fata Morgana, Herzog si è lasciato 
invadere dall'immenso protagonista che è 
il paesaggio africano, capace di parlare da 
sé già col semplice contatto diretto. Con 
insistiti piani-sequenza costituiti da veloci 
movimenti orizzontali, il paesaggio ci 
scorre davanti agii occhi senza mai fer¬ 
marsi, perché non c'è n’è bisogno; la sua 
bellezza e il suo potere incantatorio ci 
fanno provare, per la sua condizione 
degradata, un senso di sconfitta per il 
genere umano. Oltre al paesaggio, gli 
oggetti e gli uomini divengono anch'essi 
attrazioni; in Fata Morgana, la macchina 
da presa si avvicina al relitto di un aereo 
visto in lontananza, poi, lentamente, con 
movimenti circolari, si muove tra i rotta¬ 
mi fino ad arrivare ad un’inquadratura 
allargata. Questi movimenti, più che a 
svelare, sono tesi a celare, sino al 
momento in cui siamo pronti a vederla 
con altri occhi, queU'immagine familiare 
che stranamente ci diventa sconosciuta e 
della quale solo alla fine scorgiamo il 
significato cui essa davvero rimanda 3 . Qui 
lo sguardo della macchina da presa 
distorce il nostro modo di vedere abituale 
al fine di disorientarci, colpirci e di con¬ 
seguenza farci riflettere. In Fata Morgana 
tutti gli attori che incontriamo sono ripre¬ 
si in primo piano, un primo piano fisso, 
impietoso, senza via di scampo sia per il 
personaggio inquadrato che per lo spetta¬ 
tore. Nell'inquadrare il bimbo con il suo 
volpino, lo sguardo della macchina da 
presa lo fissa per pochi minuti dalla vita 
in su; brevi attimi che diventano un'eter¬ 
nità per il disagio del bambino chiara¬ 
mente obbligato all'immobilità, ma anche 
per la nostra insofferenza, perché non 
siamo abituati a fissare occhi come quelli 
per tanto tempo. Un'immagine di tale 
intensità rappresenta per il fruitore uno 
stimolo particolarmente forte, capace di 


provocare una rottura nel suo modo di 
vedere abituale, poiché egli, in tali circo¬ 
stanze, si scopre chiamato direttamente 
in causa. Qui, e altrove ancor di più, per¬ 
cepiamo la presenza del regista, il quale 
dà indicazioni al soggetto ripreso; così 
facendo, Herzog rende esplicita la presen¬ 
za dell'autore e quindi dello stesso artifi¬ 
cio tecnico, per far capire allo spettatore 
che è proprio con lui che si vuole parlare. 

Il cinema di Herzog apre un canale diretto 
con la realtà per affermare che anche 
quella sullo schermo è realtà, diversa 
dalla nostra o forse vista solo in maniera 
differente. Ciò crea uno stimolo riflesso 
nello spettatore, che in questo modo può 
cercare di andare oltre il dato reale, in 
una realtà parallela fatta di altri significa¬ 
ti, tra i quali c'è l'idea del regista. Il movi¬ 
mento senza meta, sempre presente nelle 
sue opere, elimina le coordinate spazio¬ 
temporali e ci dà l'impressione di essere 
in un luogo in cui il tempo è sospeso e 
lontano da questo mondo. 

Oggi il linguaggio cinematografico puro lo 
troviamo esclusivamente nella nonfiction, 
ciò non vuol dire che la nonfiction sia 
esente dalle "scappatoie" tipiche del cine¬ 
ma narrativo: basti pensare al ruolo di 
grande suggestione svolto dalla colonna 
sonora in Fata Morgana e all'aiuto dato 
dal commento fuori campo alla compren¬ 
sione del film. Inoltre, come ricorda Aprà, 
non bisogna pensare che il cinema docu¬ 
mentario sia mera registrazione; anzi, 
proprio perché ha a che fare in maniera 
più diretta con il puro linguaggio cinema¬ 
tografico, esso si presta maggiormente 
alla formalizzazione e alla libera speri¬ 
mentazione del regista. Si può dire che il 
cinema documentario è un tipo di fare 
cinema che dà più soddisfazioni al regista, 
il quale pensa solo al proprio linguaggio 
senza doverlo prendere a prestito da altri 
campi. Il cinema narrativo fa vedere allo 
spettatore solo quello che sa che gli 
piace, mentre il cinema documentario 
mostra allo spettatore immagini reali, e in 
quanto tali lo sfida ad un'analisi senza 
dirgli cosa deve pensare al riguardo. Lo 
spazio, nell'assimilare il messaggio visivo 
da parte del fruitore, si fa cosi più lungo, 
ma più efficace, ed è probabilmente per 
questo motivo che la soddisfazione è reci¬ 
proca. 

Alberto Gini 


Note 

,. Questo lavoro nasce da alcune riflessioni sviluppate 
nel corso di un seminario seguito nell'anno accademi¬ 
co 1999-2000 al DAMS di Bologna, coordinato da Viva 
Paci, dal titolo 11 Cinema: un'attrazione. 

2. Sergej M. Ejzenstejn, Il montaggio delle attrazioni 
in «Lef», n. 3,1923. In italiano in II montaggio, voi. IV, 
tomo II delle Opere scelte, Marsilio, Venezia 1986. 

3. Molti sono i suggerimenti che la lettura del fonda¬ 
mentale saggio di Viktor Sklovskij L arte come proce¬ 
dimento può darci in questo senso. Cfr. Viktor 
Sklovskij, "L'arte come procedimento", in Idem, Teoria 
delia prosa, Einaudi, Torino 1976. 

Bibliografia 

Adriano Aprà (a cura di). Il cinema e il suo oltre, 

Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, Pesaro 
1996. 

Adriano Aprà (a cura di), Le avventure della nonfic¬ 
tion. il cinema e il suo oltre 2, Mostra Internazionale 
del Nuovo Cinema. Pesaro 1997. 

Emile Benveniste, Problemi di linguistica generale, Il 
Saggiatore, Milano 1971. 

Noe! Burch. Il Lucernaio dell'infinito. Nascita del lin¬ 
guaggio cinematografico. Pratiche, Parma 1994. 

Sergej. M. Ejzenstejn, Il montaggio delle attrazioni, in 
«Lef» n. 3,1923. In italiano in II montaggio, voi. IV, 
tomo 11 delle Opere scelte, Marsilio, Venezia 1986. 

André Gaudreault, Tom Gunning, "Le Cinéma des pre- 
miers temps-. un défi à i'histoire du cinéma?", in 
Jacques Aumont, Marie Gaudreault, (sous la direction 
de), Histoire du cinéma. Nouvelles approches, 
Publications de la Sorbonne, Paris 1989, pp. 49 -& 3 - 
André Gaudreault, "Les Vues cinématographlques 
selon Georges Méliès, ou: comment Mitry et Sadoul 
avaient peut ótre raison d’avoir tort (mème si c’est 
surtout Deslandes quii faut lire et relire)", in J. 

Malthète, Michel Marie, (sous la direction de), 

Georges Méliès, l'illusionniste fin de siede ?, Presses 
de la Sorbonne Nouvelle, Paris 1997, pp. tti-131- 
André Gaudreault. Dal letterario al filmico, Lindau, 
Torino 2000. 

Fabrizio Grosoli, Werner Herzog. La Nuova Italia, 
Firenze 1981. 

Tom Gunning, "Non-Contlnuity, Continuity, 
Discontinuity: A Theory of Genres in Early Film , in 
Tomas Elsaesser. (ed.), Early Cinema: Space, Esame, 
Narrative, BFÌ, London 1990. 

Tom Gunning, "The Cinema of Attraction: Early Film, 

Its Spectator and The Avant-Garde”, in Thomas 
Elsaesser, (ed.), Early Cinema: Space, Frame, 

Narrative, BF 1 , London 1990. 

Tom Gunning, "Now You See It, Now You Don't': The 
Temporality of thè Cinema of Attractions", in Richard 
Abel. (ed.), SilentFilm. Rutgers University Press, New 
Brunswick 1996. 

Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio, Guanda, Milano 
1982. 

Chris Marker, Scene della terza guerre mondiale 1967- 
tgyy, Feltrinelli, Milano 1980. 

Henri Moreau, L’attraction, in «Ecran du cinéma», 
n. 11, 28 giugno 1912. 

Viva Paci, Certains paysages d’Herzog sous la loupe du 



Fata Morgana 



Werner Herzog 


système des attractions, in -Cinémas», n. 1. 1 XII 
2001. 

Francesco Pitassio, Leonardo Quaresima, (a cura di), 
Scrittura e immagine, Forum, Udine 1997 
Leonardo Quaresima, Alessandro Raengo, Laura Vichi, 
(a cura di), La Nascita dei generi cinematografie• 
Forum, Udine 1998. 

Paolo Sirianm, Il cinema di Werner Herzog, bbero 
Scambio Editrice Firenze 1980. 

Viktor Sklovskij Tane come procedimento', in Idem, 

Emmanuelle Toutet, fi tìnemtogmfo, mgfttfotm M 
scroto Calh<tiardA)mvei«leEleaa 

■HHÉBK 








LE CITTA DEL CINEMA 





Èrtili 


CANNES 

PESARO 

VENEZIA 


: i.V Festiva! International du Film Con.la creazione a Budapest, nel 1983, del 

Cannes ;i 4 <.o paggio 2002 Private Photo and Film Archive, Forgàcs 

si era riproposto di documentare e ricor- 
v | dare, attraverso la collezione di film ama- 

Dàgli archivi del film di famiglia., toriali e materiali di altro tipo, un quadro 

. della storia dell Ungheria diverso e ptu 

Bibó brcvuiriumiìstyanfàbó teagments) articolato di quelfo ufficiale. 

Regia e sc(sni^ianifa{:^er'Forgàcs. • • -Colleziono il passato nascosto, soppres- 
Consulenti: Jàrtò's-.Keriedi, Geza so, dimenticato e oppresso déil'Ungheria,. 

ìBerefnenyi. istvàa-Bibo Jr„ Gabor Hnnak. L’Ungheria è un paese dove, in séttànt'ari- 

pgr;Ravàsz,:^|f|ips Forgàch. Film di mon- ni, ci sono state undici strutture politiche 
staggio comgìpóda materiali di reperto-. e sociali diverse, ci sono state due guerre 
riÒ/Priva{f|p : óto fi Film Foundation mondiali devastanti e cinque rivoluzioni 

(PPFF)..:Mxisi.v, Tibor Szemzó. Suono-, faìlite e altrettante controrivoluzioni, 

Zsolt Htibav. Zoltàn Vadon. Narratore: quattro dittature diverse, e solo nel 

PaufMerrick (versione inglese), Francois tempo della mia.vita ci sono state una 
ifbìf"^versione francese). Produzione-, rivoluzione (1956) e una rivoluzione ’ieg- 

Péter Forgàcs/For-Creation Ltd e Gyòrgy géra’ (iq§8). Ho il dovere di raccontare la 

Budai/Nextreme Film Ltd. Paese: mia storia perché non c’è più ’la’ storia 

Ungheria, 2002. Supporti: video Beta digi- i. I, tf dovere di raccontare la tua storia e 

tale e pellicola 35 nini. Bianco e nero e la mia storta. È una specie dì deco 

colore. Durata: 69 min. "st razióne»?. ìÉ. 

: Cinque ariÉi dopo la fondazione dell’ar- 
L’edizione 2002 del Festival di Cannes si è /-etimo. con ilplims episodio della serie, 
distinta, almeno a leggere i giornali. dedlè^to alia iamiglia Bartos, Forgàcs ini- 

soprattutto:gèfeS ; t.o.ncorso, composto 'zia-tetstìa rttercà mirata -a vedere il non 

quasi un 1 camenfedafdm “d’autoie , da „ visto, a declinare e ricostruire il passa- 
Cronentjerg ai^ldiguiahi^p'kMoucl.e <é , : tè dei. suo paese attraverso il mezzo effi- 

Egoyan. da Pelatisi.-, a i.t-:gii' ; ;da.Gitni a ' ” -mero rappresentato M’home movie-'. 
Suleiman, da Sokurov ai DardenneVdrf F ,, . Questa opeJsin continua espansione, ha 
Loach a Kaurismaki, da Bellocchio a De ; superato in questo modo la funzione, 
Oliveira, ecc. pure importantissima, delia ricostituzione 

L’altro elemento clell’ultima edizione del della memoria di una nazione per acquisi- 

festival che ha suscitato - in minor misu- re una dimensione ''ontologica", e trasfor¬ 
ra - l'attenzione dei mass media è stata marsi cioè in -una riflessione sulla natura 

la presenza, nelle diverse sezioni 0 fuori della memoria storica e individuale, la 

concorso, di. lavori socialmente e varia- costruzione della storia e la fenomenolo- 
mente ’' 58 ffiegrtBti", dp yf settembre 2001 a già deiìo stesso fare i film»’ 1 

for CótumÒine, da Cario Giuliani. In Bibo breviànum. accompagnato dalla 
ragazzo a ÌJn vivant qui passe. musica avvolgente df Tibor Szemzó e da 

Non risulta invece aver ricevuto partieo- ima voce fuori campo che legge brani e 

lare attenzione un film come Bibó brevià- riflessioni tratti dalle analisi di Bibó 

nutrì (Isrvén Bibó fragments) di Peter sull’Ungheria tra le due guerre, Forgàcs 

Forgàcs (Ungheria, 2002), che in un certo compone un affascinante quadro fatto di 

senso unisce quéste dué componenti - . immagini preesistenti provenienti da fonti 
autoriate e documeritsrizzarite - attraver- diverse, l'opera si presenta come una . 

;so. il linguaggio della sperimentazióne. ininterrotta sequela di materiali di repér- ; 

Già vincitore del premio alia regia (sezio- torio di varia natura, brani documentàri 

nel cinema sperimentale e cortometraggi) sul paesaggio ungherese, sequenze prove-. 

dell'.Hungarian Film Week, il film di nienti dall'archìvio privato dei-filosofo, 

Forgàcs, presentato nell'ambito della sulle quali il cineasta è.intervenuto non . . 

"Quinzaine des réalisateurs”, è un docu- solo attraverso il montaggio, ma anche al : 

mentario poetico sulla figura di Istvàn livello dell’Inquadratura-(per esempio 

Bibó, il grande filosofo ungherese che fu attraverso Fuso del freeze (rame, dei rai- 
fhinistro durante la rivoluzione del 1956, tentatore 0 del negativo), oppure tramite 


ga cattiva caduca e ipo 
• la minaccia maggióre a 
legge non è la geme al 1 
quelle situazioni indefir 
cui essa diventa Una Cài 
traddiiiona e ipocrita--.:; 
La riflessione politica e 
viene dunque fatta proj 
tramite la manipolazion 
accostamento dei matei 
scritti, fotografie, irfimà 
film di famiglia. Le.xiflé: 
sembrano guifiÈ|§Fpnc 
sta, - ricerche èl viàggtlfli 
tempo' all'internojl|pi 
Perciò vedere Fimgrève 
futuro, attraverso i 
me una chiave interprel 
sa, ma anche una ‘trace 
accederei al 'tempo dm 
Per Forgàcs, che oltre a 


ve, vanta < 
sociologo,, 
offre un'at 


storia penetrandola 2 
ili deile vicende indivi 
el cinema amatoriale, 
-non è solo che quest 
























LE CITTA DEL CINEMA! 


\ PesaroJ 



quei vecchi abiti. Amo i loro diversi modi 
di portare i capelli. Amo quelle strade. 

Non avevano un piano, non erano 
coscienti di tutti quei particolari di cui è 
invece cosciente un regista che ha dise¬ 
gnato ogni dettaglio». 

E poi conclude, rischiando di essere tac¬ 
ciato di banalità (da chi non lo conosce): 
«Non voglio dire che il film di famiglia è 
più vero, ma mi piace molto di più» 6 . 

Laura Vichi 


Note 

1. Bibó breviàrium è attualmente il penultimo della 
serie, prima di The Bishops Garden. 

2. Cfr. Deirdre Boyle, Meanwhile Somewhere. a 
Conversation with Péter Forgàcs, «Millennium Film 
Journal», n. 37, Fall 2001, disponibile sul sito della rivi¬ 
sta www.mfj-online.org 

3. Ibidem. 

4. Ibidem. Corsivo mio. 

5. San Francisco Jewish Film Festival 2o th Anniversary, 
http://www.sfjff.org/sfjff20/filmmakers/05D.html 

6. Deirdre Boyle, op. cit.. 


XXXVIII Mostra Internazionale del Nuovo 
Cinema 

Pesaro, 2i-2g giugno 2002 

Due finestre su Pesaro 

Un omaggio a Sirk 

Imitation ofLife (1983) di Daniel Schmid 

En octobre 1983, je partais en Italie avec Renato 
Berta pour tourner Le Baiser de Tosca. Sur le che- 
min, nous avons choisi de nous arrèter à Lugano 
chez Douglas et Hilde et de les filmer pendant 
trols jours. Je ne voulais pas faire un documentai- 
re trop formel, ni un essai critique, ni mème véri- 
tablement un portrait biographique. I ...1 Je voulais 
simplement fixer ces longues conversatlons ami- 
cales que nous avions. Il avait à I'époque 83 ans, 
mais pouvalt encore réciter sans hésltation des 
pages entières de Goethe. Il n'y avait chez lui 
aucune forme d'amertume, ni de regret. Il conti¬ 
nuai! à lire énormément, connaissait parfaitement 
la littérature franfaise, allemande, anglaise. Sa 
formation de grand intellectuel ne le portait pas 
pour autant à mépriser Hollywood, ni à prendre 
de haut ies mélodrames populaires qu'il y avait 
réalisés. Il était parfaitement conscient que les 
studios, avec la somme de règles qu'ils lui avaient 
imposées, lui avaient aussi permis de trouver véri- 
tablement son écriture. Il a retrouvé à Hollywood 
cette posture de résistant qui a été la sienne toute 
sa vie 1 . 

Così Daniel Schmid racconta la genesi del 
piccolo documentario/conversazione che 
nei 1983 realizzò insieme ed in omaggio a 
Douglas Sirk, che per Schmid, svizzero, 
come per altri registi di area tedesca della 
sua generazione (tra gli altri, R. W. 
Fassbinder), rappresentò un modello e 
una sorta di ideale cinematografico. 

Della conversazione il documentario di 
Schmid, Imitation of Lifé, ha l’andamento 
lento e dispiegato; niente, di ciò che 
appartiene all'organizzazione dell’inqua¬ 
dratura, svia l'attenzione dal fatto di 
parola: la macchina da presa rimane 
immobile ad inquadrare il volto anziano e 
assorto di Sirk, con i grandi occhiali 
scuri 3 , e quello agile e attento di sua 
moglie Hilde, che gli siede accanto. 

Schmid stesso decìde di non comparire 
nel quadro. E tutto il lavoro si configura 
allora come una sorta di atto d’omaggio 
al proprio maestro, a quella sua raffinata 
arte del discorso e del racconto, sviluppa¬ 
ta su una cultura vastissima e profonda¬ 
mente meditata. 

Schmid decide di collocarsi, e di collocare 
lo spettatore, in una posizione di ascolto, 
attento e concentrato, e riesce a preser¬ 


vare fino alla fine un'atmosfera che è 
quasi d’intimità, come ovattata eppure 
intensa. 

A scandire i discorsi di Sirk vengono sol¬ 
tanto inserite brevi sequenze dei suoi 
melodrammi più celebri, che sembrano a 
volte riprendere le idee espresse un atti¬ 
mo prima, in altri casi anticipare le parole 
che verranno dette l'attimo successivo. 
Sollecitato da Schmid, Sirk ripercorre 
momenti della storia del suo paese e della 
sua carriera, ritorna su quelle figure tema¬ 
tiche e stilistiche che da sempre lo con¬ 
traddistinguono e sui suoi film più amati. 
Supportato con grande passione e ferreo 
rigore, in questo viaggio a ritroso nella 
memoria, da sua moglie, che continua- 
mente interviene, laddove i ricordi di Sirk 4 
si sono fatti più deboli, per contraddire, 
puntualizzare, spiegare, e alle cui capacità 
mnemoniche Sirk sembra rimettersi con 
assoluta e amorevole fiducia. 

Così, insieme agli episodi biografici, intimi 
e professionali, Sirk ritorna ad esplorare 
quei temi per lui importanti: il problema 
della moralità dell'essere umano e la sua 
predilezione per l'amoralità e per gli split 
character, personaggi conflittuali e tor¬ 
mentati (i "suoi” Dorothy Malone e Robert 
Stack); il suo senso della simbolicità degli 
elementi del quadro e di ogni scena, da 
cui queirautentica ossessione per il carat¬ 
tere misterioso ed arcano degli specchi; il 
dramma della distanza, del distacco e 
della fuga, inevitabilmente incapaci di 
garantire la salvezza; l'orrore del nazismo. 
Infine, quello che è invece il tema che 
apre il documentario di Schmid, e che è 
senz’altro uno degli aspetti più affascinan¬ 
ti dei grandi melodrammi hollywoodiani di 
Sirk: il finale, falsamente lieto, l’happy end 
come deus ex machina, come amava defi¬ 
nirlo Sirk, sottile e canzonatoria messa in 
discussione di quel generale ottimismo 
americano con cui Sirk amava giocare fin 
dai titoli dei suoi film ( All That.Heaven 
AIlow$, per esempio, o, anche, There's 
Always Tomorrovft). 

Dopo aver ricordato come in molte culture 
il circolo (altra figura chiave dei racconti 
sirkiani) stia a simboleggiare la morte, Sirk 
riconferma, ancora una volta, quel pessi¬ 
mismo profondo, anche se non amareggia¬ 
to, che da sempre ha impregnato le sue 
storie. Sembra volerci dire, Sirk, che non 
può esistere un lieto fine: perché ogni sto¬ 
ria, comunque finisca, è chiusa per sem¬ 
pre, e questa chiusura (il cerchio, anco¬ 
ra...) è di per sé un evento tragico e nega¬ 
tivo, a cui non c’è rimedio. 



Imitation of Life 



Written on thè Wind 



Wrltten on thè Wind 


























Le CITTA /del CINEMA 


l Pesaroj 


30 Resti umani 

No quarto da Vanda (2000) di Pedro Costa 


Con il suo ultimo film, No quarto da 
Vanda, Pedro Costa prosegue lungo quella 
direzione già intrapresa con Ossos (1997): 
ma se Ossos poteva ancora essere letto 
come un grido d'allarme, la testimonianza 
di disperate ingiustizie sociali e dolorosi 
drammi umani, in No quarto da Vanda non 
resta che una spaventosa desolazione, 
senza che alcuna speranza sia concessa 
alla possibilità di una denuncia 0 di un 
riscatto. 

No quarto da Vanda, come Ossos, viene 
integralmente girato ai margini della città 
di Lisbona, nella bidonville/ghetto di 
Fontainhas, popolata da immigrati da 
Capo Verte; gli abitanti del quartiere sono 
anche gli "attori" (anche se la legittimità 
del termine è quanto meno dubbia); pove¬ 
ri rifiuti della società del benessere, ridot¬ 
ti a fantasmi di loro stessi, a residui di 
quello che potevano essere stati i loro 
affetti e la loro volontà. Esseri sommersi, 
che si trascinano tra le pozzanghere delle 
loro misere strade, mentre le picconate 
che demoliscono le loro case sembrano 
lacerare il tessuto sonoro del film, e lo 
strazio delle cose corrisponde con orrore 
a quello degli Uomini. Così, lo strazio dei 



No quarto da Vanda 



No quarto da Vanda 


colpi che scuotono la case rimanda a quel¬ 
lo dei colpi di tosse che continuamente e 
impietosamente scuotono e piegano il 
misero corpo di Vanda, povero resto di un 
corpo, pallidissima, magrissima, la gestua¬ 
lità e la voce deboli e stanche, irrimedia¬ 
bilmente compromesse dalia tossicodipen¬ 
denza. 

Vanda e le sue sorelle costituiscono il tra¬ 
mite attraverso il quale poter entrare in 
questo microcosmo sociale di spaventosa 
miseria e desolazione. Ma è soprattutto 
attraverso lo sguardo di Vanda che noi 
abbiamo una possibilità di accesso al suo 
mondo, per quanto il mondo di Vanda sia 
quasi inconsistente al di fuori della stanza 
in cui Vanda trascorre la maggior parte del 
tempo, seduta sul suo letto sfatto a fuma¬ 
re eroina. Apprendiamo poco della vita di 
Vanda, perché non c'è quasi più niente 
nella vita di Vanda, se non l'eroina, che è 
anche l'oggetto di tutti i discorsi, unico 
fulcro intorno al quale convergono i com¬ 
portamenti e le attese. Non accade niente, 
e la tragedia si svolge ripetitiva e monoto¬ 
na, come sospesa in un torpore malsano, 
in una paralisi che sembra dover prelude¬ 
re unicamente alla morte. 

11 gesto della droga, nel suo meccanico e 
tragico squallore, è l’unico elemento che 
segnala il passare del tempo; anche se è 
un tempo che scorre invano, sempre ugua¬ 
le a se stesso, ciclico, scandito da quell'u¬ 
nico rituale ossessivo. Più che scandirlo, 
allora, il rituale dell'eroina sembra consu¬ 
mare il tempo, così come consuma i corpi 
già estenuati di Vanda e dei giovani abi¬ 
tanti di Fontainhas. 

Della camera di Vanda non vediamo mai 
che un unico scorcio, con il letto intorno 
al quale si fuma l’eroina. La camera digita¬ 
le inquadra spesso con leggera inclinazio¬ 
ne dall’alto, acuendo quella soffocante 
sensazione di chiusura, di oppressione, di 
isolamento che appartiene già al profilmi¬ 
co. Il solo altro oggetto della stanza che 
vediamo è un sacchetto di plastica, logoro, 
colmo di vecchi accendini usati; in un 
lungo momento di estrema crudezza, 

Vanda, per prepararsi la dose, li prova uno 
ad uno, con una meccanicità ansiosa e 
spasmodica, una metodicità ossessiva ed 
estenuata, fino a che riesce a trovarne 
uno che ancora funziona, e si dà pace. 

Di fronte a questo scenario di assoluta 
desolazione, a questo luogo filmico ambi¬ 
guo, che sfugge ai criteri della finzione 
come a quelli del documentario, in cui 
non rimane più intreccio, né personaggi, 
né messa in scena, è naturale interrogarsi, 
se non sulla legittimità del punto di vista 
(0 di un apparente non punto di vista) e 
dei lavoro di Costa, quanto meno sul suo 



No quarto da Vanda 


significato. No quarto da Vanda è una 
registrazione impassibile, fredda e distac¬ 
cata, di un inferno sociale, dove non 
rimangono che i segni della morte e dove 
ogni cosa è segno di morte? 

Curiosamente, un quotidiano francese ha 
fatto notare l'identità, nella nostra lingua, 
delle parole utilizzate per indicare, rispet¬ 
tivamente, lo strumento di registrazione e 
la camera (quarto, in portoghese) in cui 
dormiamo; e questo nel tentativo di spie¬ 
gare queU'intimità, quella partecipazione, 
sempre un po' discosta, silenziosa, a volte 
commossa, che Pedro Costa sa instaurare 
tra il proprio sguardo, quello della sua 
camera, e il vissuto di Vanda, tutto tragi¬ 
camente racchiuso nella camera da cui a 
stento riesce ad uscire. 

Se è vero che lo sguardo di Costa ha la 
forza di restituire uno spessore umano a 
questi individui emarginati e sofferenti, 
mostrandoci il loro dramma con rispetto e 
senza reticenze, è altrettanto vero che si 
tratta di uno sguardo che non consente e 
non legittima speranze; l'ultima inquadra¬ 
tura del film è un crocevia di strade mise¬ 
re e deserte, la cui pregnanza simbolica è 
forte, evidente, ma la cui esatta valenza ci 
rimane imperscrutabile. 


Valentina Re 



No quarto da Vanda 


Note 

1. Daniel Schmid, «Il portait avec lui toute la mémoire 
de la Vieille Europe», in «Cahiers du cinéma», n. 571, 
settembre 2002, p. 70. Segnaliamo inoltre che, in 
occasione della proiezione di diciannove film di Sirk 
al Festival de La Rochelle, nello stesso numero sono 
stati dedicati a Sirk (e al suo collaboratore Metty) 
Patrice Blouin, 7 melos capitaux de Douglas Sirk, pp. 
64-69, e Jean-Marc Lalanne, Russel Metty; homme des 
lumières, p. 66 (Lalanne è anche curatore dell’intervi¬ 
sta a Schmid). 

2. Il titolo del documentario di Schmid è lo stesso del¬ 
l’ultimo melodramma hollywoodiano (che è anche 
l’ultimo film) di Douglas Sirk, il cui titolo italiano è Lo 
specchio della vita (1958). 

3. Negli ultimi anni della sua vita, una malattia rese 
quasi cieco Sirk. In molti hanno commentato il desti¬ 
no beffardo di quest'uomo che tanto, nei suoi film, 
aveva riflettuto sulla cecità, quella reale e quella 
metaforica. 

4. Jon Halliday ha ironicamente rilevato questo parti¬ 
colare ruolo di Hilde; si veda ad esempio questo 
passo: «Je lui posai des questions sur l’un de ses films 
que je préfère, Tout ce que le del permet [Secondo 
amore]. Je fus stupéfat de constater qu’il me jetàt un 
regard qui montrait qu’il ne savait pas à quoi je fai- 
sais allusion. "De quoi parlez-vous, dit-il? Je ne me 
souviens pas d’avoir fait un film de ce genre". J’ai 
donc commencé à le harceler de rappels enthousia- 
stes de ses meilleures scènes, surtout ce moment 
sublime où les enfants de Jane Wyman lui offrent un 
téléviseur en cadeu de Noél. Mais mon enthousiasme 
de cinéphile, tout proche qu’il était d’un accès de fiè- 
vre devant Fune des plus belles scènes de cinéma de 
tous les temps, ne servii à rien. Le lendemain, Sirk me 
diti "J’ai parlé avec Hilde (Mme Sirk! hier, après votre 
départ; elle m'a dit que j’avais effectivement réalisé 
un film intitulé Tout ce que le del permet. Pouvez- 
vous m’en dire un peu plus?”» (jon Halliday, 
Conversation avec Douglas Sirk, Cahiers du cinéma, 
Paris 1997, p. 12). 

5. In italiano Secondo amore (1955). Nella traduzione 
italiana, in questo caso e anche nel successivo men¬ 
zionato, l’ambigua ironia del titolo tende a sfumare. 

6. In italiano Quella che avrei dovuto sposare (1956). 

























LE CITTA DEL CINEMA 


C Pesaro ) 


Percorsi animati 

MOTOGRAFIE 

Disegni animati, Fumetti e illustrazioni 

Non è senz'altro fuori luogo notare come 
negli ultimi anni alcune tra le più notevoli 
ed apprezzate novità cinematografiche, 
soprattutto in ambito nazionale, arrivino 
dal cinema di animazione. Un'arte mute¬ 
vole, una disciplina capace come forse 
nessun altra di dar vita a utopie e mondi 
assoluti, senza basi bloccate su se stesse 
e, al contrario, in grado di servirsi per 
quanto più le è possibile di ogni tecnica 
"lecita" o meno volgendola totalmente al 
proprio servizio. 

Le piccole opere d’arte animata (o meglio 
ancora, "animate d'arte") hanno efficace¬ 
mente dimostrato di essere in grado di 
ritagliarsi uno spazio vitale autonomo ed 
assai interessante all'interno del grande 
panorama cinematografico e di avere tutti 
i numeri giusti per aggiudicarsi premi 
importanti nelle più illustri competizioni. 

È allora con piacere che si prende atto 
dell'intenso fermento creativo che soggia¬ 
ce a questo tipo di produzioni e dell'atten¬ 
zione crescente che varie manifestazioni 
dimostrano in questo senso. 

Un'ottima occasione per rendersi conto di 
ciò che già bolle o bollirà presto in pento¬ 
la è stata offerta dall'ultima edizione della 
Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, festi¬ 
val tra i più apprezzati e stimolanti nel 
nostro paese, giunto oramai alla sua tren- 
tottesima edizione. Così la Mostra, che 
quest'anno ha presentato nelle sezioni 
principali una retrospettiva completa delle 
opere di Ettore Scola e una rassegna dedi¬ 
cata al cinema spagnolo degli ultimi anni, 
ha pure patrocinato un’interessante espo¬ 
sizione dedicata al disegno animato. 

La vetrina, dal titolo MOTOGRAFIE, ha 
proposto una consistente selezione di 
lavori, non limitandosi ai soli filmati, ma 
includendo tra i materiali esposti anche 
pubblicazioni, fumetti, storyboard e tavole 
illustrate, realizzati negli ultimi anni dagli 
studenti dell'Istituto Statale d’Arte "Scuola 
del Libro" di Urbino, una delle fucine crea¬ 
tive maggiormente degne di attenzione 
che è stata ed è tuttora un buon punto di 
partenza per molti personaggi affermati. 
Senz'altro, per esempio, è stata una effica¬ 
ce rampa di lancio per Gianluigi 
Toccafondo', artista ormai di grande noto¬ 
rietà, la cui inconfondibile tecnica si basa 
sulla rielaborazione pittorica di immagini 
preesistenti, con un risultato sicuramente 
di grande effetto: basterà ricordare, tra i 
tantissimi lavori, La pista del maiale 
(1992), Essere vivi 0 essere morti è la stes¬ 
sa cosa (2000, dedicato a Pier Paolo 


Pasolini), i vari spot pubblicitari, le sigle 
televisive ( Avanzi, Tunnel, ...) e quella uffi¬ 
ciale (fino ail'edizione 2001) della Mostra 
del Cinema di Venezia, in cui le sapienti 
pennellate di Toccafondo accompagnava¬ 
no i sinuosi movimenti della sua musa 
Asia Argento. 

Storico istituto fondato nel 1923, l'ISA di 
Urbino si compone, tra gli altri presenti, 
anche di un settore specificamente dedi¬ 
cato al cinema d'animazione. Partita come 
laboratorio d'avanguardia già nel 1951, la 
sezione è ancora oggi unica nel suo gene¬ 
re in Italia, e sovente si distingue in ambi¬ 
to sovranazionale per l'alta qualità e la 
forte connotazione sperimentale delle 
opere realizzate al suo interno. 

La ricerca si orienta verso la possibilità di 
creare stili e percorsi assolutamente auto¬ 
nomi e personali, lontani dalle formule 
più commerciali, fornendo una solida base 
pratica e formativa ai giovanissimi studen¬ 
ti, sia all'interno del corso quinquennale 
che durante i successivi due anni di perfe¬ 
zionamento. 

La collaborazione tra la Mostra del Nuovo 
Cinema e la Scuola del Libro non è certo 
una novità, così come non è una novità 
l’interesse del festival per le forme speri¬ 
mentali del cinema d'animazione. Le ini¬ 
ziative e i contributi, in questo senso, 
sono stati i più vari; primo fra tutti la bella 
retrospettiva del 1998 dal titolo Animania. 
Cento anni di esperimenti nel cinema di 
animazione*, nella quale vennero presen¬ 
tati lavori noti e meno noti, partendo da 
Windsor McCay per arrivare fino ai giorni 
nostri con opere recentissime. 

La struttura di MOTOGRAFIE è stata arti¬ 
colata in modo da presentare, dividendoli 
in settori separati ma pur sempre comuni¬ 
canti, i lavori dei nuovi allievi accanto a 
quelli di ex studenti oramai affermatisi sul 
campo. È stato così possibile ammirare, 
oltre ai già citati lavori di Toccafondo, 
quelli di Mauro Caramanica, autore di vari 
video musicali, spot pubblicitari per la RAI 
e animatore per La gabbanella e il gatto 
di Enzo D'Alò, nonché i cortometraggi di 
Claudia Muratori e di Simone Massi (vinci¬ 
tore, quest'ultimo, del primo premio all'ul¬ 
tima edizione dei Festival Arcipelago con 
Tengo la posizione), tra cui il divertente II 
giorno che vidi i sorci verdi, "una storia 
per modo di dire”, tutta basata su detti e 
proverbi che trovano la loro traduzione 
letterale nelle immagini animate 3 . E anco¬ 
ra La sagra di Roberto Catani, cortome¬ 
traggio che ha vinto un po’ di tutto e ha 
partecipato, in concorso, ai festival di 
Hiroshima, Ottawa, distinguendosi al New 
Zeland Film Festival e nell’ambito di varie 
altre manifestazioni, dando così all'imma¬ 


gine di Catani un rilievo internazionale 4 . 
Accanto a tutti questi nomi più famosi, 
dicevamo, i nuovi allievi, possibili nuove 
leve del cinema d’animazione italiano, le 
cui opere dai titoli tanto evocativi ( Sotto il 
cuscino, Maestrale, La curva dei tuoi 
occhi, tra i tanti), appaiono già così limpi¬ 
de e belle, a volte struggenti, altre volte 
divertenti, comunque attentamente stu¬ 
diate sotto ogni aspetto, 
in questo panorama, un paese delle mera¬ 
viglie del cinema d’animazione più solita¬ 
rio e nascosto, le immagini che scorrono 
sugli schermi, naturalmente accompagnate 
da scelte musicali azzeccatissime, sono 
segni che diventano prima di tutto senti¬ 
menti. Ed è proprio questa la loro forza e 
bellezza. 

Anna Soravia 


Luca Vagnini 




Mara Cerri 


Note 

1. Si veda a questo proposito il catalogo della mostra 
monografica che si è tenuta a Udine dal 6 al 29 set¬ 
tembre 2002, grazie al Centro Espressioni 
Cinematografiche. A cura di Giovanna Duri, Gianluigi 
Toccafondo. A partire dalla coda, Coconino Press, 
Bologna 2002. 

2. Catalogo della retrospettiva a cura di Bruno Di 
Marino, Animania. 100 anni di esperimenti nel cinema 
di animazione, 11 Castoro, Milano 1998. 

3. La filmografia di Simone Massi è ampia, così come 
numerosissimi (quasi un centinaio) sono i riconosci¬ 
menti che ha ricevuto in giro per il mondo. Lo stesso II 
giorno che vidi i sorci verdi si è aggiudicato il premio 
per il miglior contributo artistico all'edizione 2001 di 
Arcipelago. 

4. il nuovo bellissimo lavoro, La funambola, ha già 
ottenuto un premio speciale all'edizione 2002 del 
Festival International du Film d’Animation di Annecy e 
siamo sicuri che continuerà a mietere successi ovunque. 



% 6$ rr* OcaAì: 












LE CITTA DEL CINEMA 


( ^Venezia) 


32 


LIX Mostra Internazionale d'Arte 
Cinematografica 

Venezia, 29 agosto-8 settembre 2002 


Realtà veneziane 


Full Frontal (Usa 2002) di Steven 
Soderbergh 



Snake of June 



Snake of June 


La prima realtà è che Moritz de Hadeln, il 
direttore dell'ultima edizione del festival 
(atteso invocato criticato), ha fatto ciò che 
ha potuto nei pochi mesi che ha avuto a 
sua disposizione, e si è premurato di 
comunicare a tutti gli interessati che ha 
dovuto lavorare in fretta per una mostra 
che, «a seconda del clima politico e socia¬ 
le del momento, ha continuamente cam¬ 
biato i suoi obiettivi, i suoi orientamenti, 
le sue aspirazioni»'. 

La seconda realtà è composta dai film pre¬ 
sentati durante il festival, molti di questi 
pronti a essere proiettati in altre manife¬ 
stazioni pochi giorni dopo: "il Festival" è 
ormai un'entità transnazionale in perenne 
fagocitante espansione. 

Rispetto alle edizioni precedenti sono 
state mantenute le principali sezioni: 
"Venezia 59" e "Controcorrente” (la doppia 
competizione), e "Nuovi Territori" (il labo¬ 
ratorio sperimentale), affiancate dalla sto¬ 
rica "Settimana internazionale della 
Critica" e da retrospettive, omaggi ed 
eventi vari. Che si è visto? Molto, 
immaginato e sognato? Poco. 

I mondi possibili raccontati da questa edi¬ 
zione sembravano (troppo) spesso legati a 
storie già vissute e scritte altrove: il fasci¬ 
no deila Realtà (come se fosse davvero 
riproducibile e di maggiore interesse) dila¬ 
gava. Ed ecco allora, senza citare i nume¬ 
rosi documentari (ma subito mi contraddi¬ 
co e ricordo il bellissimo e ipnotico 
London Orbitai di Chris Petit e lain 
Sinclair), i film ispirati a storie vere (per 
gli ambienti o i personaggi narrati) - The 
Magda lene Sisters, Frida, FiihrerEX-, a 
storie "possibili” in odore di docu-drama o 
di desolata "verosimiglianza” - Oasis, Lilja 
4-Ever, Ken Park, Poniente -, a romanzi - 
La forza del passato, El Caballero Don 
Ouijote. Pochi sono sembrati gli universi 
personali, le ossessioni e le passioni tra¬ 
sportate dai registi sullo schermo, pochi 
gli sguardi capaci di produrre fascinazione. 

A distanza di tre mesi, rileggendo sparuti 
appunti, i film che tuttora stimolano il 
desiderio (di rivederlo e poi di possederlo, 
il film) sono pochi e per lo più, tranne il 
primo citato, appartenevano alla sezione 
"Controcorrente", forte di una selezione di 
titoli più convincente. Tra questi: Dolls di 


Takeshi Kitano, per il doloroso incastro di 
storie d'amore e il viaggio dei due prota¬ 
gonisti (sempre diversi e sempre uguali); A 
Snake of June di Shinya Tsukamoto, ritor¬ 
nato al bianco e nero e alle sue sublimi 
perversioni scopiche dopo la parentesi di 
Gemini (visto, sempre a Venezia, nel 
2000); Un Homme sans l'Occident di 
Raymond Depardon, così realistico nella 
sua descrizione della vita di uno degli ulti¬ 
mi uomini liberi del Sahara all'inizio del 
XX secolo da diventare mitico per lo 
splendore luminoso del bianco e nero 
delle sue lentissime inquadrature; Full 
Frontal di Steven Soderbergh. 

L’interesse per quest'ultimo titolo, appa¬ 
rentemente poco apprezzato e discusso 
durante le giornate festivaliere, ha trovato 
subito appagamento: Full Frontal è stato 
distribuito nelle sale poco dopo la Mostra. 
Sì è detto e scritto che è un film sul cine¬ 
ma, che dopo Effetto notte è inutile osti¬ 
narsi a ragionare su simili tematiche, che 
affronta un argomento vecchio e sterile, 
che non è paragonabile a Sesso, bugie e 
videotape (1989), con cui Soderbergh, a 
soli 26 anni, trionfò a Cannes e con cui 
condivide alcune caratteristiche. Full 
Frontal (che già nei titolo sembra giocare 
con la possibile-impossibile verità della 
realtà mostrata integralmente e frontal¬ 
mente) inizia con i titoli di un altro film, 
Rendezvous, girato in 35 mm e secondo gli 
standard (di audio, immagini e casting ) 
vigenti nell’attuale produzione hollywoo¬ 
diana 3 . Ma Full Frontal prosegue mostran¬ 
doci che Rendezvous è il film ne! film, che 
la "vera" storia è quella dei personaggi alle 
prese, durante una sola giornata, con il 
proprio lavoro (appartengono tutti alla 
società delio spettacolo di Los Angeles) e 
con le proprie difficili relazioni amorose: il 
tutto è stato ripreso in formato DV ( digitai 
video), e poi ulteriormente rielaborato per 
conferire aH'immagine una sgranatura e 
una "sporcatura" simile a quella dei Supér- 
8. Attori e personaggi si mescolano conti¬ 
nuamente, Soderbergh costruisce un film 
che vuole confondere, spiazzare, confron¬ 
tarsi con io spettatore su quegli elementi 
del discorso filmico che denunciano il suo 
statuto di maggiore o minore aderenza 
alla realtà. Alla conferenza stampa di 
Venezia, il regista ha affermato che negli 
Stati Uniti stanno attraversando un curio¬ 
so momento per ciò che riguarda i confini 
tra «reality» e «fictional world»: questi 
confini non sono più chiari. Soderbergh si 
è dichiarato più volte affascinato da quei 
meccanismi che ormai ci conducono a 
ritenere che ciò che vediamo in formato 
video (e con un audio mono 4 ) sia più vero 
e realistico di ciò che vediamo girato su 


pellicola "tradizionale” - sono gli stessi 
meccanismi che hanno permesso il succes¬ 
so mediatico di The Blair Witch Project. 
Non casualmente Full Frontal si chiude 
con un carrello alTindietro che svela il suo 
set, ricordandoci come anche la sezione 
più "documentaristica” del film sia comun¬ 
que il risultato di una produzione cinema¬ 
tografica, come tutto sia finzione. Si rima¬ 
ne confusi e affascinati dal sofisticato 
gioco di matrjoske creato per noi da 
Soderbergh. 

11 27 novembre è uscito in America Solaris, 
il nuovo e costosissimo (47 milioni di dol¬ 
lari) film del regista che sembra conferma¬ 
re ciò che da tempo si sottolinea della sua 
(forse) schizofrenica filmografia: la sua 
volontaria alternanza di film a bassissimo 
budget (come Full Frontal in cui tutti, 
compresa Julia Roberts, erano a paga sin¬ 
dacale), a grandi produzioni (come Traffic 
0 Ocean's Eleven). Eppure ci sembra che la 
scelta di Soderbergh - confrontatosi con 
una storia in cui uno psichiatra ritrova in 
una base spaziale l'immagine e il corpo di 
colei che sembra sua moglie, suicidatasi in 
realtà tempo prima - sia più che altro 
legata al suo desiderio di approfondire il 
difficile rapporto dell'uomo con l'ambi¬ 
guità delle immagini e del cinema stesso. 
Questo argomento è affrontato anche 
dalle ultime, controverse - e invisibili, 
non fosse per la loro distribuzione in DVD 
e per il corto About Time 2 contenuto in 
Ten Minutes Older-The Cello, presente 
anch'esso tra le inquiete realtà veneziane 
del 2002 - produzioni di Mike Figgis (cfr. 
Timecode e Hotel). 

Valentina Cordelli 


Note 

1. Moritz de Hadeln, Innovazione nella continuità, ma 
domani è un'altra storia, dal catalogo della LIX Mostra 
Internazionale d'Arte Cinematografica, Il Castoro, 
Milano 200 2. 

2. ivi. 

3. Cfr. "Back to thè Future", l'articolo-intervista di Amy 
Taubin a Steven Soderbergh in «Filmmaker», Summer 
2002, voi. X, n. 4. 

4. Purtroppo, nella versione doppiata del film, si perde 
molta parte del gioco sulle diversità del sonoro tra 
Rendezvous e il resto di Full Frontal. 














LE CITTA DEL CINEMA 


(Venezia) 


Sorelle di misericordia 

The Magdalene Sisters (Gran Bretagna 
2002) di Peter Mullan 

La LIX edizione del Festival del Cinema di 
Venezia si è chiusa, tra polemiche e malu¬ 
mori, con la discussa vittoria del regista 
scozzese Peter Mullan che, con il suo The 
Magdalene Sisters, ha avuto, tra i tanti, 
l'indiscutibile pregio di aver riscaldato gli 
animi di chi, a torto 0 ragione, ne ha 
decretato la vittoria e non solo. 

Magdalene, presentato nella prima giorna¬ 
ta effettiva della kermesse festivaliera, ha 
subito diviso pubblico e critica tra sosteni¬ 
tori e oppositori, scatenando un vocifera¬ 
re che ha contribuito (e, sottolineerei, non 
poco) a rendere il film, fin dal primo 
momento, uno dei candidati possibili per 
la vittoria del Leone d'Oro. 

In questa querelle di giudizi, al film di 
Mullan va riconosciuto, anche da chi non 
ne ha apprezzato la bellezza, il merito di 
aver esteso il proprio sguardo ad una 
tematica storico-sociale, discostandosi 
notevolmente, così facendo, dalla gran 
parte dei film in concorso e non, pellicole 
quasi tutte indifferentemente incentrate 
sull’individuo e sulle difficoltà che que¬ 
st'ultimo ha nel rapportarsi con l’altro da 
sé e con la società in generale. Filone inti¬ 
mista, questo, che sembra aver fatto da 
traino alla maggior parte delle pellicole 
proposte al Lido, le quali sembravano 
voler sondare in tutti i suoi aspetti il con¬ 
flitto interiore del singolo, la difficoltà di 
comunicazione, il mettersi a nudo di fron¬ 
te all'altro, le problematiche di coppia e la 
; perturbante reazione del soggetto di fron- 

t te alla malattia o alla diversità. 

A dispetto di tanta introspezione, a farla 
da padrone in questa edizione sono stati 
però i due film che, più degli altri, hanno 
assunto una visione critica e, se vogliamo, 
politica di alcuni drammatici avvenimenti 
della nostra storia contemporanea; mi 
riferisco, oltre che a Magdalene, anche al 
film vincitore del Leone d’Argento, ricono¬ 
scimento assegnato, quasi a sorpresa, a 
Dom Durakov di Andrej Koncalovsky, che 
affronta con sguardo pungente e a tratti 
quasi felliniano la guerriglia cecena filtra¬ 
ta attraverso gli occhi di un gruppo di 
internati dimenticati in un ospedale psi¬ 
chiatrico, in una zona di frontiera assedia¬ 
ta e contesa da truppe di rivoltosi ceceni e 
dall'esercito russo. Pochi altri i film che 
hanno spostato il baricentro dall’individuo 
al mondo esterno, come ad esempio il film 
di Stephen Frears Dirty Pretty Things, che 
rivolge la propria attenzione all'universo 
sommerso deH'immigrazione clandestina, 



The Magdalene Sisters 


raccontando con la giusta misura il dram¬ 
ma di chi è costretto, per vivere in 
Occidente, a espedienti e compromessi di 
ogni tipo e, addirittura, a sacrificare parte 
di sé per acquistare una nuova identità 
(un tema, questo, alquanto scottante e di 
sicura attualità). 

in questo diffuso rifugiarsi nel mondo 
delibo, The Magdalene Sisters porta alla 
luce, con tutta la sua violenza, una delle 
tante pagine buie della cultura cattolica e 
della storia d’irlanda, denunciando i 
soprusi inflitti alle giovani donne "ospiti" 
degli istituti gestiti dalle Sorelle di 
Misericordia, luoghi che avevano come 
precipuo obbiettivo la redenzione delle 
giovani peccatrici che vi dimoravano per 
mezzo della preghiera e dei lavori forzati. 

Le "maddalene” venivano condannate 
senza possibilità di appello da una società, 
quella irlandese, intrisa di religioso bigot¬ 
tismo, per i motivi più diversi; le giovani 
venivano sbrigativamete bollate come 
meretrici perché vittime di uno stupro 0 
responsabili di una gravidanza extra- 
coniugale o, semplicemente, perché trop¬ 
po attraenti 0, ancor peggio, sciocche, 
oppure perché troppo inclini a comporta¬ 
menti giudicati maliziosi o lascivi e, quin¬ 
di, passibili di essere allontanate dallo 
sguardo del mondo. Le giovani, ripudiate 
dalle stesse famiglie, erano costrette al 
soggiorno forzato nelle Magdalene 
Laundries senza percepire il benché mini¬ 
mo salario e senza neppure la consolazio¬ 
ne di scontare una pena in funzione di 
una futura libertà. 

La storia che Mullan mette in scena, pur 
essendo, come egli ha spesso dichiarato, 
un soggetto di finzione e un mero pretesto 
per articolare il dramma di chi soccombe 
all'ottusità dei fondamentalismi tout 
court, trova fondamento in un compendio 
di dichiarazioni e di testimonianze, raccol¬ 
te dal regista stesso da alcune "superstiti" 
delle famigerate lavanderie. Il desiderio di 



The Magdalene Sisters 


rendere il più possibile veritiero il proprio 
racconto ha convinto Mullan ad assegnare 
proprio a una di queste donne un ruolo 
corrispondente a quello della vita reale; è 
questo il caso di una delle tante "sorelle” 
che infieriscono sulle loro giovani ospiti 
all’interno della Casa di Maddalena "rico¬ 
struita” per l’occasione presso il convento 
benedettino di Dumfries, nella contea 
scozzese di Borders. Una scelta, questa, in 
parte voluta dal regista per creare negli 
attori, costretti a recitare lontani dalla 
propria terra, la stessa sensazione di 
estraneità che provavano le giovani donne 
recluse nelle Case di Misericordia, e in 
parte dettata dal pudore manifestato dal 
popolo irlandese nel parlare delle 
Magdalene Laundries. Questa reticenza si 
evince durante il fluire della narrazione, 
che lascia lo spettatore del tutto attonito 
di fronte alla crudezza delle immagini e 
alla violenza dei messaggi; e ancor di più 
sconvolge scoprire, tra tanto orrore visivo 
e morale, che queste case di correzione 
non furono il frutto di un buio medioevo 
ma di un positivista XVIII secolo, e ancor 
peggio è sapere che le ultime di esse furo¬ 
no chiuse solo nel 1996. 

Mullan ambienta la sua ricostruzione negli 
anni Sessanta, in quello che per definizio¬ 
ne viene considerato il momento di mag¬ 
gior liberazione ed emancipazione della 
figura femminile dallo stereotipo maschili¬ 
sta, raccontando, attraverso la vicenda 
personale di quattro giovani donne, i 
soprusi orchestrati da suor Bridget e dalle 
sue consorelle. 

La parte iniziale, formalmente la più bella 
e interessante dell’intera pellicola, è strut¬ 
turata da una struttura ad episodi con i 
quali il regista presenta, con sorprendente 
maestria, le tre principali vittime-, 
Margaret, Rose/Patricia, Bernadette. 11 
primo episodio, dedicato a Margaret, forse 
il più riuscito dei tre, mette in scena con 
abilità lo stupro incestuoso che la ragazza 



The Magdalene Sisters 


subisce da parte di un cugino durante una 
festa di nozze. 11 dramma si consuma in 
perfetto silenzio. Mullan copre i dialoghi 
con l’assordante musica del banchetto 
nuziale, dando allo spettatore il compito 
di completare per addizione il senso di ciò 
che sta per accadere; in più si serve di 
essenziali movimenti di macchina che ci 
mostrano, con un montaggio alternato, lo 
stupore frammisto a dolore della giovane, 
unito alla progressiva presa di coscienza 
di un destino ormai segnato, esito di un 
complotto orchestrato dalla famiglia coa¬ 
lizzata nel difendere il proprio onore. Il 
livello di conoscenza di noi spettatori, ini¬ 
zialmente basso, cresce di pari passo con 
quello della protagonista; ne sappiamo 
tanto quanto lei, percepiamo al suo pari la 
gravità di quello che accadrà di lì a poco. 

11 serrato montaggio delle immagini e rin¬ 
calzare della musica amplificano il climax, 
che trova la sua massima risoluzione 
quando Margaret sale sulla vettura del 
sacerdote e cade nella drammatica trap¬ 
pola messa in atto dalla sua comunità per 
nasconderla al mondo; ciò rende manife¬ 
sto il senso di oppressione determinato 
dal controllo sociale imposto dalla religio¬ 
ne. Mullan, poco oltre, ripropone il mede¬ 
simo meccanismo narrativo, ma questa 
volta il congegno spettacolare, già svelato 
in precedenza, perde di freschezza. 

La prima scena ambientata all'interno del 
convento ci presenta tutti gli attanti riuni¬ 
ti in un unico quadro; il regista ci preclude 
l'identificazione deH'immagine primaria 
del personaggio di sorella Bridget. Ne 
udiamo la voce mentre illustra alle giovani 
i precetti morali di purezza e umiltà che 
stanno alla base delle Case di Maddalena, 
e lo sguardo della macchina da presa, insi¬ 
stendo sulle mani della suora che avida¬ 
mente sfogliano alcune mazzette di dena¬ 
ro, risultato dell'ottimo lavoro delle lavan¬ 
daie ospiti della casa, allude un po’ troppo 
esplicitamente alla contraddizione tra la 


33 








34 



LE CITTA DEL CINEMA 


^Venezia) 


presunta avidità del clero ed i buoni pro¬ 
positi di redenzione professati dalla reli¬ 
gione cattolica, cadendo, anche se con 
grande stile, in un cliché troppo spesso 
frequentato. La dualità tra bene e male, 
che il regista estremizza dandoci un'imma¬ 
gine di un clero superficialmente irrepren¬ 
sibile e caritatevole ma in realtà spietato, 
ipocrita e moralmente corrotto, finisce 
talora per nuocere all'approccio distacca¬ 
to che sostiene l'idea iniziale del film, 
ossia portare alla luce con obiettività e 
fedeltà storica ciò che accadeva in quei 
luoghi di coercizione. 

Sebbene il film di Mullan, quindi, abbia il 
pregio indiscusso, come accennavamo 
all'inizio, di aver evidenziato e denunciato 
alcuni aspetti di questo particolare 
momento storico rimasti per anni nell’o¬ 
blio, a causa di una serie di manierismi e 
di ridondanze non sempre corrisponde 
alle aspettative suscitate dai presupposti e 
il risultato, dunque, non soddisfa piena¬ 
mente. Ciò che viene meno, nel corso 
della narrazione, è essenzialmente la con¬ 
vinzione che Mullan stia compiendo un'o¬ 
perazione storicamente corretta; la sfera 
del discorso si sposta sempre più su un 
piano soggettivo, e dalla denuncia oggetti¬ 
va si passa pericolosamente alla rappre¬ 
sentazione individualistica della reazione 
del singolo di fronte agli eventi. Le tre 
protagoniste, anche se ben caratterizzate, 
mancano in alcuni casi di spessore. 1 com¬ 
portamenti di Bernadette, interpretata in 
modo esemplare dall’esordiente Nora- 
jane Noone, ricordano spesso, nella loro 
manifestazione, i capricci di una bimba più 
che il dolore ed il rancore di chi, innocen¬ 
te, si trova defraudato della propria 
libertà, e la sua presunta cattiveria risulta 
essere, a volte, quasi gratuita non trovan¬ 
do un efficace motivo scatenante nel con¬ 


testo in cui è inserita, e perciò si riduce 
spesso a sprezzante vendetta nei confronti 
di chi è ancora più debole. Si ha la sensa¬ 
zione che Mullan, riducendo a cliché, sti¬ 
lizzando sempre più il rapporto tra vittima 
e carnefice, tra religione/corruzione e 
peccato/purezza, venga a spogliare di 
drammaticità la reazione delle protagoni¬ 
ste alla crudeltà della loro situazione. In 
tutto questo, però, spicca una tra le scene 
più toccanti e sentite del film, nella quale 
le ragazze, schernite dalle suore aguzzine, 
sono costrette a fare una sfilata mettendo 
in mostra le proprie nudità. In questa 
sequenza, la macchina da presa riesce a 
mantenere la giusta oggettività mostrando 
con inquadrature frontali, a campo totale, 
il dramma del gruppo, non soffermandosi 
con pietistica compiacenza sulle reazione 
di ogni singolo personaggio, e riuscendo 
così ad esaltare con grande dignità la 
purezza delle giovani di fronte alla vigliac¬ 
cheria delle religiose che ne ridicolizzano 
le fattezze. 

Il film rimane comunque una buona prova 
di regia, con alcune raffinate soluzioni - 
come la già citata presentazione del per¬ 
sonaggio di Margaret -, con una splendida 
fotografia incentrata sui toni dei marroni 
in contrasto con le abbacinanti scene 
ambientata nella lavanderia, in cui il bian¬ 
co delle superfici isola le protagoniste 
rendendole ancora più fragili. 

Forse il rammarico risiede nel fatto che 
una maggior fedeltà storica agli eventi ed 
una più sincera posizione di denuncia 
avrebbero permesso al film di non ricade¬ 
re su se stesso e di evitare, in questo 
modo, di lasciarsi ricondurre così a quello 
stesso filone intimista che tanta parte ha 
giocato in questo festival. 

Ilaria Borghese 



The Magdalene Sisters 


«Viva la vida!» 

Frida (Stati Uniti 2002) di Julie Taymor 

Dopo aver ispirato diversi romanzi e film, 
torna sullo schermo l'incredibile vicenda 
umana di Frida Kahlo in Frida di Julie 
Taymor, presentato all'ultima edizione del 
Festival di Venezia. Il film si impone come 
personalissima rilettura di una storia che 
contiene in sé tutte le componenti di un 
melodramma sudamericano: la morte 
apparente, la miracolosa rinascita, l'amore 
passionale, i tradimenti, le fughe e i ritor¬ 
ni, dominati e sovrastati da un'arte totaliz¬ 
zante, legata alla natura, al corpo e alle 
sue mutilazioni. 

La prima immagine di Frida (Salma Hayek) 
proposta allo spettatore è inserita in una 
cornice teatrale: la pittrice, gravemente 
ammalata, stesa su un letto a baldacchino, 
circondata da cuscini ricamati e abbigliata 
come una divinità esotica, viene condotta a 
bordo di un furgoncino all'inaugurazione 
della sua personale a Città del Messico. Un 
abile movimento della macchina da presa fa 
in modo che la protagonista non venga mai 
inquadrata direttamente, ma sia sempre raf¬ 
figurata attraverso il riflesso di uno spec¬ 
chio posto sopra di lei - stratagemma utiliz¬ 
zato per dipingere restando distesa: il punto 
di vista della malata, confinata a letto ma 
decisa a presenziare all'inaugurazione, 
diventa il nostro angolo di osservazione e 
fornisce l'ingresso nel passato di una giovi¬ 
nezza spensierata. 

L'incidente di cui Frida rimane vittima segna 
il punto di non ritorno, che la spingerà 
verso la pittura e l'amore per Diego Rivera 
(Alfred Molina), e rappresenta l'impatto con 
la crudeltà del destino, con il senso della 
morte e con il dolore fisico che non la 
abbandoneranno mai. L'immagine della 
ragazza - di nuovo ripresa dall'alto -, sve¬ 
nuta sul luogo dell'incidente, insanguinata, 
ma curiosamente coperta di polvere d'oro, 
prelude ad una metamorfosi che trasfor¬ 
merà "Friducha” in "Frida tehuana", vestita 
secondo la tradizione, adornata di gioielli 
etnici, con i capelli raccolti in elaborate 
composizioni di nastri e fiori. La "miracolosa 
rinascita” e la rielaborazione del dolore 
avvengono attraverso un'espressione pitto¬ 
rica incentrata sulla propria immagine; 
molte sono le opere che appaiono nel corso 
della narrazione, trasfigurate a loro volta in 
surreali tableaux vivants-, forbici, busti orto¬ 
pedici, fiamme, lacrime di sangue, "doppi” e 
cuori ritratti con inquietante precisione 
anatomica formano un mondo parallelo in 
cui inserire gioie e dolori (l'aborto e le 
ricadute nella malattia), nuove esperienze 
(i viaggi a New York e a Parigi, la bisessua¬ 
lità, i tradimenti di Diego). 



Frida 


Ciò che soprattutto nuoce alla completa 
riuscita del film di Julie Taymor è il modo 
"fiacco” e quasi caricaturale con cui certi 
personaggi vengono tratteggiati - in parti¬ 
colare Lev Trotskij (interpretato da 
Geoffrey Rush) —; elemento che sbilancia 
ulteriormente un impianto narrativo già di 
per sé focalizzato più sulla storia d'amore 
tra Frida e Rivera che non sul significato 
più profondo dell'arte della Kahlo; certi 
momenti sembrano "abbozzati” e non pie¬ 
namente sviluppati: ad esempio, la scena 
del tango tra Frida e Tina Modotti (Ashley 
Judd), oltre a citare II conformista di 
Bertolucci vorrebbe essere un momento di 
sensualità, ma il gioco di sguardi e il bacio 
saffico non sono sufficienti. 

Sono invece resi con autenticità i luoghi in 
cui visse la protagonista - spiccano le due 
"case gemelle”, Luna rosa e l'altra azzurra, 
in cui la pittrice abitò con Rivera - e lo 
humour nero con cui affrontò la vita: 
dopo l'incidente, i medici al capezzale si 
trasformano in calaveras (gli scheletri 
della tradizione messicana) impegnati in 
un balletto meccanico "alla Brothers 
Quay”; la morte, nei quadri, diventa uno 
scheletro accostato aH'immagine della pit¬ 
trice da viva, a mo' di memento mori ma, 
al contempo, di inno alla vita: prima o poi 
la morte ci coglierà - sembra ammonire 
"l'uomo di ossa” - ma, finché siamo vivi - 
replica Frida -, viviamo! 

Teresa Cannata 































LE CITTA DEL CINEMA 


( Venezia ) 


Porno Generation Goes to Hell 

Ken Park (Stati Uniti, 2002) di Larry Clark 

Loneliness is not a phase, field of pairì is 
where I graze, serenity is far away 
Alice in Chains, Angry Chair 

Ken Park è un'opera fortemente, dispera¬ 
tamente, crudelmente necessaria. Nella sua 
spudorata franchezza e nel suo essere costan¬ 
temente beyond thè border trova una sua 
personale linfa vitale, riuscendo ad essere 
affresco lucidissimo di tragedia e disagio. 

11 film ci racconta cinque micro-storie di 
altrettanti adolescenti dì una provincia 
californiana; cinque vite devastate, rispet¬ 
tivamente, dal troppo affetto e buonumo¬ 
re di nonni incartapecoriti (che nella loro 
mostruosa vitalità ricordano vagamente 
l'anziana coppia lynchiana di Mulholland 
Drive), dal credo religioso praticato da un 
padre vedovo che sconfina in un violento 
e patetico fanatismo, dal desiderio di sen¬ 
tirsi adulti (tanto da instaurare una rela¬ 
zione teneramente carnale con la mamma 
della propria fidanzatina), dal turbamento 
di una gravidanza inaspettata e dall'inca¬ 
pacità di sobbarcarsi il peso di una 
responsabilità di tale portata, e ancora 
dalla sensazione di non essere capiti dal 
proprio genitore, che ha perso ormai ogni 
decenza al punto tale da imbarcarsi addi- 
| rittura in un goffo tentativo d'incesto 

dopo all'ennesima sbronza. 

Materiale quindi, ancora una volta, fiam¬ 
meggiante, scandaloso, che vuole (e rie¬ 
sce) a disturbare e a smuovere gli animi, 
nei bene e nel male. 

1 non pochi detrattori hanno linciato la 
pellicola ancor prima della proiezione 
veneziana: per una larga fetta di pubblico 
e critica, Ken Park è il solito "porno" di un 
pervertito/pedofilo che gira i suoi film con 
la scusante di una blanda denuncia sociale 
dì certa teen-reality americana. Le scene 
di sesso, qui particolarmente variegate (si 
passa dalla gamma completa dei rapporti 
orali alla masturbazione con tanto di cin¬ 
tura d'accappatoio legata al collo, fino a 
uno straziante threesome che lega le 
vicende di tre quinti dei protagonisti - 
uno dei momenti, tra l'altro, più intensi 
| della pellicola), sono state accusate di 

essere state programmate ad hoc per 
scandalizzare e provocare reazioni di 
p: disgusto (cosa che puntualmente è acca- 

!| duta). Accoglienza migliore non è stata 

li riservata alle scene di violenza e, in gene- 

li rale, aH'immagine che emerge della gio¬ 
ii.’ ventò statunitense, che pare non faccia 

Ì| altro che fumare erba e far sesso dalla 

j§ mattina alla sera. 


Superati questi prevedibili scogli di pre¬ 
giudizi, che recentemente sono tornati di 
gran carriera alla ribalta (basti pensare ai 
clamorosi casi di censura di Totò che visse 
due volte di Cipri e Maresco e di Idioti di 
von Trier, oppure all' Happiness di Solondz 
mutilato che circola nelle sale italiane) 
facendo rabbrividire e disgustare, stavolta 
giustamente, chi ha sempre creduto nella 
libertà d'espressione cinematografica, 
consideriamo da vicino i pregi di un'opera 
"controversa", sicuramente rilevante, e, a 
suo modo, bellissima. 

Rispetto alle prove precedenti (da Kids a 
Bully, quest'ultimo mai distribuito nel cir¬ 
cuito delle sale cinematografiche) oramai 
le opere di Clark sembrano marchiate a 
fuoco da un segno d'infamia che le relega 
nel solo spazio distributivo possibile, quel¬ 
lo dell'home video e DVD), in Ken Park 
(codiretto assieme al navigato direttore 
della fotografia Ed Lachman) la forma nar¬ 
rativa è maggiormente curata e compatta. 

La struttura circolare del racconto, che 
lega alcuni dei protagonisti in maniera 
abbastanza sorprendente, assieme alle 
scenette da sit-com degenere e decerebra- 
ta, sono evidentemente merito della script 
volutamente grezzo e fintamente superfi¬ 
ciale di Harmony Korine, già sceneggiatore 
di Kids e autore di Gummo e Julien .- 
Donkey Boy, ovvero altri memorabili 
esempi di questo cinema così "schifosa¬ 
mente realistico”. Conoscono bene questa 
realtà Korine e Lachman, ed è quindi flui¬ 
da la naturalezza con cui questi ragazzi 
parlano e scopano: esattamente, cioè, 
come un qualsiasi adolescente di una 
qualsiasi provincia occidentalizzata parla e 
scopa. L’atto di fare l'amore - e mi dispia¬ 
ce per chi la pensa diversamente - ha un 
ventaglio talmente ampio di possibilità e 
un tale potenziale di gioiosa sperimenta¬ 
zione che francamente mi risulta inammis¬ 
sibile (molto più della visione del film) 
sapere che molte persone si sono sentite a 
disagio in certi particolari momenti. 

Il fatto che i due registi riprendano le 
molte scene di sesso così dettagliatamente 
(e la scioltezza con cui i giovani attori 
hanno ammesso di averle girate senza 
porsi troppi problemi e inibizioni è sinto¬ 
matica), tanto da entrare (ebbene sì) nel 
genere (perché è un genere, checché se ne 
dica, e i teorici del postmoderno e degli 
imbastardimenti tra i generi dovrebbero 
esultare anziché mugugnare) pornografico, 
è una loro (discutibilissima, certo!) scelta, 
il sacrosanto diritto di ogni autore che 
voglia imporre una propria personale 
visione della realtà. C'è chi decide di 
lasciarle fuori campo, chi di esaltarle 
inquadrando dettagli e particolari appa¬ 


rentemente insignificanti (basti pensare, 
tanto per fare un esempio visto al Lido, ai 
sensuali rendez vous di Venerdì sera di 
Claire Denis), e c'è chi, come Clark e 
Lachman, sceglie invece di mostrare tutto, 
di illustrare (e non a caso Clark vanta tra¬ 
scorsi di apprezzato fotografo) il sesso 
così come lo vivono i ragazzi, a seconda 
dei casi narrati: meccanico e torbido, 
dolce e infantilmente trasgressivo, oppure 
violento e puramente edonistico. 

Che poi un film hardcore possa concedersi 
una scena così "caravaggesca” come quella 
della piccola orgia finale, coi tre amici che 
dopo l'interminabile (e per molti insoste¬ 
nibile, data la stordente quantità di primi 
e primissimi piani di peni e vagine in azio¬ 
ne) consesso e le fumate di prammatica 
iniziano a disquisire con incredibile disin¬ 
voltura e disarmante delicatezza di un 
mondo migliore, mentre la luce del tra¬ 
monto li raggela tenuemente, beh, resta 
proprio da dimostrare. 

La poca plasticità delle immagini (esclu¬ 
dendo le summenzionate scene di sesso) e 
delle inquadrature, unitamente all’insi¬ 
stenza nel ritrarre gli interni squallidi e 
anonimi degli appartamenti teatro delle 
vicende, aggiungono al tono già lugubre 
del film un particolare mood claustrofobi- 
co, tanto che alla fine si ha come l'amara 
sensazione di aver appena assistito alla 
messa in scena di un'agghiacciante apoca¬ 
lisse quotidiana che sta lentamente ma 
inesorabilmente devastando in silenzio 
miriadi di vite e il futuro (i figli?) diretta- 
mente dall'interno delle pareti di casa. E 
non v'è traccia di redenzione e di salvezza 
alcuna. 

L'unica via d’uscita che Ken Park suggeri¬ 
sce è quella, ambigua, di tornare a uno 
stato brado e primitivo, cercando di soddi¬ 
sfare egoisticamente il proprio piacere 
placando con sesso e droga solitudine e 
disperazione. Essere cittadini del proprio 
io, cancellando apparentemente ogni trac¬ 
cia di un'umanità ipocrita e offensiva. 

Ecco cos’è Ken Park, altro che denuncia 
sociale, qui si parla di Morte e Dolore (la 
scena dell'omicidio, una delle più alluci- 



Ken Park 



Ken Park 



Ken Park 


35 


nanti mai viste negli ultimi anni, è un vero 
e proprio urlo di ribellione contro la paura 
di diventare vecchi), e anche se i toni alle 
volte sono gustosamente ironici e grotte¬ 
schi (e il pubblico in sala per primo l'ha 
capito, applaudendo e ridendo), quasi da 
black comedy al massimo del cinismo e 
dell'acidità, il senso finale di disorienta¬ 
mento e indisposizione che il film riesce a 
comunicare è potentemente e magistral¬ 
mente anti-catartico. 

Mauro Glavina 

..—■ 













g iflp* 
IPÉtlI 


--Wi 

*i1é 




Un mondo a (riis) misura d'uomo 
Il cinema di David Lynch 


ritrosi! sono necessari: i film di 
un po' le cose. !|| Lavorare a! 


citare brividi e scombi- 
esprimere pressoché 


in sógno: se 


msu.m.t.- Loiitt- ie, u alettone ot cyncn e questo speciale, i cui percorsi ruotano rìzomaticamente 
la dialettica polare, bidimensionale tra veri e pròpri archetipi: luce e ombra, bene e male, veriti 
e ignoto Tra tutte queste coppie oppositorie s’instaurano soglie, attraversate reversibilmente q 
dano, oltre allo spaziò, il tempo (Valentina Re). La medesima ragione strutturale s'estende oltre 
un dittico all interno del quale sai titola nei termini di una logica - della complessità — Linesau 
reale che deflagra in un movimento spiroidale e che con kafkiana sobrietà, precipita in framme 
un corpo-feticcio, quello dell'attore Kyle MacLachlan. può incarnare il medesimo dualismo, nell, 
che s imbatte nella controparte dionisiaca (Francesco Di Chiara). Sui confine labile realtà/iinmat 
lynchiano, dimensione costitutiva di una mente che funziona — ancora e sempre — per sottrailo! 
guardisia dei primi conomeiraggi viene . rasfusa da.l ynch prima in Eraserheade poi vaine dissi! 
duttilità stflfstiea Che informasse &^3HSSifara (Matfuas Balbi) Anche t) Sonorocostwa@^p 
formare - secondo un osserv -■ ne d< Chion - un Lorimuum coese - *r j,wm»»*ar o tnota dir td 
(OmeroAmortuìtiinterv«i;itwlìf»tC&Btasin) lliÉI ur di, burnente ttn vdonr, 


rttìffnoaun nucleo fondativo di poetica: 
e finzione, Ordine e disordine, evidenza 
issi fossero membrane porose, che ibri 
il singolo corpo di un film, per costituire 
ibtlltàdef reale (Francesco Cattaneo), un 
lihjitìStCtÈG (jonny Costantino). Anche 
foggia' dì ;.una complessione apollinea 
inario si |ioca poi il tema dell'onirismo 
|j(Stefario Baschiera). L'eredità avan- 
ralàta in Elephant Man, secondo una 
dimensione fondamentale, nel suo 
|f|Ì>punto alla discontinuità visiva 
un’altra storia. 


Tm in love with you». Ripercorrendo Mulhoìland Drive 


n ucku \lo. u, mesi uau uscita nei titm, gii interventi che si sono interrogati su Mulhoìland Drive, e che hanno cercato di interrogarlo, fati¬ 
cano a contarsi. E questo nonostante il cenno ludico-intimidatorio che Lynch sembra farci, celato dietro una parrucca blu, a conclusione 
del film: Silencio". Come pregustandosi il piacere di misurare la maestria con cui i suoi esegeti l'avrebbero, di volta in volta, ignorato'. E 
ben lontano, crediamo, dal voler anche solo suggerire una possibilità di afasia o ineffabilità. 

Nell intervista rilasciata a «Positif» 2 , Lynch si sofferma brevemente su quella condizione di smarrimento che Mulhoìland inevitabilmente 
induce nello spettatore: «Certains ont un esprit littéral et redoutent les abstractions. ils se sentent perdus. lls veulent que 2 + 2 - 4. Et il y 
a d'autres, plus intuitifs, qui ne demandent pas mieux que de se perdre. Ceux-là prètent à l'expérience et arrivent à 4 par d'autres che- 
mins-f . 

Percorrendo Mulhoìland Drive, allora, e pur perdendosi, sembra che da qualche parte si debba arrivare. Ed è proprio questo uno degli 
elementi di seduzione piu forti del film: a fronte di un disagio irriducibile provocato da sfasamenti abnormi in un contesto diegetico che 
perennemente sembra mancare di una visione d'insieme, abbiamo spesso la falsa (0 forse vera) convinzione, fondata su quella precisio¬ 
ne maniacale con cui certi dettagli e indizi ricorrono e combaciano, che i conti, tutto sommato, possano tornare. 

E, nel tornare tardivamente su Mulhoìland Drive, abbiamo almeno un precedente degno di nota nell'articolo di Stéphane Delorme 4 che, 
nel numero di settembre dei -Cahiers». a distanza di dieci mesi dall'uscita dei film in Francia (ma in contemporanea con l'uscita dell'edi¬ 
zione francese del DVD), intitola: Mulhoìland Drive Me Cra/y. per poi spiegare: -”You drive me crazy", dit Rita/Camilla à Betty/Diane ior- 
squ elle s étreignent sur ie sofà. Mulhoìland Dr. rend fou. li affolè Finterprétation (combien de textes en quelques mois?), il rend amo- 
reux (de chaque parole, de chaque geste)» 5 . 

Pur schierandosi con sincera ed inequivocabile passione fin dal titolo, Delorme pone anche una questione interpretativa nuova e, a 
nostro avviso, molto interessante: -A i’origine de cette démence, il y a surtout cette cassure souveraine en fin de film Mais nù rnmmen- 


itro amoroso tra Rita e Betty (l'unica scena d', 
t'umca prima volta, nel cinema dì Lynch, in cu 
1 ealmente - a preparare l'ingresso ai Club Sile 
(ita lo aprirà (quando io varcherà, potremmo 
ante rovesciamento del sogno, o da uno spie! 
ano delle scelte formali, ie due parti, e sembr 
■oprio nella parte che dovrèbbe essere reale. 


La scena al Club Silencio, che sembra originarsi (nel senso più le' 
do l'autentico cuore del film, ìndica il momento dell'apparente s. 
indossa) delle due amanti. La scena è stata in più sedi ampiamen 
stesso in cui viene messo in scena un raffinato e suggestivo sveli; 
donne piangano e sussultino ascoltando una canzone d'amore iri 


























_(^Speciale) 


DAVID LYNCH 


| 


I 


t 

t 


Rebekah del Rio 10 . Improvvisa e inconsape¬ 
vole intuizione delle due donne, che pian¬ 
gono la finzione che hanno vissuto nel 
momento stesso in cui viene loro mostrata? 
Che piangono, presagendolo, il finire del 
sogno, sempre che di sogno da una parte e 
di realtà dall'altra si tratti? 

Il gioco di segni che s'instaura nel corso 
della scena al Club Silencio è affascinante, 
l'indecidibilità delle cose raggiunge l’api¬ 
ce, e quella parrucca bionda che sembrava 
segnalare l'intima unione non fa che 
mascherare il distacco già avvenuto, 
annunciandolo. Così, come con fare scher¬ 
zoso dice Chion: «L'idée de base du scéna¬ 
rio de Mulholland Drive est celle-ci, très 
simple: que se passerait-il dans Blue 
Velvet si Laura Dern rencontrait Isabella 
Rossellini en l'absence de Kyle 
MacLachlan; et que se nouerait-il entre la 
femme concrète, pratique, mais aussi 
exaltée, et la femme romanesque habitée 
d’un lourd secret?»". 

È evidente come, nell'economia del film, i 
depistaggi narrativi e le anomalie della 
messa in scena assumano un valore pre¬ 
ponderante; ma è importante rilevare 
come tutto questo avvenga non a detri¬ 
mento, bensì a vantaggio di quell'emozio¬ 
ne profonda della storia (di una storia d'a¬ 
more) che rimane, incomparabilmente, 
intatta. Per quanto, infatti, il binomio 
attore-personaggio, che dovrebbe rimane¬ 
re fisso e immutabile all'Interno di una 
stessa storia/diegesi, venga messo radical¬ 
mente in crisi, i processi di coinvolgimen¬ 
to ed identificazione spettatoriale vengo¬ 
no comunque attivati (e funzionano, per 
quanto sarebbe interessante studiarne le 
eventuali anomalie). E viene da doman¬ 
darsi quanta di questa adesione emotiva 
sia legata all'adozione (per la prima volta, 
nel cinema di Lynch?) di un punto di vista 
che, per quanto frammentato e schizofre¬ 
nico, rimane integralmente femminile. 
Accanto a questi appena sondati, rimango¬ 
no altri spunti che avremmo voluto 
riprendere, con la speranza che avrebbero 
potuto suggerirne ancora di nuovi. Non ci 
rimane qui che lo spazio per una possibile 
mappatura, che speriamo non risulti trop¬ 
po arida o schematica. 

L'incipit come marca autoriale 
Mulholland Drive presenta una sorta di 
incipit tripartito, che non solo condensa 
simbolicamente molti dei contenuti apore- 
tici del film, ma ripropone alcune "mar¬ 
che" che potremmo considerare distintive 
di un certo modo dì cominciare che carat¬ 
terizza il cinema di Lynch. 

Questa struttura composita dell'incipit, 
parcellizzata ( quando, o dove, comincia 


esattamente il film?) ritarda con insistenza 
l'ingresso effettivo nella diegesi e tende a 
disorientare lo spettatore, proponendogli 
strade diverse che subito gli vengono pre¬ 
cluse, proprio laddove dovrebbe invece 
guidarlo. Risulta subito evidente il paralle¬ 
lismo tra questa forma “frantumata” e la 
frantumazione/disgregazione che investe 
significati e rispettivi significanti lungo 
tutto il corpo del film. 

a. Prégénérique 

Il valore di questa prima sequenza è stato 
esplicitamente segnalato dai «Cahiers du 
cinéma» 12 , che per meglio delinearlo 
hanno fatto riferimento al maestro indi¬ 
scusso, Saul Bass, ed in particolare ai titoli 
di testa che realizzò per Hitchcock. L'idea 
di fondo sarebbe quella della matrice, 
della condensazione simbolica, del potere 
dei titoli di abbozzare e suggerire, attra¬ 
verso strategie specifiche (che apparten¬ 
gono indubbiamente più ad una dimensio¬ 
ne figurativa e plastica che narrativa e fin- 
zionale, ma che rimangono in parte anco¬ 
ra da indagare), quelli che saranno i signi¬ 
ficati e i temi più ampiamente elaborati 
nel film: « Mulholland Drive n'est pas enco- 
re commencé que déjà, tout est là, con¬ 
centrò dans ce prégénerique d'une ou 
deux minutes. Le dédoublement, le leurre, 
la formation et la disparition des couples: 
tout l'appareillage thématique du film est 
ramassé en un pian»' 3 . 

A questa fantasmatica esibizione di jitter- 
bug* occorre poi aggiungere l’inquietante 
sensazione di disagio legata all'apparizio¬ 
ne di quelle sagome/nebulose biancastre 
(riconosceremo poi il viso di Betty e i volti 
della coppia di anziani, tesi in spasmodici 
sorrisi) che sembrano divorare, distorcen¬ 
dola, la superficie visiva e quella sonora. 

b. Prologo 

Utilizziamo il termine più per comodità 
analitica che per una sua reale e accertata 
ascrivibilità alla categoria. Proprio l’ecce¬ 
zionaiità di questa microsequenza e della 
sua collocazione è stata elemento di attra¬ 
zione dell'interesse dei critici, che hanno 
voluto conferirle un ruolo cruciale, e nella 
maggior parte dei casi estremamente 
netto, nella decostruzione del récite, di 
conseguenza, anche nella sua ricostruzio¬ 
ne interpretativa. 

Costituendosi come una sorta di prolunga¬ 
mento di quella frattura deH'immagine 
prodotta dalle ombre bianche dei 
prégénérique, il microprologo si compone 
di un unico movimento dì macchina in 
avanti, ad inquadrare la superficie di un 
letto, scivolando sulle lenzuola fino ad 
arrivare tanto vicino da rivelare la trama 
della stoffa. Stacco, e siamo già, contem¬ 



37 



Mulholland Drive 



Mulholland Drive 


poraneamente, nei titoli di testa veri e 
propri e nel mondo diegetico, con il car¬ 
tello stradale che indica Mulholland Drive. 
Come anticipavamo, questo breve seg¬ 
mento è stato per lo più interpretato 
come una sorta di prolessi, che anticipa, 
per un istante troppo breve per essere 
intellegibile, l'universo della seconda 
parte del film: Lynch, dunque, mostrando¬ 
ci proprio all'inizio il sonno di Diane, ci 
fornirebbe da subito la soluzione del rom¬ 
picapo (ciò che stiamo per vedere altro 
non è che il sogno dì qualcuno), ma lo 
farebbe in modo tale da negarci, o quanto 
meno posticipare e ritardare, questa con¬ 
sapevolezza. E questa posticipazione della 
consapevolezza risiede, a nostro avviso, 
nelle modalità specifiche del prologo, che 
tende a richiamare l’attenzione dello spet¬ 
tatore più per la forma che lo contraddi¬ 
stingue che per il contenuto. In altre paro¬ 
le: poco importa che questa prima inqua¬ 
dratura sia davvero il segnale che ciò che 
vedremo in seguito altro non sarà che un 
sogno compensatorio. Ciò che sembra 
importare, piuttosto, è quello specifico, e 
insistito, movimento di macchina, e ciò 
che ne rappresenta l'oggetto di attenzio¬ 
ne. Un movimento che esplora, insistente¬ 
mente, laddove non sembra esserci niente 
da esplorare: questo preciso binomio di 
filmico e profilmico sembra essere ricor¬ 
rente negli incipit di Lynch (due esempi 
particolarmente vistosi e distanti: Velluto 
blu e Una storia vera), per poi prolungarsi 
nel corpo del film e diventare, in molti 
casi, tema e figura stilistica. Ciò che viene 
inquadrato, e non importa cosa esso sia, 
acquista quell'aura di mistero, quella 
potenzialità di minaccia, quella carica di 
spaventosa inquietudine proprio perché 
viene racchiuso nel quadro e ostinatamen¬ 
te scrutato (da uno sguardo che, nella 
maggioranza dei casi, non siamo in grado 
di attribuire: basterà parlare di false sog¬ 
gettive?). Situati spesso nella zona limina- 
re della diegesi, questi movimenti di mac¬ 
china assumono il carattere di vere e pro¬ 
prie "soglie filmiche", mobili, che traspor¬ 
tano lo spettatore oltre la superficie fami¬ 
liare e quotidiana degli oggetti, nel film. 

c. Générique 

Il “movimento/soglia” della m.d.p., in 
avanti, prosegue senza soluzione di conti¬ 
nuità nel buio che circonda il segnale che 
indica Mulholland Drive, gli si avvicina per 
poi abbassarsi e arrestarsi un istante per 
lasciar attraversare il quadro da un'auto¬ 
mobile, che viene seguita da dietro mentre 
sullo schermo appaiono i titoli di testa 
Una serie di dissolvenze 
non a caso, di 












(Spedale) 


DAVID LYNCH 



Mulholland Drive 



Mulholland Drive 



Mulholland Drive 


mento) ritmano il procedere della vettura, 
oppure ci mostrano ampie vedute di Los 
Angeles, una distesa di luci che viene 
come lentamente accarezzata da brevi 
panoramiche. Della strada sinuosa che 
l'auto percorre non ci viene mostrato che 
quel breve tratto illuminato debolmente 
dai fari, e sotto ii motivo musicale extra- 
diegetico si percepiscono appena i rumori 
del profilmico. 

La strada è indubbiamente un luogo privi¬ 
legiato per marcare l'ingresso nel mondo 
costruito dal film; tuttavia, ogni particola¬ 
re di Mulholland Dr. rende questo ingres¬ 
so angoscioso: il buio e la scarsa visibilità, 
l'andamento flessuoso della strada, l'auto 
inquadrata ostinatamente da dietro, senza 
che ci sia mai concesso di avvicinarci 
abbastanza, fino al primo piano di 
Rita/Camilla, che non possiamo ancora 
riconoscere, ma che non fa che conferma¬ 
re quella sensazione di disagio che l'incipit 
aveva sistematicamente costruito. 


Frontiere e soglie 

Il cinema di David Lynch è fittamente 
popolato di soglie. Fisiche, reali o metafo¬ 
riche, camuffate e irriconoscibili, invisibili, 
familiari e quotidiane eppur misteriose e 
cariche d'inquietudine. Soglie come auten¬ 
tici varchi capaci di mettere in comunica¬ 
zione, o separare per sempre, mondi die- 
getici alternativi e paralleli in quanto, nel 
dominio della finzione, tutti ugualmente 
possibili. La soglia, allora, svolge la funzio¬ 
ne specifica di aprire squarci o impercetti¬ 
bili fessure tra l'uno e l'altro. 

Mulholland Drive è dappertutto segnato 
da queste fratture: i personaggi entrano 
ed escono in continuazione, attraverso 
spazi che possono mutare a seconda dì chi 
si ritrova a percorrerli e della direzione in 
cui costui li percorre. Basta affacciarsi nel 
cortile sul retro di Winkie's per varcare 
tosa frontiera, e basta un 
di macchina che non trova 
àia motivazione nella diegesi per 


proiettare, i personaggi e noi, altrove. 
L’abilità di Lynch è duplice: abilità di agire, 
innanzi tutto, sull'inquietudine che è lega¬ 
ta ai confini e alle zone d'ombra, o nasco¬ 
ste, nel quadro (profilmico), e contempo¬ 
raneamente sull’inquietudine che l'insiste¬ 
re sui limiti e margini del quadro (filmico) 
può provocare. È quasi superfluo aggiun¬ 
gere, infine, come le due zone che la fron¬ 
tiera o soglia separa (e unisce, in qualche 
modo) sembrino essere, costitutivamente, 
intercambiabili: e Lynch arriva fino al 
punto di diegeticizzare, proiettandola nel 
récite nel sistema dei personaggi, questa 
(profondamente destabilizzante) intercam¬ 
biabilità. 

La certezza del passato 

J'adore le passé, c'est tellementplus repo- 
sant que le présent et tellement plus sur 
que l'avenir... 

La Ronde (Max Ophuls, 1950) 

Qualunque sia lo statuto (immaginativo, 
onirico, reale) che si voglia assegnare alle 
due grandi parti' 5 che compongono 
Mulholland Drive, sembrerebbe quanto 
meno possibile che la parte che vediamo 
dopo (nello scorrimento pellicolare, quin¬ 
di lineare, del film) sia invece situata, 
nella cronologia (non lineare) di una sup¬ 
posta fabula, prima. Si tratterebbe, dun¬ 
que, di un flashback ; ma di un flashback a 
dir poco destabilizzante, che ribalta e 
mette in crisi tutte le informazioni assunte 
nella prima parte del film. Possiamo anco¬ 
ra, davanti ad un caso come questo, parla¬ 
re di "finto flashback' (o, volendo, di 
"finto flash forward'), o non sarebbe forse 
opportuno procedere ad una rivalutazione 
delle categorie finora elaborate per lo stu¬ 
dio dell'anacronia filmica? 16 

Valentina Re 


Note 

1. Si veda, tra tutti, Michel Chion, a proposito della 
subito celebre scena al Club Silencio*. «C’est dans cette 
mème scène qu'est prononcé ce qui sera le dernier 
mot entendu dans le film, un mot dont le présent article 
se garde bien de s'inspirer. "Silencio’’». Cfr. Michel Chion, 
Mulholland Drive. Play It for Reai, in «Positif», n. 490, 
dicembre 2001, pp. 80-82. 

2. Michael Henry (a cura di), David Lynch. Désirer l'idée, 
in Ibidem , pp. 83-88. 

3. Ibidem, p. 87. 

4. Stéphane Melorme, Mulholland Drive Me Crazy, in 
«Cahiers du cinéma», n. 571, settembre 2001, pp. 44-45. 

5. Ibidem, p. 44. 

6. Ivi. 

7. È d’obbligo menzionare qui, di nuovo, la recensione di 
Michel Chion, op. cit., che degli elementi del "limite” e 
della "frontiera” in Mulholland Drive svolge un'analisi di 
grandissimo interesse. 

8. Michel Chion, op. cit., p. 81. 

9. Svelamento che sta a fondamento anche di altre 
sequenze emblematiche; tra tutte, quelle del "doppio 
provino” di Betty. 

10. Nell'intervista rilasciata a «Positif», Lynch racconta le 
vicende che hanno portato all’inserimento del pezzo 
(composto e interpretato originariamente da Roy 
Orbison) nella colonna sonora del film. Cfr. Michael 
Henry (a cura di), op. cit., p. 86. 

11. Michel Chion, op. cit., p. 81. 

12. Jean-Marc Lalanne, La disparitions des couples, 
«Cahiers du cinéma», n. 562, novembre 2001. 

13. Ivi. 

14. Lynch ne racconta la provenienza nell'intervista rila¬ 
sciata a «Positif». Cfr. Michael Henry (a cura di), op. cit., 
pp. 86-87. 

15. Occorre rilevare che Mulholland Drive è anche un 
autentico capolavoro di ritmica: tanto è dettagliata e 
descrittiva la prima parte, con continue derive e divaga¬ 
zioni impreviste e gustose, tanto è ellittica (si pensi solo 
a quello stacco leggerissimo, nella casa di Diane, che da 
una tazza di caffè ci riporta indietro ad un bicchiere di 
whisky...) la seconda. Il film, letteralmente, dopo l'aper¬ 
tura del cubo, implode, collassa su se stesso. Non ci è 
dato di sapere con esattezza quanto di questo "sbilancia¬ 
mento perfetto" sia legato alla particolare storia produt¬ 
tiva del film (quanta e quale fosse, cioè, la parte già gira¬ 
ta per la puntata pilota, prima del passaggio dal formato 
pilot a quello del lungometraggio): è vero però che il 
ritmo inesorabile e serrato con cui la seconda parte si 
snoda è di un'efficacia e di una forza straordinarie 

16. Questa personale convinzione è stata ulteriormente 
rafforzata dalla lettura e dalla condivisione dell'analisi 
che Giovanni Di Vincenzo svolge nella sua tesi di laurea. 
Cfr. Giovanni di Vincenzo, L'anno scorso a Los Angeles. 
Forma e funzione dell'anacronia nel cinema americano 
degli anni Novanta, tesi di laurea discussa all'Università 
degli Studi di Udine, a.a. 2000-2001. Si noti, inoltre, che 
la specificità temporale che caratterizza la storia princi¬ 
pale (la storia d'amore) non è pertinente per tutti i tas¬ 
selli che il film mette in gioco: per esempio, nella secon¬ 
da parte (che dovrebbe essere cronologicamente ante¬ 
riore) il killer biondo è già in possesso di quel libro nero 
che invece ruberà (e con quale fatica) solo successiva¬ 
mente (cioè nella prima parte, che però dovrebbe essere 
cronologicamente posteriore). 













(Speciale") 


DAVID LYNCH 


La simmetria della duplicità 
Strade perdute - Una storia vera 

La geminazione di Lynch 
Uno degli assilli critici che hanno movi¬ 
mentato la discussione intorno a Una sto¬ 
ria vera è stata l'appartenenza o meno del 
film al preteso complesso coerente del 
corpus lynchiano. Tale interrogativo, a 
ben guardare, scaturisce da tutta una pro¬ 
blematica legata al concetto di autore, la 
cui fondazione sulla base della continuità 
tematica e/o stilistica rischia spesso di 
subire una lettura superificiale, avvilente 
e potenzialmente dannosa. Se davvero 
tutti ì film di un autore dovessero presen¬ 
tarsi come un inesauribile gioco di specchi 
tendente a moltiplicare l'identico, l'auto- 
rialità cadrebbe nell’ossificazione, nella 
sclerosi da ripetizione. Il "lynchismo" 
come ortodossia allora - assieme ai suoi 
consimili - sarebbe davvero il trionfo 
della maniera. 

Una storia vera, affiancato a Strade perdu¬ 
te (e a Mulholland Drive), è un film che, 
per la sua estraneità, ridà respiro al 
discorso di un autore che certa critica 
compiaciuta aveva ingabbiato nelle asfitti¬ 
che volute dell'eterno ritorno dello ste¬ 
reotipo. Anzi, per dir meglio, è proprio la 
polarità che si ingenera tra Una storia 
vera e Strade perdute (e Mulholland Drive) 
a dar la misura dell'oscillazione possibile 

Una linea, infiniti punti 
Non si è trattato né di tradimento, come 
vuole qualche integralista, né tanto meno 
di ravvedimento, come vuole la solita e 
puntuale versione edificante. L'opera di 
Lynch mira in tutt'altra direzione: nel suo 
essere l'ulteriore specchio anamorfico su 
cui s’è rifranta l'ispirazione instabile del 
regista, essa entra strategicamente in una 
paradossale risonanza con il film immedia¬ 
tamente precedente, Strade perdute (Lost 
Highway, 1996), costituendo un edificio 
dalle perturbanti e labili geometrie, spes¬ 
so fluìdificantisi in corrispondenze e asso¬ 
nanze. Pare esserci un metodo, una chiave 
in questa "follia", nei suoi calibratissimi 
rimandi; ma il codice sfugge, e la crittogra¬ 
fia ridisegna il suo arabesco. Sia in avanti 
(Mulholland Drive, 2001) sìa indietro si 
potrebbero trovare delle conferme. 
Tuttavia, per ragioni metodologiche con¬ 
viene concentrarsi sulla coppia Una storia 
vera/Strade perdute-, essa mi sembra 
avere una compattezza e una sistematicità 
inter-testuale da farne un vero e proprio 
dittico, le cui risonanze con altri capìtoli 
del corpus lynchiano possono ulterior¬ 
mente arricchire (e sfrangiare) l'edificio, 
ma non mutarne io scheletro (sarebbero 


insomma nell'ordine dell'allusione e della 
citazione - anche chiarificatrice -, ma non 
della struttura). E l’interpretazione ”a dit¬ 
tico" ci servirà poi per riattraversare l'am¬ 
biguità di Una storia vera e farla emergere 
nella sua effettiva portata, nelle sue coor¬ 
dinate. 

Strade perdute, come è stato notato, è il 
primo film di Lynch che si chiude senza un 
riscatto, per quanto artificiale, fittizio e 
irreale (si vedano i finali di Velluto blu e 
Cuore selvaggio). 11 regista stesso ha 
dichiarato: «Credo che al fondo del tunnel 
vi sia un'uscita. Ma il film non può averla. 

È il mondo di Fred, intrappolato in questo 
nastro di Mòbius». Ci si potrebbe figurare 
che Una storia vera sia una sorta di risali¬ 
ta dopo la discesa agli Inferi intrapresa dal 
film immediatamente precedente. Gli ele¬ 
menti caratterizzanti di Strade perdute 
vengono rovesciati uno a uno. Qui, a mo' 
di introduzione, consideriamo la rielabo¬ 
razione della fondante struttura duale, 
intorno a cui ruota tutto Lynch. Strade 
perdute era programmaticamente giocato 
sulla schizofrenia del "due", al punto che 
Lynch nel film giungeva a frantumare 
qualsiasi concezione preesistente del per¬ 
sonaggio, facendo irreparabilmente salta¬ 
re la continuità: non si tratta solo di schi¬ 
zofrenia, di uno stesso corpo che assume 
più maschere, ma di due personaggi (e due 
attori) che in qualche sotterraneo e miste¬ 
rioso modo sono uno. Una storia vera pro¬ 
cede simmetricamente, quasi che a sua 
volta raddoppiasse Strade perdute, ne 
fosse una geminazione: Alvin, dopo una 
lontananza pluriennale dal fratello per via 
di un litigio inasprito dall'alcool, tenta di 
superare l'irrazionalità della divisione e di 
ricongiungersi a Lyle, vittima di un attacco 
di cuore. In altri termini, il doppio tende 
asintoticamente - vedremo poi in che 
senso - all’unità, riconciliando il sé con 
l’altro. 

In questo percorso dantesco di caduta e 
risalita - che porta, letteralmente, a "rive¬ 
der le stelle" -, il secondo film pare (per 
approssimazione) il controcampo del 
primo, scindendo in due momenti succes¬ 
sivi quella dialettica polarizzata (non c’è la 
conciliazione triadica di tesi-antitesi-sinte¬ 
si) che invece molte opere di Lynch tendo¬ 
no a raccogliere unitariamente nel loro 
corpo. Velluto Blu ne è solo il caso più 
emblematico, quello in cui, secondo le 
stesse dichiarazioni di Lynch, Jeffrey, per¬ 
correndo il lato oscuro, impara qualcosa 
su di sé e sul mondo, e può così tentare di 
pervenire a una sorta di equilibrio, di con¬ 
ciliazione degli opposti. «Quello che c'è in 
mezzo non è un compromesso, ma la forza 
di entrambi gli elementi». «Mi sono sem¬ 


pre piaciuti tutti e due i lati e credo che 
per apprezzare l'uno si debba conoscere 
l'altro; inoltre, più oscurità si accumula, 
più luce si riesce a vedere intorno a sé». 

È forse a questa stabilità che perviene Una 
storia vera ? Troppo semplice rispondere 
affermativamente, e non solo perché 
Lynch stesso ha rilevato come "quaggiù” 
l’equilibrio sia pressoché inattingibile. 
Osservando il film ”al microscopio" non si 
tarda a rendersi conto di quanto il viaggio 
di Alvin sìa tormentato e minacciato da 
inquietanti tracce. Ormai è fiorita tutta 
una letteratura critica tendente a ravvisa¬ 
re gli atomi perturbanti di questo aggrega¬ 
to e sarebbe dunque pleonastico qui farne 
un elenco. Quel che ci interessa notare è 
come la linea retta, straight, di questo 
viaggio esponga alcuni degli infiniti punti 
di cui è composta, punti attraverso cui 
passano potenzialmente infinite rette. Si 
ripresenta così in Una storia vera quella 
complessità, quell'apertura verso il possi¬ 
bile che in forma più spiccata ha intessuto 
le altre opere del regista. 

«La tenerezza può essere astratta quanto 
la follia». Parola di Lynch. 

Le venature dell'immagine 
Una categoria spesso scomodata per 
Lynch è quella del perturbante ( unheimli- 
eh) freudiano: un utilizzo che pare del 
tutto giustificato se si tiene presente che 
da una parte il perturbante è «ciò che è 
troppo familiare per essere confessato» e 
dall'altra se si considera il tipico procedi¬ 
mento del regista americano di concen¬ 
trarsi sul sereno e rassicurante quartiere 
di un paesino rurale per esplorarne i per¬ 
tugi, le incrinature, fino a renderli veri e 
propri orridi. Lynch, come ha scritto Chris 
Rodley, è un homeboy. Una storia vera 
pare il film ove questa poetica si fa più 
visivamente sottile, ove l’immagine lascia 
solo trapelare l'eccedente, lo insinua sol¬ 
tanto, mentre negli altri film se ne lascia¬ 
va pervadere e lo travasava - con risultati 
deflagranti - nel corpo del racconto (di 
qui la scissione e la moltiplicazione di 
Strade perdute). Troppi i segnali, le tracce, 
gli indizi, per censirli tutti. Limitiamoci qui 
a un'osservazione di carattere generale e 
a una invece più particolare. 

A livello generale pare significativo pren¬ 
dere in considerazione il rapporto di Alvin 
con la Natura, che nella sua floridezza e 
nel suo rigoglio lussureggia per tutto l'ar¬ 
co del film. Da una parte essa è latrice di 
immagini solari e serene, tanto da legitti¬ 
mare l'osservazione per cui «il paesaggio è 
bello a un punto tale che rende jefferso- 
nianamente manifesto un ordine che vi 
riposa dietro» 1 . Ma dall'altra, il mondo di 


Una storia vera «è davvero troppo perfet¬ 
to e armonico per risultare vero. È come 
se l'atmosfera di questo film richiamasse 
quella degli establishing shots di Velluto 
blu [...]. Queste inquadrature sono il prelu¬ 
dio allo svelamento del mondo nascosto, 
perverso e violento, che pulsa nel cuore di 
Lumberton [... 1 . Ma in Una storia vera non 
ci sono incrinature, l'ordine non si rompe, 
l'equilibrio non si spezza: eppure qualcosa 
sembra covare sotto la cenere» 2 . Alvin «è 
pienamente parte del paesaggio che per¬ 
corre ostinatamente, completamente con¬ 
sapevole di far parte di un meccanismo 
immenso e insondabile» 3 , di fronte a cui 
avverte la propria relatività. E ciò ci forni¬ 
sce un’altra chiave per capire la lentezza 
del suo viaggio: per procedere in quell'in¬ 
finità occorre essere discreti, attenti, 
pazienti, perché ogni particolare ha un’im¬ 
portanza rilevante. 

A livello "particolare" vorremmo ritornare 
sulla suddetta costruzione a dittico e farne 
uso per identificare, secondo una valuta¬ 
zione incrociata, gli elementi perturbanti 
che riecheggiano in entrambi i film. 
Incominciamo dal dettaglio più esteriore-, 
la strada. Se prima era "perduta", ora è 
"straight”, dritta come una freccia. In 
Strade perdute Lynch, sin dal!' incipit, si 
sofferma sulla linea di mezzeria che, ripresa 
a grande velocità, oscilla vorticosamente: 
simbolo di uno smarrimento, di una deriva 
nella follia, di un salto (0 risucchio) incon¬ 
trollabile. Una storia vera rovescia program¬ 
maticamente questo elemento iconografico: 
durante il viaggio in trattore di Alvin, Lynch 
inquadra le linee divisorie della carreggiata 
secondo i ritmi del mezzo, cioè lentamente, 
quasi a passo d'uomo. Un cinema più 
"umano”, verrebbe da dire semplificando 
non poco. Le scene sulla strada sono ben 
più complesse e sfaccettate. Si consideri già 
solo il passaggio dei tir: il loro rumore è 
pauroso, tremendo, quasi un boato che si 
incunea tra la pace della campagna e il 
sommesso brusio del motore del tagliaerba 
(visivamente il transito è, soprattutto all'ini¬ 
zio, indeterminato e fuggevole). V’è poi la 
scena della discesa: il tagliaerba scende a 
rotta di collo per il pendio, la cinghia della 
trasmissione si rompe, Alvin tiene la sua 
vettura in strada per miracolo. In quel men¬ 
tre la cinepresa oscilla terribilmente, tutto 
si fa fluttuante, come le linee di mezzeria di 
Strade perdute. Linee dritte anch’esse, trac¬ 
ciate su una strada dritta (una highway, 
"autostrada”), ma che l'alta velocità defor¬ 
ma. E anche un trattore può accelerare. 

La scena appena richiamata ci è utile per 
individuare un altro elemento, niente 
affatto secondario per quanto apparente¬ 
mente insignificante e casuale (ma c’è 


39 




(Spedale) 


DAVID LYNCH! 


veramente qualcosa di casuale su questa 
superficie visiva levigatissima, calibrata al 
millimetro?). Alvin precipita con il suo 
trattore e al contempo (o forse proprio per¬ 
ché) vede in lontananza, ai piedi del pendio, 
una casa che brucia. Il fuoco, l'incendio, l'e¬ 
splosione, la distruzione: qui si potrebbe 
davvero riattraversare tutto Lynch 
(Eraserhead e Cuore selvaggio in primis), ma 
data l’impostazione del nostro lavoro tor¬ 
niamo a Strade perdute. Qui a essere incen¬ 
diata è una capanna in mezzo al deserto, 
luogo d'incontro di Fred con Mystery Man, 
ed è un incendio a rebours, ad andamento 
implosivo, perché se ne vede la fase termi¬ 
nale e poi indietro, fino a ripristinare la 
compattezza della baracca e a denunciare 
l'instabilità latente, sopita, di qualsiasi 
struttura apparentemente solida (soprattut¬ 
to il cervello). È come se si stesse riavvol¬ 
gendo un filmato (Mulholland Drive. «Tutto 
è registrato!»). 

Questo ping-pong tra i due film può prose¬ 
guire ancora a lungo. Un altro tratto comu¬ 
ne degno di attenzione è la tematizzazione 
esplicita della figura del doppio. Abbiamo 
già rilevato i continui sdoppiamenti di 
Strade perdute. Ma ve n'è uno particolar¬ 
mente curioso, inserito come un siparietto 
a latere, secondo quella modalità tipica¬ 
mente lynchiana in cui nessuno è né 
appare perfettamente "normale". Si tratta, 
verso l'inizio del film, di quella coppia di 
investigatori che rispondono alla richiesta 
di soccorso della famiglia Madison. I due, 
pochissimo rassicuranti, affidabili e con¬ 
vincenti, hanno la particolarità di costrui¬ 
re congiuntamente i loro discorsi: uno 
spiega ed espone, l'altro interviene con¬ 
fermando. Siffatta variazione sul doppio 
diviene l'unica trasparente irruzione del 
tema nella superficie di Una storia vera: 
dopo la rottura del trattore di Alvin (sì, è 
sempre quella stessa sequenza, che in 
effetti pare sempre più centrale), il vec¬ 
chio cerca qualcqno che glielo ripari e, 
coincidenza vuole, si presentano i due 
gemelli Olsen, che rimandano isotopica¬ 
mente al leitmotiv lynchiano ormai tanto 
frequentato. Come e più degli investigato- 
ri, Thorvad e Harald si completano reci¬ 
procamente i discorsi, con una sintonia e 
una coordinazione tali da far ipotizzare un 
solo cervello (e invece, a tutti gli effetti, 
pare ne abbiano due). 

V'è poi il finale. Circolare quello di Strade 
perdute che, coerentemente con la logica 
moltiplicatoria e disarticolativa esposta, 
trasgredisce senza appello l'enfasi aristo¬ 
telica sul finale, riavvolgendo su se stesso 
il racconto, saldandone un'estremità con 
l’altra, fino a decretare Impossibilità 
della conclusione. Circolare quello di Una 


storia vera, che inizia e finisce con lo stes¬ 
so cielo stellato (e sempre con una ripresa 
in avanzamento tra le stelle, lentissima 
all'inizio, un po' più veloce alla fine), così 
conferendo alla riconciliazione dei fratelli 
una sorta di punto di fuga all'infinito. 
L'immagine del cielo è sì una consolazione 
ma insieme il dispiegamento di un'infinitu- 
dine che trascende l'uomo e che lo lascia 
scrutante, desiderante, viaggiante. Un 
finale aperto, dunque, ma in senso diverso 
rispetto a Strade perdute. È a questa 
diversità, infine, che vogliamo dedicare 
qualche osservazione, per non appiattire 
eccessivamente i due film l'uno sull'altro. 

L'esperienza della vecchiaia 
Rimane sospeso un interrogativo: perché 
comunque la strada di Alvin è dritta e 
quella di Fred contorta, involuta, caotica? 
Diverso, verrebbe da dire, è il loro modo 
di confrontarsi con il "perturbante”. Alvin 
è il vecchio, colui che ha accumulato espe¬ 
rienza (ormai «ha visto ciò che merita di 
essere veduto, sa separare il grano dalla 
crusca, ha imparato a distinguere le cose 
veramente importanti della vita»), memo¬ 
ria e dolore. Il film, è stato osservato, ne 
dilata la figura fino a una statura mitica-, 
egli rivive la vecchia storia biblica di Caino 
e Abele (come biblico è il nome del paese 
di Lyle: Mount Zion) e incarna lo spirito 
della nazione, nel suo averne vissuto alcu¬ 
ni fondamentali snodi storici, nel suo pre¬ 
sentarsi come un cowboy senza tempo - 
pur modernamente disincantato -, nel suo 
esprimere emblematicamente l'america- 
nità. La sua vicenda si svolge simbolica- 
mente nel periodo della mietitura. Alvin, 
dunque, è un uomo (e un personaggio) 
solido, già formato dall'inizio del racconto 
(non si tratta di una Biidung), monolitico 
(da non confondere con una del tutto 
assente unidimensionalità). Il duplice 
malore dell'inizio (mentre Lyle ha un 
attacco di cuore, Alvin cade a terra: un'al¬ 
tra corrispondenza "gemellare"?) lo induce 
a partire per un viaggio che ha una meta 
ben precisa: certamente non è un viaggio 
in senso moderno, cioè un vagare ramin¬ 
go, un viaggiare per il viaggiare. «Alvin 
non è per niente moderno, è vecchio e 
all'antica: non parte per partire, parte per 
arrivare, ha una meta dal nome biblico e 
uno scopo, riconciliarsi con il fratello»' 1 . 

Ma per conseguire tale scopo deve anche 
superare un ostacolo. Come spiega 
Bachtin, «l'idea di prova non ha rapporto 
con la formazione dell’uomo; in alcune 
sue forme essa conosce la crisi, la rigene¬ 
razione, ma non conosce lo sviluppo, il 
divenire, il graduale formarsi dell'uomo. 

Essa parte dall’uomo bell'e pronto» 5 . 

Alvin è un uomo bell'e pronto. 11 suo viag¬ 


gio è una sfida con se stesso, l'estrofles- 
sione di un percorso interiore attraverso il 
proprio orgoglio, attraverso la separazione 
e il dolore della separazione (il lato oscu¬ 
ro, irrazionale: ubriachezza, odio immoti¬ 
vato, ecc.); un viaggio attraverso l’immen¬ 
sità della natura per capire se si può, alla 
fine, riuscire a darle un senso, e a dare un 
senso alla parabola della nostra vita. Di 
qui la lentezza come auscultazione e com¬ 
prensione. Fred Madison invece ha perso 
la "sintonia” con le cose, esse gli sono 
diventate indecifrabili, labirintiche, perché 
in primo luogo è lui ad essere diventato 
labirintico e opaco a se stesso. 

Tuttavia, neppure questo basta. Quale 
sarebbe il senso rinvenuto da Alvin? Qual è 
il senso di un ricongiungimento che ha gli 
occhi fissi sulle stelle? Che prosegue nelle 
profondità del cosmo quel «viaggio durato 
tutta una vita»? Se un senso c’è, è quello 
della com-partecipazione al mistero come 
spessore (anche laico) della vita. Sentirlo (e 
non esserne travolti) è, di nuovo, una que¬ 
stione d'esperienza. La parola a Gadamer: 

«La verità dell'esperienza contiene sempre 
un riferimento a nuove esperienze. Perciò 
colui che chiamiamo uomo esperto non è 
solo uno che è diventato tale attraverso 
delle esperienze fatte, ma che è anche aper¬ 
to ad altre esperienze. La pienezza dell'e¬ 
sperienza, il compiuto essere di colui che 
chiamiamo esperto non consiste nel fatto 
che egli sa già tutto e sa già tutto meglio. 

Anzi, l'uomo sperimentato appare piuttosto 
come essenzialmente non dogmatico, come 
uno che, avendo fatte tante esperienze e 
avendo imparato tanto dall'esperienza, è, 
appunto, particolarmente capace di fare 
nuove esperienze e di imparare da esse. La 
dialettica dell'esperienza non ha il suo com¬ 
pimento in un sapere, ma in quell'apertura 
all'esperienza che è prodotta dall’esperienza 
stessa» 6 . 

Vedere le stelle "aiuta a pensare". E a vivere. 

Francesco Cattaneo 

Note 

j. Franco La Polla, Niente staccionate in paradiso, in 
«Cinefonim», a. XL, n. 3 (393), aprile 2000, p. io. 

2. Riccardo Caccia, David Lynch, Il Castoro, Milano 
2000, p. 127. 

3. Giampiero Frasca, On thè road per meditare sulla 
vita umana, in «Garage» David Lynch, Paravia, Torino 
2000, p. 74. 

4. Bruno Fornara, Festina lente, in «Cinefonim», a. XL, 
n. 3 . ( 393 ). aprile 2000, p. 12. 

5. Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Einaudi, Torino 
1997, P- 200. 

6. Hans Georg Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, 
Milano 1999, p. 411. 


Lynch/Kafka: risonanze figurali 

Sto uscendo fuori strada. 

La vera via passa su una corda, che non è 
tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta 
più per far inciampare che per 
essere percorsa 
Kafka, Quaderni in ottavo 

Solo frammenti di un tutto 
Era una bella giornata. Giunto al cimitero, 
da lontano, Josef K. adocchiò un tumulo 
scavato di fresco e, ammaliato, s'incam¬ 
minò. Lo sventolio dei drappi delle ban¬ 
diere lo nascondeva inscenando un clima 
di festa. Sempre guardando in lontananza, 
alFimprowiso ritrovò il tumulo lungo il 
sentiero, vicino a sé. Balzò. E poiché «il 
sentiero, sotto il suo piede che aveva spic¬ 
cato il salto, continuava veloce la sua 
corsa», K. barcollò, e cadde in ginocchio 
davanti ai monticello. Quando due uomini 
vi ebbero conficcato una lapide, un terzo 
iniziò a incidere la pietra. Dopo aver scrit¬ 
to abilmente, «a lettere doro con una nor¬ 
male matita», il 'Qui giace...', l’artista sem¬ 
brò bloccarsi, perdendo la sua vivezza. 
Quasi terminata una J, pestò infurentito il 
piede contro il tumulo. Allora K. compre¬ 
se. Sotto il sottile strato di terra, disposto 
per apparenza, si spalancò «una grande 
voragine dalle pareti scoscese, nella quale 
K., voltato sulla schiena da una leggera 
corrente, sprofondò». Mentre «veniva già 
accolto dalla profondità impenetrabile, di 
sopra il suo nome guizzava sulla pietra in 
vigorosi arabeschi»... 1 
Lo sguardo sembra staccarsi dal suo refe¬ 
rente e scivolare, come in una falsa sog¬ 
gettiva pensata da Murnau, su un carrello 
ottico che impennandosi perde giri, verso 
un primo piano, il tumulo, i cui solchi 
stanno per congiungersi nel baratro. Così 
gli involucri lynchiani celano corpi caver¬ 
nosi dove brulicano, accavallandosi, forme 
di vita differenti, macroscopiche quanto 
un pianeta o minute come l'insetto, in 
procinto di frantumarsi o intente a rosic¬ 
chiare l’esile, tremante soglia di un abisso. 
La lente d’ingrandimento del cineasta 2 , 
spettrale e infuocata, sventra la cartolina, 
indaga le interiora. Ma non è l'occhio, è 
l'orecchio il primo ad essere perturbato 
dall'inquietante incombenza. In Un sogno 
di Kafka, prima che la terra si sparga per 
aria, preludio univoco del disastro, giunge, 
quanto mai inopportuno, il suono di «una 
piccola campana della cappella 
mortuaria» 3 . 

In Strade perdute è il riverbero dei 
profondi rimbombi che si avvertono nel¬ 
l'appartamento di Fred e Renée il vero 
generatore di tensione, «come se un'immi- 





(Speciale) 


DAVID LYNCH 



nente minaccia di terremoto incombesse 
su Los Angeles», come se qualcosa non 
andasse «nel nucleo stesso del pianeta» 4 , 
j Badalamenti e Lynch avevano pensato a 

una colonna sonora che si modulasse 
come una fuga, passione del cineasta. Ma 
l'avventura tonale della forma fuga, disan¬ 
corata dagli insuperati cromatismi bachia- 
ni, deflagra in un ambiente sonoro con¬ 
creto, inglobante, venato da distorsioni ed 
effetti organici, in un tono locale- il 
suono che materia, tra le parole, il silenzio 
- ulteriormente rarefatto rispetto ad 
Eraserhead. Qui le presenze sembrano 
scaturire direttamente dal rumore della 
corrente elettrica - elettroni in movimen- 
< to, altra passione di Lynch -, striato da 

«sbuffi di caldaia, turbini permanenti, 
accordi di organo» 5 . L'agglomerato elet¬ 
troacustico congegnato da Àlan Splet si 
dirama con disarmonica compattezza, 
secondo traiettorie che evocano gli stridó¬ 
ri di Persepolis, spettacolo di luce e suoni 
concepito da Xenakis nel 1971 per nastro 
magnetico a otto piste. Mutatis mutandis, 
ciò che interessa a Kafka è la «pura mate¬ 
ria sonora intensa», l'intensità monotona, 
insistente, asignificante di un suono, o di 
un grido, sempre pronto a trasformarsi, 
come nel Processo, in uno strumentò mar¬ 
toriato 6 . In Eraserhead gli stacchi del 
decoupage sonoro funzionano come ten¬ 
sori dell'immagine, poiché, coincidendo 
con l'intervento delle 'forbici' del monta¬ 
tore regista, «tendono il tempo dell’inqua¬ 
dratura in rapporto alle sue estremità, 
costituite da i due tagli che la rinchiudo¬ 
no» 7 . In questa pulsazione fluente del 
discontinuo, il suono si dà come risonanza 
ancestrale che feconda l'immagine strari¬ 
pandola. (Tacitata dall'artista con un 
dispotico cenno della mano, la piccola 
campana di Un sogno ricominciò a suona¬ 
re e subito si interruppe senza invito - 
«pareva che volesse soltanto provar^ il 
proprio suono») 8 . 

A forza di sobrietà, Kafka neutralizza atti¬ 
vamente la lingua, ne incrina le forme, 
perché i contenuti, puri e affrancati, si 
confondano con le espressioni vettori «irt 
un'unica materia intensa» 9 . Moltiplicata 
dal suono, fluttuante e intensificata, l'inr- 
quadratura lynchiana lotta contro il signi¬ 
ficato, e vince, rotto il giogo dialettico che 
lo struttura, giocando con una riserva la 
cui inattingibilità la disloca senza posa. 
Diventa quadro. Ed è ancora un trionfo 
della sobrietà, di un ordine percettivo ed 
emozionale che normalizza lo straordina¬ 
rio, di una compostezza sintattica aderen¬ 
te alle ramificazioni di un tendenziale con¬ 
tinuum, percosso da un'indefessa turbo¬ 


lenza di visioni, vertiginose ellissi (più che 
buchi, spiragli tra le doghe), inauditi lacer¬ 
ti subliminali (ulteriormente spaesanti 
quando sono flashback, bastione canonico 
dell'esplicazione e della continuità). Se l’o¬ 
pera di Lynch è una «deflagrazione in 
frammenti» (Cattaneo), quella di Kafka è, 
tutta intera, un frammento (Blanchot). 
Nelle testure di una scrittura che si conca¬ 
tena negli sfasamenti di un battito dal 
ritmo arcaico, slegate dalle inibizioni dello 
stile, le parole, come i fotogrammi, 
vibrano. 

Felicità del moto, disperazione della stret¬ 
tura, ... 

Attraverso gli squarci, \‘abissodelpotere- 
dell'i'nquietudind 0 balugina in superficie 
per intrappolare uomini che pensano, 
seducendoli - Velluto blu; Un sogno -, 
calcificandosi nelle sembianze di un'auto¬ 
rità che li incalza - Il processo; Strade 
perdute, dove il protagonista, Fred 
Madison, precipitato in un incubo, colpe¬ 
vole e spiroidale, reagisce con una fuga 
psicogena, sdoppiandosi. 

Ma la metamorfosi di fuga si fonda solo in 
apparenza sulla colpa. «La colpa è sempre 
fuori dubbio», afferma l'ufficiale di Nella 
colonia penale. Il pericolo che necessita la 
trasformazione è piuttosto il giudìzio di 
colpevolezza, il processo che risucchia 
Fred in una tana senza sbocco. Con Lynch 
la psicanalisi rivive la sua impotenza 
(riguardo a Kafka, l'avvertimento di 
Benjamin" è stato messo a frutto da 
Deleuze e Guattari): il complesso di Edipo 
è così fragorosamente esibito nella virilità 
ipertrofica di Mr. Eddie, come nel 
Paparino Frank di Velluto blu, da rovescia¬ 
re l'angoscia in un riso incontenibile. II 
corpo della metamorfosi fuoriesce dalla 
griglia simbolica per ricomporsi altrove, in 
un vortice figurale in cui il soggetto eva¬ 
pora. 

Grazie all'intercessione di Renée/Alice 12 , 
Fred diventa il trait d'union tra due 
dimensioni, ['uomo-ponte' 3 . Anche il viag¬ 
giatore di Nella colonia penale è un ponte, 
ergendosi a involontario carnefice del giu¬ 
stiziere che, aH’ultimo momento, sostitui¬ 
sce la vìttima. E come un ponte funziona il 
congegno narrativo di Strade perdute, 
macchina che gravita in un contorcimento 
senza fine, la cui velocità aumenta in 
modo inaudito, senza possibilità di con¬ 
trollo da parte del guidatore, impossessata 
da un folle pilota automatico. L’imponente 
strumento di morte di Nella colonia pena¬ 
le, tremenda opera d'arte, si sfascia sotto i 
colpi inferti dal proprio erpice, impazzito; 
le dodici ore di tortura programmate si 


riducono a uno spasmodico e fulminante 
strazio della carne che culmina in un det¬ 
taglio, un grande pungiglione di ferro che 
trapassa la fronte dell'ufficiale. Nella 
testa, infatti, oltre che nella carne macel¬ 
lata, fibrilla l'enigma del divenire anima¬ 
le' 4 . Il divenire Pete di Fred è fotografato 
attraverso una doppia convulsione baco- 
niana - metamorfosi senza morphing - 
della cinepresa e della scatola cranica. 
Nell’epilogo di Fuoco cammina con me, tra 
i vertici iconici della filmografia lynchiana, 
la testa di scimmia intravista nel prologo, 
dietro la maschera senza occhi indossata 
dal bambino, ritorna e rivolge in macchina 
il suo sguardo smarrito, interpellante, 
depositario di certezze ataviche. II cranio 
di Bobby Perù esplode ( Cuore selvaggio ), 
la fronte di Frank Booth viene centrata da 
una pallottola ( Velluto blu), le teste del¬ 
l'uomo in giallo ( Velluto blu) e di Andy 
(Strade perdute) si spaccano, quella di 
John Merrick è sformata da elefantiache 
protuberanze (The Elephant Mari),... 

La testa di Henry, la-mente-che-cancella, 
si stacca di netto e affonda nel tappeto di 
sangue che sgorga da una pianticella sche¬ 
letrica confitta in un tumulo mobile, in 
una scena sonora dominata dal pianto- 
grido lacerante e ossessivo della creatura, 
la cui testa (ma essa è solo testa e organi 
bendati) fa capolino in mezzo al colletto 
liso del decollato. Infine l'infante 
mostruoso viene trafitto con un paio di 
forbici (nel racconto Sciacalli e arabi gli 
sciacalli porgono all'uomo del Nord una 
piccola forbice arrugginita perché tagli la 
gola agli arabi) - una fine auspicabile 
anche per la bestiola kafkiana, a metà fra 
il gattino e l'agnello, capace di guardare 
con occhi umani imploranti un gesto 
ragionevole, intelligente, per la quale «il 
coltello del macellaio sarebbe una libera¬ 
zione»' 5 . In Un vecchio foglio la defezione 
del macellaio, il suo rifiuto di macellare, 
trasforma la morte del bue in un massacro 
dalle conseguenze irreparabili: non può 
più esistere il silenzio assoluto dopo il 
muggito del bove trucidato dai nomadi' 6 , 

«le urla di lamento del montone sgozzato 
dagli arabi» (Sciacalli e arabi) o il grido 
strozzato di John Merrick, condannato a 
non poter fuggire, a non guarire in una 
nuova forma (la scimmia di Relazione per 
un'accademia sa bene che la libertà, inte¬ 
sa quale «sovranità nei confronti dei pro¬ 
pri movimenti», è un pensiero che avrebbe 
suscitato il dileggio dell'intera stirpe scim¬ 
miesca; diventare uomo ha sempre rap¬ 
presentato nient'altro che una via 
d'uscita). Nell'intermittenza di un silenzio 
relativo è ancora possibile respirare. 


41 



David Lynch 









(Speciale) 


DAVID LYNCH 


In Mulholland Drive il delirio parossistico 
che fomenta l'orgia di reversioni e muta¬ 
zioni implode in una minacciosa, sussurra¬ 
ta invocazione, ''Sdendo", imperativo 
(poetico) che prelude Una storia vera, 
«un’assolata striscia di felicità»' 7 nel 
c(a)osmo iynchiano, rettilinea e silenziosa, 
quanto il frinire dei grilli e il crepitio dei 
ceppi che ardono sotto un cielo stellato. 

...persino nel fango della fine 
Ogni ponte, non solo i più arditi ponti del 
diavolo medievali, a schiena d'asino, corre 
il rischio di crollare, «fracassato e trafitto 
dai ciottoli aguzzi che fino a quel momen¬ 
to mi avevan sempre fissato così placidi 
dal fondo dell'acqua vorticosa»' 8 . 

Il vero orrore non è il puro sprofonda¬ 
mento, la morte (aggirata), è la non morte, 
la trascendenza morta del Cacciatore 
Gracco e di Laura Palmer in Fuoco cammi¬ 
na con me, sospesi immobili tra due 
mondi, di Fred, centrifugato nel baratro, e 
di John Merrick, che non può riposare; 
quella di K., alla cui estinzione sopravvive 
un'altra condanna, la vergogna (Il proces¬ 
so] I. «1 racconti di Kafka sono, nella lette¬ 
ratura, tra i più neri, tra i più ancorati a 
un disastro assoluto. E sono quelli che tor¬ 
turano più tragicamente la speranza, non 
perché la speranza sia condannata, ma 
perché non giunge a essere condannata. 
Per completa che sia la catastrofe rimane 
un infimo margine di cui non sappiamo se 
riservi la speranza oppure l'allontani per 
sempre»' 9 . Idem per Lynch. 

Un antidoto è il riso. Kafka e Lynch rido¬ 
no, e sono esilaranti. Tuttavia il coeffi¬ 
ciente di gioia è sempre pronto a tramu¬ 
tarsi nei suo contrario, come svanisce 
nella risata terrifica del misterioso uomo 
con la videocamera - «Chi era mai quello 
lì? Un bambino? Un sogno? Un bandito? 

Un suicida? Un tentatore? Uno stermina¬ 
tore?» 20 , o semplicemente il regista 
demiurgo? Il suo doppio demoniaco? 
Mentre s'inabissava, Josef K., «incantato 
da quella vista, si svegliò» 2 '. 

Ma il previsto risveglio non salva. È solo 
una proroga, una scappatoia, effimera 
quanto la redenzione di Jeffrey nei finto 
happy end di Velluto blu. 

Il ponte deve ricomporsi affinché l'abisso 
si dischiuda ancora. 

Jonny Costantino 

Note 

i. Franz Kafka, "Un sogno”, in Id. I racconti, Rizzoli, 
Milano 1989, pp. 240-242. Un sogno fa parte della rac¬ 
colta di piccoli racconti Un medico di campagna ; la 
trasposizione del racconto omonimo contenuto in essa 


è tra i progetti di Lynch, insieme a La metamorfosi. 
Tuttavia non si sa a che punto allo stato attuale essi 
siano. 

2. Cfr. Francesco Cattaneo, Zoomare per (mis)conosce- 
re ia realtà. La retorica dell'avvicinamento in David 
Lynch, in «Cinefonim», a. XLI, n. 4 (404), maggio 2001, 
pp. 38-51. 

3. Franz Kafka, Un sogno, cit., p. 241. 

4. Chris Rodley, Lynch secondo Lynch, 

BaldiniSCastoldi, Milano 1998, p. 312. Lynch spiega: 
«Uno dei canali del sei-piste alimenta il subwoofer, 
generando così una potenza in grado di produrre bassi 
di quel genere». 

5. Michel Chion, David Lynch, Lindau, Torino 2000, 
p. 50. 

6. Cfr. Gilles Deleuze, Félix Guattari, Kafka. Per una 
letteratura minore, Quodlibet, Macerata 1996, pp. 11-12. 
Gli autori citano John Cage a proposito delle principali 
scene di intrusione sonora nel racconto Descrizione 
d'una battaglia. 

7. Michel Chion, op. cit., p. 50 

8. Franz Kafka, Un sogno, op. cit., p. 241. 

9. Gilles Deleuze, Félix Guattari, op. cit., p. 51 e pp. 34- 
35. Discutendo di Eraserhead, Lynch ha confidato a 
Rodley di considerare lo scrittore praghese il solo arti¬ 
sta a cui si sente vicino come a un fratello: «Alcune 
delle sue cose sono gli intrecci verbali più emozionanti 
che abbia mai letto. Se Kafka avesse scritto un film 
giallo, io sarei stato della partita. Avrei certamente 
voluto dirigerlo», (Chris Rodley, op. cit., p. 88). 

10. Inesauribile miniera deH'automatismo surrealista 
come dell’espressività autistica. La definizione è di 
Birger Sellin, Prigioniero di me stesso. Viaggio dentro 
l'autismo, Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 82. 

11. Walter Benjamin, "Franz Kafka. Per il decimo anni¬ 
versario della sua morte", in Id. Angelus Novus, 

Einaudi, Torino 1995, pp. 275-305. 

12. Nel cinema di Lynch sovente le donne adempiono 
la funzione squisitamente kafkiana di «connettori», di 
collegamento 0 contiguità con l'essenziale, «con il 
Castello 0 con il Processo come potenze illimitate del 
continuo», cfr. Gilles Deleuze, Félix Guattari, Kafka, 
cit., p. in. 

13. È l'ottima definizione di Chion, che estende al 
Jeffrey di Velluto Blu e a Lynch stesso, Michel Chion, 
David Lynch, cit., p. 255. 

14. Questa intuizione di Deleuze su Francis Bacon risul¬ 
ta un efficace "sismografo" per l'universo figurale di 
Kafka e Lynch. Cfr. Gilles Deleuze, Francis Bacon. 

Logica della sensazione, Quodlibet, Macerata 1999. 

15. Franz Kafka, "Un incrocio", in id. I racconti, 
cit., p. 405. 

16. Sì rimanda in proposito alle riflessioni di Elias 
Canetti, L'altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, 
Guanda, Parma 1990, pp. 123-124. 

17. Franz Kafka, Quaderni in ottavo. Se, Milano 2002, 
p. 32. 

18. Franz Kafka, "Il ponte", in Id. I racconti, op. cit., 
p. 380. 

19. Maurice Blanchot, Da Kafka a Kafka, Feltrinelli, 
Milano 1983, p. 56. 

20. Franz Kafka, Il ponte, cit., p. 380. 

21. Franz Kafka, Un sogno, cit., p. 242. 


David Lynch, Kyle MacLachlan, una 
nonna e un bambino 

«Dopo Dune, Velluto blu e Twin Peaks si è 
cominciato ad associare te e Kyle 
MacLachlan in una maniera paragonabile 
a, diciamo, Jean-Pierre Léaud e Frangois 
Truffaut. È possibile che in Velluto blu 
Kyle MacLachlan ricoprisse la funzione di 
tuo alter ego? 

C'è chi lo sostiene. Kyle si abbottonava la 
camicia fino al collo perché vedeva in me 
il personaggio di Jeffrey e non faceva che 
"rubarmi" alcuni dettagli. Per questo nel 
film Kyle si è vestito come me»' 

Così Chris Rodley, nella sua lunga intervi¬ 
sta a David Lynch, introduce l'argomento 
del sodalizio tra il regista e l’attore Kyle 
MacLachlan. Un rapporto insolitamente 
lungo, considerando che, a parte una pic¬ 
cola schiera di fedelissimi (Harry Dean 
Stanton e Jack Nance), pochi altri hanno 
recitato in più di un suo film. MacLachlan 
sembra rispondere a due esigenze del 
regista: la prima, che emerge en passant in 
questo stralcio di intervista, è il vezzo del¬ 
l'autore di inserire personaggi che gli ras¬ 
somiglino per un qualche tratto fisico (tra 
pettinature alte e camicie abbottonate sul 
collo potremmo citare anche Fred 
Madison/Bill Pullman in Strade perdute, 
oppure Justin Theroux, il regista in 
Mulholland Drive, o persino il bambino 
dei Chalfont, così come la coppia, formata 
da un ragazzino ed un’anziana signora, che 
appare nella serie Twin Peaks); l'altra è 
quella di avere a disposizione un attore 
che, per aspetto fisico e per le proprie 
capacità interpretative, permetta di defini¬ 
re una volta per tutte la tipologia di prota¬ 
gonista che Lynch va costituendo, il regi¬ 
sta si accorge di questo proprio quando, 
dopo le riprese di Dune, si appresta a diri¬ 
gere Velluto blu; «Jeffrey è il tipo dell'uni¬ 
versitario. Vedere Jeffrey e vedere Kyle è 
stata la stessa cosa. È intelligente e di bel¬ 
l'aspetto, perciò ha successo con le ragaz¬ 
ze. È in grado di mantenere vivo il fattore 
curiosità. Può fare l'ingenuo, l’innocente o 
l'ossessivo, e al contempo rimanere razio¬ 
nale. Quando si guardano negli occhi, certi 
attori, non li si vede pensare. Kyle è uno 
che pensa, sullo schermo» 2 . 

Nato nello stato di Washington nel 1959, 
MacLachlan non aveva avuto esperienze 
cinematografiche prima del suo ingaggio 
in Dune, e Velluto blu sarà per lui il film 
successivo; più tardi, toccherà il vertice 
deila popolarità grazie al ruolo dell'agente 
Dale Cooper nel serial tv Twin Peaks, il 
punto di maggior successo di una carriera 
che non presenta molti altri titoli di rilie¬ 


vo. La stanchezza di essere associato con¬ 
tinuamente allo stesso personaggio lo por¬ 
terà a chiedere di limitare il proprio 
apporto all'interno di Fuoco cammina con 
me, e quella sarà la fine (almeno per ora) 
del rapporto cinematografico tra i due. 

Nel cinema di Lynch possiamo reperire 
due figure ricorrenti, due ruoli standard 
all'interno della narrazione, che possiamo, 
generalizzando, identificare con il bambi¬ 
no e la nonna di The Grandmother. I pro¬ 
tagonisti dei suoi film sono in genere per¬ 
sonaggi confusi, catapultati all'interno di 
un mondo esterno minaccioso che non 
comprendono dei tutto perché organizzato 
da forze inesprimibili o comunque a loro 
aliene, che come Parche determinano il 
loro destino. Pensiamo a "Mark” (così pare 
di sentirlo chiamare tra i latrati dei geni¬ 
tori), il bambino che abita la casa con le 
pareti integralmente nere di The 
Grandmother, o a Henry Spencer, il prota¬ 
gonista di Eraserhead, che dopo la prima 
sequenza piove come un alieno stupefatto 
in un mondo che si organizza indipenden¬ 
temente dalle sue azioni e che gli assegna 
ruoli verso i quali si sente estraneo; oppu¬ 
re a John Merrick in The Elephant Man, 
soggetto passivo che nel film attraversa le 
soglie di diversi mondi (la fiera, l'ospeda¬ 
le, casa Treves) all'interno dei quali acqui¬ 
sta (per attribuzione esterna) lo statuto di 
mostro, di caso clinico, di essere umano. 
Guardiamo ancora a Paul Atreides, primo 
personaggio di Dune, uomo predestinato 
ad essere l'eletto e che per questo è 
minacciato da cospirazioni tramate alle 
sue spalle che costituiranno la fine del suo 
mondo (della sua casata) così come lo 
conosceva fino ad allora; a Jeffrey 
Beaumont, il protagonista di Velluto blu 
che, dal momento in cui varca ia soglia 
dell'appartamento delia cantante Dorothy 
Vallens, si trova sospeso tra il mondo 
delle sue stesse ossessioni e quello da 
sogno adolescenziale della giovane Sandy. 
Ci riferiamo poi certamente a Dale 
Cooper 3 , personaggio che pare estraneo al 
mondo che lo circonda non meno di 
Henry Spencer: ossessionato dall'entusia¬ 
smo per i buoni cibi semplici e il caffè, l’a¬ 
gente stupisce gli abitanti con i propri 
modi eccentrici, ma si perde in un mondo 
ancora più misterioso di lui, in quello 
degli spiriti del male che abitano la Black 
Lodge, la Loggia nera, quella "stanza 
rossa” (la Red Room) situata all'interno dei 
boschi che circondano la cittadina. 

Citiamo infine Saiior e Lula, i giovani di 
Cuore selvaggio imprigionati nella cittadi¬ 
na di Big Tuna dalle trame di Marietta 
Pace, e infine a Laura Palmer, che insidiata 
da Bob si trova costretta a scegliere, in 









w% 



Blue Velvet 


The Grandmother 


Fuoco cammina con me 


Twin Peaks 


Fuoco cammina con me, tra il male e il 
martirio. Tutti personaggi insomma privi di 
orientamento in un mondo «pazzo di testa 
e selvaggio di cuore» nel quale si trovano 
ad essere proiettati, come accadeva, lette¬ 
ralmente, al ragazzino del cortometraggio 
iniziale del regista. 

In questo senso MacLachlan costituisce 
per Lynch un modo per approfondire, 
sfruttando quel viso pulito e vagamente 
infantile, gli spunti narrativi forniti dai 
personaggi appena ricordati, siano l'alie¬ 
nazione del bambino di The Grandmother, 
lo stupore maturo ma impotente di Henry 
Spencer, oppure la purezza salvifica di 
Paul Atreides, la cui innocenza e i cui studi 
(si pensi alla sequenza della prova con la 
Reverenda Madre) sono la base per il per¬ 
corso mistico di conoscenza che dovrà 
intraprendere per "risvegliarsi”. Ma 
MacLachlan diviene anche uno strumento 
per porre le basi dei personaggi seguenti e 
per allontanarsi da quello stesso modello. 
Questo prototipo di personaggio, che 
potremmo definire "il bambino”, in omag¬ 
gio alla sua prima incarnazione figurativa, 
o ’Tapprendista”, in quanto il suo rappor¬ 
to col mondo esterno presuppone un ten¬ 
tativo di introduzione, e quindi un'inizia¬ 
zione a quelle leggi a lui estranee, non 
può agire da solo; ha bisogno dì un cata¬ 
lizzatore, di una figura che potremmo 
chiamare, in relazione alle categorie pre¬ 
cedenti enunciate, "nonna", oppure "men¬ 
tore", qualcuno che lo aiuti o, nel peggiore 
dei casi, lo consoli. 

Questa persona non è necessariamente un 
personaggio positivo, e la relazione tra i 
due può essere anche di tipo polemico; 
potremmo prendere come esempio la 
Loggia Nera di Twin Peaks; in questa dimo¬ 
rano allo stesso tempo Bob, il male, ma 
anche l’Uomo da un altro Spazio e il 
Gigante, figura più benevola. Allo stesso 
modo, tentando una tassonomia di "men¬ 
tori” (o "nonne”) lynchiani, possiamo 
vedere che in alcuni casi il ruolo di guida 
e quello di carnefice si sovrappongono. 
Cominciamo dalla Nonna e dalla Signora 
del Radiatore, che per i confusi Mike ed 
Henry compiono una funzione, se non sal¬ 
vifica, sicuramente consolatoria; allo stes¬ 
so modo Frederick Treves, il medico inter¬ 
pretato da Anthony Hopkins, è per John 
Merrick colui che porta quest'ultimo da un 
mondo "selvaggio” a un altro nel quale 
può vedere gradualmente riconosciuta la 
propria umanità. Viceversa, in Velluto blu 
non abbiamo soltanto un "mentore”, ma 
ne vediamo all'opera due; Frank Booth, 
che organizza con la sua "joyride" un giro 
turistico nel lato oscuro di cui Jeffrey sta 
facendo conoscenza, è al tempo stesso sua 





nemesi e guida, in contrasto con Sandy mo definire, con Michel Chion, un film 43 

Williams, custode del mondo opposto, "cerniera” all'interno della filmografia del 

quello dei pettirossi che cantano; in Cuore regista, indirizzata da quel momento in poi 

selvaggio, infine, Bobby Perù introduce i sempre più allo scardinamento di alcune 

due innocenti Sailor e Lula nell'inferno di regole narrative. Anche per questo è qui 

Big Tuna, attraverso un equivoco rapporto che ci fermiamo, consci dell'impossibilità 

con Sailor 4 . dì estendere il modello che abbiamo rin- 

1 ! Dale Cooper di Kyle MacLachlan è Funi- venuto al successivo Strade perdute. 
co a ricoprire successivamente le due 

posizioni. Nella serie di Twin Peaks è Francesco Di Chiara 

"['apprendista” che, per introdursi nel 
mondo dominato contemporaneamente 
dalla razionalità e dagli spiriti, ha bisogno 
della guida del Gigante. La serie si conclu¬ 
de con la sua sconfitta; egli non trova la 
sua amata Annie, prigioniera del sadico 
criminale Windom Earle nella Loggia Nera. 

Rimaniamo interdetti sul destino dell'a¬ 
gente: riesce ad uscire ma è ormai posse¬ 
duto dallo spettro Bob, oppure rimane 
intrappolato per sempre nella Red Room Note 

della Loggia? Non Ci è dato sapere quale i. Chris Rodley (a cura di), Lynch secondo Lynch, 

dei due Cooper, se quello vero o il suo Baldini G Castoldi, Milano 1998. p- 202. 

doppio, fuoriesca. Ebbene, in uno degli 2. ivi. 

incubi notturni di Laura, in Fuoco cammi- 3. Il tenente Cooper, così come ci viene presentato nel 

na con me, vediamo Dale seduto dentro la Pilot della serie, sembra davvero concepito pensando 

Camera Rossa, ed Annie, ricoperta di san- a quella frase, attribuita da alcuni a Mei Brooks, da 
gue, appare nel letto della ragazza per altri al suo agente Stuart Cornfeld, in cui David Lynch 

dirle di essere entrata nella Loggia Nera viene definito un «James Stewart venuto da Marte», 

assieme a lui, che è rimasto lì. Per uno di Nelle sue relazioni al dittafono Diane, fatte di ammira- 

quei rivolgimenti temporali cui Ci hanno zione per le torte di ciliegie, per gli alberi e per il 

abituati le opere più recenti del regista, caffè, passioni che cerca di trasmettere alle persone 

sebbene gli avvenimenti di Fuoco cammi- che gli sono vicine, il personaggio ci ricorda l'icono- 
na con me siano Situati prima della serie grafia dell'alieno antropomorfo degli anni Ottanta, 
tv, vediamo l'agente imprigionato già dove specialmente quella appartenente al Jeff Bridges di 

finirà al termine del serial: nella Red Starman (1964) di John Carpenter, altro appassionato 

Room, d'altra parte, non vigono le stesse di torte di ciliegie. 

leggi spazio-temporali del mondo esterno. 4. Lasciamo fuori da quest'analisi Strade perdute. Una 

Cooper, nel film, muta di Statuto, rispetto storia vera e Mulholland Drive. Per il primo ci riesce 

alle figure che abbiamo identificato finora, difficile applicare questo schema: se un rapporto 
e diviene il "mentore" di Laura: la avverte apprendista-mentore può essere rinvenuto tra Fred 
di non accettare quell'anello che vediamo Madison e il Mistery Man che lo guida all'interno del 
ricorrere sulle dita delle precedenti vitti- mondo delle sue ossessioni (è lui a recapitargli le 
me di Bob e degli spiriti della Loggia; nel videocassette?) e che nel finale lo riporta indietro 
finale, poi, quando la ragazza, dopo il mar- (oppure oltre), che succede quando Fred diventa Pete? 
tirio, assiste alla partenza dell’angelo Sì possono considerare Dick Laurant ed Alice dei nuovi 

seduta nella Camera Rossa, troviamo il "mentori"? Altro discorso per il secondo film, che pre¬ 
tenente ritto in piedi di fianco a lei che le senta una struttura diversa: Straight, che ha conosciu- 

tiene una mano sulla spalla, in un atteg- to gii orrori del mondo esterno (la guerra, l'orgoglio 

giamento che possiamo associare agli che ha rovinato il rapporto col fratello, il tribunale che 

abbracci tra la Nonna e Mark e quello tra gli ha portato via i nipoti), ha trovato la chiave per 

Henry e la Donna del Radiatore: Dale, affrontare l'ultimo viaggio e può tutt'al più fare lui da 

ormai "iniziato”, è diventato a sua volta un mentore ai personaggi che incontra; infine, in 

"mentore", una "nonna", e la sua posa Ci Mulholland Drive è difficile stabilire, nella struttura 

suggerisce che in assenza dell'angelo sarà del film, più complessa dei solito per numero di perso- 
lui a vegliare SU Laura rinchiusa nella naggi e situazioni, una figura di mentore e una di 

Loggia Nera. apprendista: tra Betty e Rita, chi si occupa di chi? 

Durante il loro breve sodalizio, Lynch ha Quale delle due fa da "guida" all'altra? Il vero mentore 

avuto modo di utilizzare i personaggi sembra qui il cow-boy. che fa uscire il giovane regista 

interpretati da McLachlan per fare il punto dalla cospirazione nella quale è caduto facendogli 
della Situazione e per cominciare a rinno- pure la morale. Le difficoltà derivano dal fatto che 
vare la Struttura dei propri racconti dopo Lynch ha approfondito precedentemente questa dia- 

Fuoco cammina con me. Opera che possia- lettica di personaggi proprio per poterla superare. : : 











(Speciale) 


44 


DAVID LYNCH 



Blue Velvet 


L'immagine onirica in Blue Velvet e 
Lost Highway 

In sogno passeggero con te 
In sogno parlerò con te 
In sogno sarai mia per sempre 
Per sempre, nei sogni miei 
Blue Velvet 

Riuscire ad occuparsi esaustivamente del 
rapporto del cinema di David Lynch con 
l’universo onirico richiederebbe ben altro 
spazio rispetto a questo intervento. Qui 
vogliamo solo gettare un rapido sguardo 
su come si sia evoluta la presenza dell’im- 
magine onirica nella filmografia lynchiana. 
Evoluzione che segue di pari passo il gra¬ 
duale smarrimento del soggetto nel cine¬ 
ma contemporaneo, specialmente nel 
lavoro di Lynch, perennemente teso a 
«frugare dentro menti e corpi alla ricerca 
di qualcosa che non sia il niente» 1 . 

Per evidenziare questo lenta dissoluzione, 
ci occuperemo dello scarto tra il soggetto 
sognante di Blue Velvet e quello di Lost 
Highway. 

Partendo da Blue Velvet (1986) 

Jeffrey, il protagonista di Blue Velvet, è un 
personaggio a tutto tondo. Trova l'orec¬ 
chio mozzato, dando così il via all'azione. 
Indaga, racconta, ricorda, mette assieme i 
pezzi della vicenda, uccide, ama, spia, dà e 
prende botte, segue, sogna. Fa trionfare il 
sistema di valori vigente collaborando con 
la polizia. Può essere definito come il 
delegato dello spettatore all'interno del 
testo. È il portatore di uno sguardo voyeu- 
ristico, è l'unico creatore di immagini 
all'interno del film (scatta delle foto), ed è 
l'unico personaggio "dotato" di immagini- 
sogno e immagini-ricordo 2 . In poche paro¬ 
le, Jeffrey si presenta come un personag¬ 
gio da cinema classico - con un evidente 
gioco di Lynch sui cliché. Il vuoto è da 
ricercare sotto la vestaglia di Dorothy o 
nei personaggi che contornano Frank 
(cosa c'è di più "vuoto" di un cadavere con 
un foro nella testa ma in grado di mante¬ 
nersi in piedi da solo?). 

I sogni di Jeffrey si confondono con i suoi 
ricordi. Solo retrospettivamente siamo in 
grado di attribuire quelle immagini alla 
sua attività onirica. Le immagini-sogno 
sono convenzionali, lo stacco rispetto alla 
realtà della diegesi è manifestato con l'au¬ 
silio di un "suono aberrante” (parole e 
musica sono ascoltate in ralenti) e di un 
movimento leggermente modificato. È un 
onirismo indiretto libero. 11 sognatore fa 
sua l’immagine caricandola di una sogget¬ 
tività che assurge a stile. 11 sogno si mani¬ 
festa come una rielaborazione dei fatti che 


10 hanno visto protagonista. Il soggetto 
sognante si impone come creatore di 
immagini e narrazioni, con un atto di spo¬ 
stamento del soggetto discorsivo. 

Questo genere di immagini (espressione 
della soggettività di Jeffrey) sono dissemi¬ 
nate in diversi momenti del film: recupe¬ 
rano alcuni elementi della vicenda, danno 
profondità al personaggio e creano un 
momento di apertura verso un altro possi¬ 
bile. 

11 sogno rientra anche ad un altro livello: 
come mise en abyme dell’intero sistema 
morale del film. In questo caso il sogno 
non è visto, ma raccontato dalla figlia del 
detective a Jeffrey. Racconta di un mondo 
ricoperto dall'oscurità, e di un futuro dove 
la luce, l'amore e i pettirossi, possano 
spazzare via questo buio. 

Ovviamente questo sogno anticipa il lieto 
fine incollato del film. Ultima scena che 
nasce da uno stacco sullo schermo bianco, 
dopo che per tutto il film le immagini 
nascevano daH’oscurità. 

Lost Highway (1996) e Mulholland Drive 
(2001). La dissoluzione del sognatore. 

Il protagonista di Lost Highway è un sog¬ 
getto al limite della dissoluzione. Le sue 
azioni non portano agli effetti sperati. Le 
sue indagini sono vuote meditazioni su un 
koan zen. II raziocinio è debilitante per 
riuscire a dare delle spiegazioni, per ten¬ 
tare di vivere in un mondo in cui il princi¬ 
pio di non-contraddizione è oramai salta¬ 
to. I suoi ricordi vanno in tilt, perché non 
esiste un tempo univoco e lineare. Non c’è 
passato e non c'è futuro. L'immagine- 
tempo si attualizza in un qui-e-ora, il 
ricordo si fa presente e il presente conti¬ 
nua a manifestarsi come tale non lascian¬ 
do possibilità di pensare il futuro. Il 
mondo attorno al soggetto si muove e 
scorre in ogni direzione trascinandolo con 
sé. Il soggetto non muore, 0 meglio, 
muore ma è come se non fosse morto. È lì, 
ectoplasma tra gli ectoplasmi, 
il soggetto non vede, è visto. L'atto del 
guardare è possibile solo se filtrato da 
schermi. È il soggetto ad essere osservato 
a distanza, pedinato, studiato, ripreso e 
riproposto. Sottoposto ad uno sguardo 
impersonale ma più "vivo” dei personaggi 
stessi. 

Il soggetto non sogna, è sognato. Non è in 
grado di sognare, di manifestare la sua 
soggettività in immagini oniriche. Non può 
rielaborare nulla. È il mondo attorno a lui 
che si rielabora, che muta, cambia, ritorna 
su se stesso e si moltiplica. Si trova dentro 
un sogno "oggettivo" che non ha ingresso 
né uscita. 

Non si può parlare di indecidibilità tra 



Lost Hightway 


sogno e realtà, perché non vi è una realtà 
a cui fare riferimento e non vi è un sogna¬ 
tore a cui attribuire le immagini-sogno. 
Non vi è sconfinamento tra i diversi piani 
di realtà, semplicemente non vi è possibi¬ 
lità di uno scarto definibile quando le 
realtà sono parallele. Lost Highway (e per 
certi versi Mulholland Drive) sono intera¬ 
mente coerenti nella loro incoerenza. 

La diegesi ha determinati canoni di funzio¬ 
namento, tutti appartenenti al campo del 
"possibile”. 

Lynch ha liberato l'onirico. Non rappre¬ 
senta più i fantasmi di Laura Palmer, non 
aggiunge niente su un personaggio e non 
determina il momento di "libertà stilistica" 
(0 scarto stilistico) per l'autore. Dopo il 
sogno incorniciato, quello indecidibile, 
quello implicato ecc„ Lynch ha portato il 
sogno al massimo della sua (abusata) pos¬ 
sibilità meta-narrativa. Quando un intero 
film risponde ai "canoni" dell'onirico 
(movimenti aberranti, forte presenza di 
un'istanza narrante ecc.), Tunica cornice 
possibile è l'ingresso in sala, 0 iniziare a 
ragionare sulla normalità dei sogni. 

Stefano Baschiera 


Note 

1. Bruno Fomara, "Dallo smarrimento del soggetto alla 
trasfigurazione dei corpi", in Franco La Polla (a cura 
di). The Body Vanishes, Lindau, Torino 2000, p. 15. 

2. Si veda Gilles Deleuze, L'Immagine-Tempo, Ubulibri, 
Milano 1989. 


















^Speciale) 


DAVID LYNCH 


L'uomo, il cosmo, la metamorfosi: 
Eraserhead/The Elephant Man 


Premessa 

Il dittico che apre l'opera cinematografica 
di David Lynch si origina dal riflusso di 
due periodi intrecciati fra loro-, la stagione 
"avanguardista", sperimentale degli anni 
Sessanta (cui lo stesso Lynch marginal¬ 
mente partecipa con i primissimi cortome¬ 
traggi), di ambito sia cinematografico 
(Stan Brakage, Gregory Markopoulos, 

Andy Warhol) che teatrale (The Brig di 
Jonas Mekas, 1964), e la coincidente for¬ 
mazione intellettuale e artìstica del nostro 
autore, avvenuta tra il 1965 e il 1970. 

La fertilità immaginativa pittorica del 
Lynch di questi anni, che si lascia influen¬ 
zare fortemente da Francis Bacon e dal 
Doganiere Henri Rousseau, è l'incubazione 
del suo cinema; questa fertilità, che è una 
componente anche strettamente intima, è 
quella dell'artista suggestionato da ciò che 
gli è intorno (la Natura come l'Uomo), con 
la stessa intensità con cui il bambino filtra 
il reale elaborando le sue paure, i suoi 
fantasmi, i "miti" che lo accompagneranno 
per tutta l'esistenza adulta. Così è Lynch, 
artista-cineasta dalla nai'veté ancor oggi 
spiazzante, che costruisce il suo immagi¬ 
nario cupo con una sensibilità atterrita, di 
volta in volta prepuberale, in Velluto blu, 
o preadolescenziale, in Cuore selvaggio. 

La sensibilità di Lynch è turbata e turbante 

- e perché non vedere, nelle opere più 
recenti, anche Yunheimlich, il "perturban¬ 
te” freudiano? -, e l'officina pittorica dei 
suoi tardi anni Sessanta è anche il parto, 
importante ricordarlo, di angosce e paure 
strettamente personali, familiari ( heimlich: 
le abitazioni di fortuna, la vita coniugale 
insidiata dall'ambiente sociale con cui il 
regista e la sua compagna furono costretti 
a confrontarsi per mesi, la ristrettezza 
finanziaria, il peso delle responsabilità - 
per Lynch biologiche non meno che morali 

- della improvvisa paternità); tutto questo 
assimila Lynch alla figura classica dell'arti¬ 
sta moderno e fa apparire sintomatico, e 
non di poco conto, il "genoma baconiano" 
della sua ispirazione'. 

L'inclinazione avanguardista dello stile e 
dell'ossessione artistica di questi anni fa 
germinare già i semi (magari quelli di The 
Grandmotherl) della sperimentazione dei 
primi due cortometraggi lynchianì: un 
avanguardismo che enuclea una certa 
matrice surrealista (benché il nostro, 
anche in interviste più recenti, sì discosti 
da tale corrente che, secondo lui, manca 
totalmente di qualità narrative), con opere 
in cui vi erano «silhouettes che uscivano 
dall'oscurità. Ho fatto anche una serie di 


"donne meccaniche", donne che sì trasfor¬ 
mavano in macchine per scrivere» 2 . 

L'anno 1967, con il primitivo film-painting 
Six Figures, fa da cesura temporale tra la 
fase pittorica e quella cinematografica del 
regista, che è introdotta da un "protocine¬ 
ma’' sperimentale composto da due corto¬ 
metraggi: The Alphabet (1968) e The 
Grandmother (1970). 

Specifiche vicende produttive a parte, 
cosa rappresentano i due cortometraggi 
nell'economia del discorso? in maniera 
essenziale, i prodromi della malattia-cine- 
ma, 0 del cinema malato, dell'autore, 
un'anticipazione che ne è anche piccola 
epitome. E si può concordare pienamente 
con Riccardo Caccia quando dice che «rie¬ 
saminare l'opera di un artista a posteriori 
per trovare nelle prime opere elementi 
che aiutino a ricostruire un percorso crea¬ 
tivo, è un’operazione facile 1 ... 1 . Ma è pur 
vero che un cineasta singolare come Lynch, 
dominato da ossessioni talmente forti e per¬ 
sonali da renderlo inconfondibile, mostra 
sin dai suoi esordi preoccupazioni e istanze 
che saranno riconfermate, oltre che amplia¬ 
te e diversificate, nei film successivi» 3 . 
L'animazione di The Alphabet, con le 
generazioni sanguinolente delle lettere 
dell'alfabeto e la disgregazione corporea 
(un po' mélièsiana, quindi da proto-cine¬ 
ma) della figura umana, e ugualmente la 
surrealista partenogenesi di semi che si 
spaccano rilasciando una nonna (The 
Grandmother) per mano di un ragazzino 
turbato, genetizzano e fecondano, nella 
loro vera e apparente semplicità, il cinema 
lynchiano che, particolarmente nelle 
prime due opere, scioglie i nodi di quel 
vecchio discorso. 

L'uomo, il cosmo: Eraserhead (1976) 

«Anche per Ovidio tutto può trasformarsi 
in nuove forme; anche per Ovidio la cono¬ 
scenza del mondo è dissoluzione della 
compattezza del mondo» 4 . In questo pas¬ 
saggio delle sue Lezioni americane, italo 
Calvino si riferisce alle Metamorfosi ovi- 
diane e parla dell'approccio del poeta con 
una realtà fisica del mondo sfuggente, 
frammentata, nebulosa, in cui la materia 
possiede un'esattezza dopotutto illusoria, 
descrivibile attraverso forme impalpabili 
come quelle del sogno: «se il mondo di 
Lucrezio è fatto d'atomi inalterabili, quello 
d'Ovidio è fatto di qualità, d'attributi, di 
forme che definiscono la diversità d'ogni 
cosa e pianta e animale e persona; ma 
questi non sono che tenui involucri d'una 
sostanza comune che - se agitata da 
profonda passione - può trasformarsi in 
quel che vi è di più diverso» 5 . 

Ogni riferimento alle Metamorfosi può 
diventare la cifra del discorso 



Eraserhead/The Elephant Man, ma ancor 
di più è importante la dinamica della per¬ 
cezione della realtà, del cinema e del cine¬ 
ma che guarda quella certa realtà; e la fisi¬ 
ca della "realtà” lynchiana, dei suoi luoghi- 
fabbriche-appartamenti-corridoi, è franta, 
scomposta oniricamente, alla fine «involu¬ 
cro duna sostanza comune» come quello 
ovidiano, che ne contiene altri, in uno 
svolgersi di stanze mentali. 

Con Eraserhead inizia, nel cinema di 
Lynch, la poetica della metamorfosi (spar¬ 
sa in frammenti già nei due cortometrag¬ 
gi), metamorfosi che tocca in primo luogo 
la materia filmica, la ri-tratta avanguardi- 
sticamente per renderla uno strumento di 
sensazione, ancor più che di pura e sem¬ 
plice visione: «Eraserhead è un film che va 
vissuto piuttosto che spiegato» 6 scriveva il 
critico Paul Taylor. 

Anche il suo generarsi produttivo ha tutta 
la singolarità di un film non ancora tenta¬ 
to: iniziato, sospeso in più riprese (per 
cause legate a ordinari problemi finanzia¬ 
ri) e diluito in un arco di tempo di ben 
quattro anni (1972-1976), con i fondi 
deH’AFI parcellizzati miracolosamente uti¬ 
lizzando i set economici come luoghi abi¬ 
tativi (per Lynch in primis e per altri com¬ 
ponenti della troupe): una "maniera” pro¬ 
duttiva inconsueta, non classica e hol¬ 
lywoodiana, ma in linea con la rivoluzione 
dei tardi anni Sessanta e dei primi 
Settanta, ed attraverso la quale per Lynch 
il/i set del film sono intessuti della stessa 
atmosfera/ossessione dei luoghi quotidia¬ 
namente vissuti. 

Eraserhead, dunque, si può forse conside¬ 
rare l’opera più vicina al cuore della poe¬ 
tica lynchiana, il punto in cui la particola¬ 
rissima "natura" della persona dell'artista 
combacia con il suo universo immaginati¬ 
vo e plastico, dilatandovisi dentro, "fecon- 












s mm; 


I' 

| _(^Speciale) 


DAVID LYNCH: 


46 



Eraserhead 


dando" tutto; un atto "primigenio", un 
cinema “delle origini": origine in senso 
storico, perché cinema affine (non inten¬ 
zionalmente) a Méliès e alle avanguardie 
d'inizio secolo, origini filmografiche per il 
cineasta David Lynch, e origine poi come 
disseminazione di momenti procreativi 
sparsi. 

Eraserhead è un unico e molteplice atto 
fecondativo che si apre con un immenso, 
cosmico getto spermatico (con il patroni¬ 
mico di Henry Spencer), "semplificato" in 
un feto-ovulo che precipita in una pozza 
schifosa, di un luogo prima del tempo e 
dello spazio, che innesca ulteriori eiacula¬ 
zioni, che è un pre-involucro soprattutto 
della piccola creatura aberrante partorita 
dalla coppia dei protagonisti. 

L'uomo di Eraserhead è unico e duplice, 
un grottesco corpo a due teste; è l'uomo 
kafkiano incorporato in Henry, patetico 
attore bio-meccanico perso in un cosmo di 
sogni, di paure umane, di paternità 
mostruose e di un'idea dell'amore indefi¬ 
nibile; ed è Lynch il regista, l’artista, il 
demiurgo di questo cosmo, di cui si è 
appena iniziata la cosmogonia, forse la 
teofania (Dune?), sicuramente l'edificazio¬ 
ne, dall'esterno verso l'interno e vicever¬ 
sa, di un empireo di forme (perversamen¬ 
te) sognate e ideali che equivale alla gene¬ 
si del cinema. 

La Metamorfosi: The Elephant Man (1980) 

I residui del discorso deformità-mutazione 
(nel cinema e del cinema) esplicitato in 
Eraserhead si ricompongono ad un livello 
più aito nell'opus n. 2, seconda metà del 
dittico iniziale di Lynch, Elephant Man, 
film strutturalmente diverso dal lavoro 
"underground” di Eraserhead e (abbastan¬ 
za) vicino ad un'impostazione più fondata- 
mente narrativa e romanzesca; e proprio il 
proponimento iniziale ad un'opera "com¬ 
merciale" offre la prova di quanto la scrit¬ 
tura di Lynch riesca ad affiorare (o ad 
immergersi) in maniera totalmente perso¬ 
nale e ambigua anche in materiali non 
sperimentali, qui come nei successivi 
Velluto blu o Cuore selvaggio. 

Se la percezione del cinema in Eraserhead 
costituiva una mutazione rispetto ai cano¬ 
ni del cinema d'autore, Elephant Man apre 
il cinema lynchiano alla percezione per¬ 
vertita dei corpi, dunque alla metamorfo¬ 
si, ai sogno kafkiano dell'ibridazione men- 
tale-corporale dell'umano col bestiale 
(dialettica cardinale del film, laddove l’ur¬ 
lo disperato di John Merrick, «non sono un 
elefante, sono un essere umano», marca 
una distanza di fondo dal nichilismo puro 
del Gregorio Samsa di Kafka). 

Qui la tecnica si arricchisce, Lynch abban¬ 
dona i set economici, "wellesiani” (nella 


loro dislocazione nello spazio e nel 
tempo) di Eraserhead e approda ai londi¬ 
nesi Pinewood Studios, con l'ausilio di 
nomi eccellenti nel cast degli attori e delle 
maestranze: Freddie Francio alla fotogra¬ 
fia, il Gotha della scuola attoriale inglese 
(Anthony Hopkins e sir John Gielgud). Ma 
l'affinarsi del lato tecnico della poetica 
lynchiana (perlomeno, da Elephant Man, 
nella misura di un arricchimento delle 
possibilità produttive) realizza lo sviluppo 
(poeticamente) importante della macchina 
sonora, del suo sinuoso discorso ultra¬ 
narrativo; il sodalizio bellissimo con Alan 
Splet (che si estende da The Grandmother 
a Velluto blu, suo punto estremo) porta, 
se così si può dire, ad una crescita abnor¬ 
me/deforme della banda sonora su quella 
visiva, utilizzata come elemento (ancora 
una volta: poetico) intrusivo e al contempo 
fuso intrinsecamente nella narrazione, die- 
getico e ultra-diegetico, come si diceva: una 
semi-scissione tra vista e udito governa la 
liturgia artistica di Lynch, e l'uso "barocco" 
del particolare sonoro proliferato diventa 
così un'ulteriore metamorfosi di cinema. 
L'inganno e la distorsione provocati dal 
suono di Lynch sono alla base di questo 
dittico di capolavori in bilico tra speri¬ 
mentazione e classicità, scelte che costi¬ 
tuiscono a loro volta il nocciolo creativo 
del regista di Missoula e che corrono 
parallele ad una fenomenologia onirica 
che possiede addentellati con strutture 
letterarie. 

Così in Kafka (1912): «Oh, la dolce voce! 
Gregorio si spaventò quando sentì la pro¬ 
pria risposta: era indiscutibilmente la sua 
voce di prima, ma vi si mischiava, quasi 
salisse dal basso, un pigolìo incontenibile, 
doloroso, che lasciava comprendere le 
parole soltanto in un primo momento, ma 
le confondeva poi talmente nell'eco da far 
dubitare da averle intese» 7 . 

Mathias Balbi 

Note 

1. Ma si può includere, al livello di una sensibilità esi¬ 
stenzialista che contempla l'alienazione dei luoghi e 
della città, anche il riferimento a Edward Hopper, che 
comunque caratterizza i primi lavori lynchiani. 

2. Francois Cognard, David Lynch. Crimes sans chàti- 
ment, in «Starfix» n. 84, mai/juin 1990, p. 63. 

3. Riccardo Caccia, David Lynch, Il Castoro, Firenze 
1993 . P-19-20. 

4. Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il 
prossimo millennio, Mondadori, Milano 2002, p. 14. 

5. Ivi. 

6. Paul Taylor, Eraserhead, in «Monthly Film Bulletin», 
voi. XLVI, n. 542, marzo 1979, p, 44. 

7. Franz Kafka, "La metamorfosi'', in Kafka. Tutti i rac¬ 
conti, Mondadori, Milano 1989, p. 159. 


Il compagno di viaggio 
II doppiaggio italiano 
di Una storia vera 

Conversazione con Omero Antonutti 
Pasian di Prato, 3 settembre 2002 

Che Una storia vera (1999) abbia riportato 
David Lynch indietro nel tempo di circa 
venti anni, proprio al cospetto di un film 
come The Elephant Man (1980) con il 
quale si trova a condividere oltre che 
certe particolarità di ordine testuale (il 
cielo stellato dell'inquadratura iniziale) 
anche l'assoluta regolarità del racconto, lo 
hanno notato pressoché tutti. Se poi la 
vicenda personale di Alvin Straight appare 
eccezionale per il semplice e curioso para¬ 
dosso che nel cinema americano attuale 
sono poche le figure e le situazioni di 
basso spessore spettacolare ad essere rap¬ 
presentate, quella dell'uomo elefante, per 
simmetria, s'inscrive già di per sé al di 
fuori dell'ordinario. 

Dal canto suo, Una storia vera propone in 
ogni caso un elemento di grande impor¬ 
tanza e significato, che localizza questo 
film in uno spazio autonomo e che lo libe¬ 
ra dalle sue più prossime parentele cine¬ 
matografiche. Questo elemento è il tema 
del viaggio, che Lynch sviluppa muoven¬ 
dosi in controtendenza rispetto alle col¬ 
laudate leggi di genere. Al viaggio inteso 
come momento liberatorio o come prova 
di coraggio per la conoscenza di un desti¬ 
no, Lynch contrappone un'idea di viaggio 
come puro e semplice spostamento, riap¬ 
propriandosi in questo modo della sua 
essenzialità classica. Ma, nonostante 
tutto, il viaggio, in Una storia vera, man¬ 
tiene comunque il suo statuto di parentesi 
e di sospensione dalla vita ordinaria. 

Luogo di accadimenti inconsueti, il viaggio 
costituisce anche in questo film lynchiano 
una realtà in cui, come fa notare Paolo 
Jedlowski, i legami vitali con la quotidia¬ 
nità inevitabilmente si allentano e ogni 
esperienza diventa praticabile'. 

Da simili considerazioni è partita la nostra 
conversazione con Omero Antonutti, che 
grazie al doppiaggio de! protagonista di 
Una storia vera si è aggiudicato il premio 
"Voci nell'ombra'' 1999. 

Qual è stato il tuo primo impatto da spet¬ 
tatore, prima ancora che da doppiatore, 
con Una storia vera? Quando ti fu propo¬ 
sto di doppiare uno dei personaggi del 
film avevi già avuto modo di conoscere le 
opere di David Lynch? 

A differenza dei film passati di Lynch, Una 
storia vera mi ha molto stupito. Mai mi 
sarei aspettato che Lynch potesse fare un 







(Speciale) 


DAVID LYNCH 


film così "intimo". Quando l'ho visto per la 
prima volta in lingua originale, non sapen¬ 
do molto bene l'inglese, ho pensato che 
fosse un film noioso. In realtà, riguardan¬ 
dolo poi più volte, ho capito che non era 
così. È comunque vero che qui, rispetto 
alle precedenti opere, Lynch mantiene un 
ritmo lento. Ma c'è anche da dire che in 
Una storia vera non ci sono quelle cadute 
di tono, quelle sospensioni forzate, per cui 
lo spettatore è indotto a desiderare che al 
più presto il film si concluda. Quando ho 
avuto la possibilità di leggere con tutta 
tranquillità il testo dei dialoghi tradotti, 
alcuni aspetti del film mi hanno molto 
intrigato. In particolare la figura di Alvin è 
una figura rappresentativa di un'America 
che poche volte abbiamo visto al cinema. 

In un paese in cui tutto si brucia veloce¬ 
mente, tutto si consuma e tutto diventa 
rapido, curiosamente fa la sua comparsa 
un'altra immagine di America, incarnata 
dalla vicenda di questo vecchio. Ed è stata 
proprio questa la difficoltà maggiore che 
mi sono trovato ad affrontare, li ritmo 
lento che accompagna la narrazione della 
storia di Alvin aveva bisogno di una sua 
forza interiore. L'operazione che normal¬ 
mente si compie in Italia sui personaggi 
che devono essere doppiati è un'operazio¬ 
ne che non comporta grosse perdite di 
energie: l'obiettivo è di dare al pubblico 
una traduzione dei dialoghi quanto più 
perfetta possibile, senza badare tanto alle 
qualità intrinseche dei personaggi che si 
doppiano. Con Una storia vera è stato 
tutto molto diverso. 

Da alcuni decenni, soprattutto sulla base 
di alcuni scritti di Freud e Lacan, la teoria 
del cinema parla espressamente di identi¬ 
ficazione cinematografica. Lo spettatore, 
nel corso della visione di un film, secondo 
questa ipotesi, sarebbe chiamato ad entra¬ 
re nella storia che gli viene raccontata 
attraverso l'identificazione con uno o più 
personaggi che in essa vi prendono parte. 
Cosa puoi dirmi in questo senso a proposi¬ 
to del doppiatore? È anche lui uno spetta¬ 
tore come tutti gli altri, oppure è uno 
spettatore di secondo grado, implicato in 
modo del tutto diverso da quanto accade 
normalmente? 

Numerose sono le tecniche utilizzate dai 
doppiatori. Personalmente, sia quando mi 
trovo a recitare al cinema e a teatro sia 
quando lavoro sul doppiaggio di un film, 
cerco dì assumere una certa distanza dal 
personaggio che sono chiamato ad inter¬ 
pretare o a doppiare nei dialoghi. Sono 
sempre stato abituato a mantenere un 
rapporto "critico" con il personaggio, un 
distacco epico dalla sua figura, un distacco 


direi brechtiano. A teatro, ad esempio, 
preferisco che lo spettatore riceva l'emo¬ 
zione prima con il cervello che con il 
cuore; in questo modo evito di incappare 
in certo patetismo troppo facile. 

Come ti sei comportato nel doppiare la 
voce di Alvin, il protagonista principale di 
Una storia vera? Hai seguito una procedu¬ 
ra particolare, oppure ti sei semplicemen¬ 
te affidato a delle modalità di lavoro 
ormai consolidate da tempo? 

Ho fatto parecchia fatica a doppiare la 
voce di Alvin. Il direttore del doppiaggio 
di questo film era una persona molto 
meticolosa che mi ha fatto soffrire molto. 

Lo scopo era infatti quello di evitare che 
la figura del vecchio risultasse troppo 
patetica. Alvin, nella versione italiana, 
non doveva assolutamente diventare un 
vecchio piagnucoloso e lamentoso; inoltre 
c'era il pericolo che, con un doppiaggio 
non rigoroso, si potesse cadere nello ste¬ 
reotipo e nella caricatura. L’obiettivo che 
mi sono prefissato è stato quello di riusci¬ 
re a cavare da questo personaggio quell'a¬ 
sciuttezza, quella "verità” di carattere che 
inevitabilmente viene fuori dalla stessa 
storia che il film racconta. 

Uno dei più autorevoli esegeti dell'opera 
dell'autore di Strade perdute, Michel 
Chion, ha scritto, in una sua recente 
monografia dedicata al regista, che il 
suono, nelle pellicole di Lynch, «ha una 
funzione precisa, quella di spingerci avanti 
nel film, di farci subito sentire al suo 
interno, avviluppati dalla sua durata» 2 . 
Musica, rumori e voci, stando a questa 
prospettiva critica, definirebbero un conti¬ 
nuum sonoro allo stesso tempo coeso e 
frammentario, in forma di contrappunto 
alla discontinuità visiva che marca molti 
film lynchiani. In ogni caso lo spettatore 
conserverebbe sempre, durante la loro 
visione, la sensazione di essere immerso 
all'interno delle immagini. Consideri que¬ 
sto aspetto dei film di Lynch un aspetto 
importante, con il quale hai poi dovuto 
fare i conti nel corso della tua esperienza 
di doppiaggio di Una storia verrà? 

Ci sono alcuni autori, e uno di questi è 
Lynch, che considerano la colonna sonora 
come un personaggio. La musica, per 
esempio, per certi registi diventa un altro 
personaggio della finzione con cui si deve 
inevitabilmente fare i conti. La musica, in 
questo senso, non è un abbellimento e 
non serve per riempire dei "vuoti" dram¬ 
matici all'interno dei film al fine di evitare 
in essi delle cadute di tensione. Ricordo in 
particolare i fratelli Taviani, che durante 
le riprese di una delle loro pellicole mi 


dissero di fare attenzione alla mia recita¬ 
zione perché ad un certo punto sarebbe 
intervenuto un brano musicale con il 
quale la mia voce avrebbe dovuto entrare, 
per così dire, in sintonia. La parola dell'at¬ 
tore, accompagnata dal gesto, deve quindi 
necessariamente cercare di rapportarsi a 
ciò che il sonoro propone. Credo che 
Lynch nelle sue opere persegua gli stessi 
fini. Prendiamo Una storia vera: le 
sequenze che ci descrivono il passaggio di 
Alvin attraverso le immense praterie che 
si dispiegano dall'lowa al Wisconsin sono 
accompagnate - è proprio il caso di dirlo 
— da una musica che si pone accanto alle 
immagini. Queste ultime sono attraversate 
da un sonoro di grande impatto emoziona¬ 
le, mai utilizzato però per connotare le 
situazioni in maniera drammatica. Si veda 
la scena finale del film, rincontro tra Alvin 
e suo fratello: neanche qui Lynch sottoli¬ 
nea alcunché, lasciando semplicemente 
che la musica fluisca sulle immagini del 
cielo stellato. 

Il tema forte del film è il viaggio. Alvin 
recupera un tagliaerba e si mette sulla 
strada per raggiungere suo fratello che 
vive a più di trecento miglia di distanza e 
che non vede da dieci anni. Bruno Fornara 
afferma che «Alvin Straight viaggia come 
non viaggia più nessuno, con una buona 
meta, portandosi appresso l'esperienza di 
una vita» 3 . Sei d’accordo con il contenuto 
di questa considerazione? 

Sì, certo, sono d'accordo. La qualità 
straordinaria di Una storia vera sta pro¬ 
prio qui: nell’aver saputo raccontare una 
vicenda così semplice all'interno di un 
contesto produttivo, come quello america¬ 
no, tutto orientato verso la spettacolarità 
dell'evento cinematografico. Facendo a 
meno della tecnologia degli effetti speciali 
e di un montaggio interamente giocato 
sulla velocità, Lynch, per questo film, si è 
appropriato di un tempo molto lento per 
narrare l'impresa di un personaggio che 
nel cinema americano attuale appare del 
tutto inconsueta. L'America filmata da 
Lynch non corrisponde all'America che la 
maggioranza dell'odierno cinema statuni¬ 
tense ritrae; l'America di Una storia vera è 
un paese dai tratti incontaminati, legato 
ad una dimensione pastorale, in cui le 
persone vivono del proprio lavoro, lonta¬ 
ne dai quartieri alti delle grandi città e 
lontane dai grandi affari dei centri finan¬ 
ziari. il viaggio intrapreso da Alvin, dun¬ 
que, non ha nulla di psicanalitico, di esi¬ 
stenziale; egli viaggia su un tagliaerba 
esclusivamente per potersi incontrare con 
il proprio fratello, e il veicolo di cui si 
serve è l’unico mezzo di cui dispone per 


compiere questa attraversata. 

Sono in molti ad indicare che, sotto la 
classicità delle immagini e l'estrema linea¬ 
rità del racconto di Una storia vera, si cela 
in realtà il Lynch di sempre, quello delle 
escursioni nei territori dell'inconscio, 
delle incongruenze narrative, dei punti di 
non ritorno. Cosa pensi in merito? 

Potrà sembrare strano, ma sulle prime ho 
fatto fatica a convincermi che Una storia 
vera fosse un film di Lynch. Questa sor¬ 
presa mi ha molto affascinato. Questa pel¬ 
licola ha tradito in modo positivo le mie 
aspettative di spettatore oltre che quelle, 
naturalmente, di doppiatore. Mi spiego 
meglio: se decido di andare a vedere, 
poniamo, un film dei fratelli Taviani, so già 
quello che mi aspetta; sin dalle prime 
immagini riconosco il loro stile, e tutto ciò 
fino ad un certo punto provoca in me il 
piacere della conoscenza. Il valore di que¬ 
sti due cineasti, intendiamoci, non è asso¬ 
lutamente in discussione; voglio semplice- 
mente sottolineare il fatto che con Una 
storia vera Lynch, al contrario di molti 
autori presenti e passati, ha saputo con¬ 
traddire le attese di numerosi spettatori 
cinematografici. Mi sono subito innamora¬ 
to di questa pellicola dimenticando il 
nome del suo regista, e forse questo è 
potuto accadere perché immediatamente 
il personaggio di Alvin mi ha attratto. Al di 
là delle sue impronte autoriali, che pure lo 
qualificano come un film di Lynch a tutti 
gli effetti, Una storia vera colpisce per la 
sensibilità e l'eloquenza dimostrate nei- 
l’affrontare un tema così importante come 
l'amore fraterno. 

A cura di Enrico Biasin 


Note 

1. Per Jedlowski .Quando si parte, i legami si allentano 
i .,.1 Ma che i legami si allentino è la condizione perché 
accada qualcosa. (Paolo Jedlowski, Storie comuni. La 
narrazione della vita quotidiana, Bruno Mondadori, 
Milano 2000). 

2. Michel Chion, David Lynch t-ndau, Tor co -rn P -- 

3. Bruno Fornata Festina lente in -Cutefomm-, a XI. ■ 
n 3 (393) aprile 2000, p 12 



CAMPUS 


La censura cinematografica a Trieste rinnovata, e vengono meglio specificati i 
durante fi &overno Militare Alleato .suoi poteri. .1 membrlche la compongono 

diventano cinque e sono.totalrnente ciiversi 
Alla fine della seconda guerra mondiale dai precedenti: il direttore di Radio Trieste 
Trieste, ifivéce riessere libera come il resto ... (presidente), il vice direttore della stessa 
d'Italia, si ritrovo ad essere governata, per radio, un rappresentante del Dipartimento 
ben nove anni, da militari anglo-americani. degli Interni, un rappresentante degli Affari 

Conseguenza di questa situazione è che legali ed un rappresentante della Sala di 

alcuni aspetti della storia citradinadigue-,: .. lettura alleata. La novità sta nell'articolo 
gli anni rimangono po«> noti,;||pìssibririà : quattro del regolamento, in cui si stabilisce 

■ tan»,cC»Sian.^e«a^EiS:3ffrorttato che chiunque proietti nella zona film senza 

Il permesso della commissione può essere 
mente una delle ragioni che mi hanno con-., ■ soggetto ad una sanzione che può andare 
vinto a scegliere come argomento di t esi la:: .da un minimo di 10.000 ad un massimo di 
censura cinematografica a .Trieste.. pp' ioo ooo lire. 

||p ; La nuova ordinanza completa, di fatto, i 
poteri della commissione, che può così ini¬ 
ziare un lavoro di censura finalmente rego¬ 
larizzato da un decreto legge (prima si pro- 
, oedevaaltùtftvàtnente e seguendo le strigo 
te ■: Lane eie! personale incaricato). 
||:§|||àyòrò eTntensò e difficile: intenso per- 
| p||f fa quantità di pellicole che circolano 
nel territorio è notevole; difficile perché, in 
molti casi non è semplice prendere una 
per nove anni, durante i quali ilcnmròlfo decisione. Si iniziano comunque a stilare 
sulla citta andò modificandosi. Inizialmente dei rapporti mensili o bimestrali, e grazie a 
molto rigido, in un secondo tempo, soprat- questo materiale sono riuscita ad indivi- 
tutto dopo le elezioni amministrative del duare i film che all'epoca furono censurati 

jgùtlgp jj fafc. che sancirono la netta scontri- e di cui non avremmo altrimenti avuto 

ta del ironie filo-jugoslavo, questo control- notizia. I rapporti della commissione erano 
lo diminuì e progressivamente si manifestò, strutturati in maniera schematica e tutti 
da parte degli alleati, la volontà dì assegna- erano simili tra loro: il primo punto era 

re l’intero territorio all'Italia. Questo cam- dedicato solitamente ai cinegiornali, e a 

biamento possiamo riscontrarlo anche nel- volte ne venivano specificati i tagli da 
l'evoluzione delia composizione della com- effettuare. Fino al marzo del 1948 ci furono 

missione cinema, costituita nella sua prima continui tagli, poi, dopo una lettera di pro- 

tase da tre militari e da un membro della testa del presidente della commissione al 
polizia civile e successivamente, per io più, direttore delITncom - nella quale si faceva 
da membri civili, notare che in ogni cinegiornale compariva-' 

il giugno del 1946, con l'ordinanza n. 151 no delle scene denigratorie degli americani 

puMÉcata saia gazzetta del G M A., viene - ci fu un cambiamento radicale. 

:tstriuita jMh |^^^§Ì| ^g^Ograftca, Il secondo punto veniva riservato ai lungo- 
: composta da quattro persone: un ufficiale metraggi: ogni mese ne venivano esaminati 

delttffficio Informazioni Pubbliche, che ne circa una sessantina e, di questi, circa il 13% 


porti riassuntivi che facevano il punto della confini visita attraverso gli occhi dei barn! 

situazione, nel 1948 la commissione . ni. Il film usci a Trieste nei 19150, ma sui 

approvò 907 film e ne proibì 43: a 22 film a giornali se ne parlo poco, dai momento c 
soggetto non fu concessa la proiezione per- la discussioni s t rj t i d tonsuri" 'a uuiai 

che di produzione tedesca e perché girati le fasi della sua prepa zton La critica 11 

durante il periodo bellico, 15 cinegiornali liapa dì allora non gli dette troppo peso, 
furono parzialmente tagliati poiché la loro giudicandolo un film da! tema impegnata 
proiezione avrebbe provocato dei disordini torse poco adatto ad un regista come 

pubblici i> peliitok- miine. fra film di fin- Zampa / 

zione e cinegiornali, vennero in parte cen- Un altro aspetto sul quale m uno sofler 
surate perché alcune delle loro scene mata è quelle 

avrebbero leso il prestigio degli alleati nella zona di ìrtNtonpiponrtdooeiri'i' 

nella zona. , , v _ „ c 5 pazione americana eoggetto di cens 

All interno delia test no poi analizzato nel , .. ra Addio mutarti Ma che fu realizzato 

detfagfipialeiirifsMm'tra quelli che piu de Gi‘^attó^fee^-|&ìrem*,che::tratta:cftì 

hanno fatto discutere la commissione. Vi situazione di Poia dopo che fu dichiarata 

troviamo esempi di film censurati perché non italiana, si ricollega ad un film di cui 

colpevoli di mettere in cattiva luce gli ame- mi sono ugualmente occupata: La città 
ricani, come nel caso di Tombolo, paradiso dolente (1948) di Mario Bonnard. Entrami: 
nero di Giorgio Ferroni, pellicola in cui ie pellicole vennero giudicate all'epoca 

viene raccontata la storia di una colonia di pericolose pt-r i'argomento patriottico tra 

disertori americani neri che, assieme a latore j^r ii,rj^c]^tì..incpraggiàre:disord 

delle prostitute e a dei contrabbandieri ita- ni e sus< ritiri? protesfé in Jugoslavia feott 

liani, vivono nella pineta dì Tombolo (iso- tenuti rieifà stona rsefciniciti dal film risiti 

lotto nei pressi di Livorno) durante l'occu- tavano troppo recenti perché passassero 

pazione americana. Quello che la commis- inosservati a Trieste, Tornando ai doni- 1 

sione non poteva tollerare erano le nume- mentario. ia commissione scopri che a Ba: 

rose scene di americani (curiosamente tutti in seguito alla proiezione della pellicola, 1 

neri 0 al massimo mulatti) che trafficavano spettatori erano usciti dalia sala per mani 

clandestinamente con i contrabbandieri. Se festnre a favore dell'italianità di Poia. Cos 

ii film originale durava 90 minuti, i tagli la commissiono in ancora più motivata ne 

previsti ne ridussero la durata a 60, ren- censurarlo. Dal 1947 al 1949 Addio mia cai 

dendone impossibile la proiezione come Poia venne distribuitó''i#ì : )fe^p^U^^ 

lungometraggio. la Scalerà io et pr 1 n< tu."do -i<s$pos 

Mi sono anche occupata dei film girati a zione altri filmati òhvn*- ~ti traiìiasfnpSI 

Trieste negli anni in cui la commissione era repertorio, diede.la possibilità « Bonnard 
in funzione e delle reazioni di quest’ultima realizzare il suo lungometraggio, 
in proposito. L'esempio più interessante è Uscendo dall'ambito della commissione, he 

La linea bianca di luigi Zampa (titolo che trovato anche della documentazione reiati’ 

poi mutò in Cuori senza frontiere ), girato a alle proiezioni organizzate dal G.M.A. a 

S. Croce nel 1949. Si dice che a Zampa Trieste a scopo didattico. Queste ultime 

venne l'idea di girare questo film dopo aver erano destinate alle scuole, alle associazior 
visto una fotografia di Gorizia che mostrava culturali e sportive, alla Croce Rossa, alla 
ia città divisa a metà da una linea bianca, polizia e alle organizzazioni religiose. Si trai 

tagliando in due alcune abitazioni e addirit- ta per lo più di documentari aventi una fun 

tura un cimitero. La cosa lo colpì talmente zione prettamente propagandistica: ad 
che decise di realizzare un film sull’argo- esempio, i documentari che mostrano il còl 

mento. Così, un rappresentante della Lux tinente americano in tutti i suoi aspetti (cui 

Film di Roma prese contatto con il diretto- turali, economici, storici e naturali) venta¬ 
re del P I O. (Public Information Office) per no proiettati Soprattutto nelle scuole o alla 

informarsi sulla possibilità di realizzare un popolazione locàlé,.£:éràriop#«f@Ie “pelli: 

film ne! Territorio Libero di Trieste che par- cole speciali*, come quelle sul tema deli'elr 

lasse delle tragedie umane di un paese minazione dei pregiudizi razziali, 

diviso in due dai confine italo-sloveno. Il Mensilmente si tenevano dalle 150 alle 300 
G.M.A. non oppose obbiezioni, limitandosi proiezioni, e con il pàssàSdegli anni.il pufc 
a sottolineare, nei copione, alcuni errori blico raddoppiò rispondendo favorevoimer 
storici che vennero immediatamente cor- te alle iniziative degli alleati, 
retti e pretendendo di cancellare dalia sce- Questi sono i punti salienti del mio lavoro 
neggiatura alcune scene in cui figuravano che qui, per ovvie ragioni, ho trattato in 
delle truppe anglo-americane. maniera molto riassuntiva, solo per dare Ir 

Nonostante il film non si occupasse di'que- dea delle informazioni che ho acquisito 
stionì etniche 0 politiche, scoppiò subito visionando i documenti dell'archiviodr 
una polemica innescata dalla stampa slove- Washington e di tutti quei dati che ito rac- 
na, che accusò il film di nazionalismo anco- colto con un'attenta ricerca e un pizzico dì 

ra prima della sua uscita. Zampa ne rimase fortuna. .... 

sbalordito, tanto che indisse una conferen¬ 
za stampa per puntualizzare le sue ìnten- ; Eì'so Tre vati 

zioni. Ciò che il regista voleva semplice- lesi di laurea discussa alTUniversità dee 

mente raccontare era l'assurdità di tutti i Studi idi Udifiéja.a. 200Ì-20C 


la cont¬ 
ri per. la 


-o della polizia civile; : 
'incarico di sovrinten- 


odo nazista. 





























Labori** 1 . » 

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